Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

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VIII Quaderno di "Poesia da fare", e n.17 della rivista

a cura di Biagio Cepollaro

Articolo postato giovedì 7 dicembre 2006
da Marco Giovenale

Sono on line, a cura di Biagio Cepollaro:


VIII Quaderno di Poesia da fare 2006
www.cepollaro.it/poesiaitali...

Indice:

Biagio Cepollaro (Editoriale)

Olivier Cadiot
K. Silem Mohammad
Rodrigo Toscano
      (trad.Gherardo Bortolotti)
Luigi Cannillo
Francesco Forlani
Gabriele Frasca
Jacopo Galimberti
Marco Giovenale
Francesco Marotta
Giulio Marzaioli
Marina Pizzi
Laura Pugno

e

 
il n.17 (dicembre 2006) di

Poesia da fare
http://www.cepollaro.it/poesiaitali...

Indice:

EDITORIALE (B.C)

TESTI:
Giulio Marzaioli, da Quadranti
Marina Pizzi, da La giostra della lingua

IMMAGINE:
Echi di specchi,3 di Fausto Pagliano



Poesia da fare e i Quaderni di Poesia da fare sono alla pagina
http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/rivista/rivista.htm




78 commenti a questo articolo

> VIII Quaderno di "Poesia da fare", e n.17 della rivista
2006-12-07 12:41:29|di Lello Voce

Prima di pranzo, tanto per digerire:
@Dn che si scopre essere nientemeno che Nota a pie’. Ad Andrea e Maria e agli rispondo più tardi.

Ho letto: devo dire che il tuo segno è garanzia inconfondibile di maleducazione, inutile voglia di offendere, isteria allo stato puro. Comunque l’importante è che tu espleti i tuoi bisogni fisiologi a casa tua e non qui. Se ti piace trasformare il tuo blog in un angolo pieno di deiezioni fatti tuoi.

Naturalmente il parlare di ’doni’ è sola l’altra faccia della stessa medaglia bigotta ed ipocondriaca.

Lello Voce


> VIII Quaderno di "Poesia da fare", e n.17 della rivista
2006-12-07 12:30:20|di maria

Lello, francamente non sono d’accordo, tu stesso ti chiedi "come faremo a sognare sogni nuovi con lingue vecchie?" e poi mi citi Frasca che pure rientrerebbe tra i miei padri da ammazzare, voglio dire, anche il testo di Bonebomb (che è poi la sezione finale di "aprire gli occhi ed ascoltare il buio") è una vecchia canzone. Per me che sto lottando da un pezzo per sottrarmi agli endecasillabi, anche in forma di prosa, e per le mie orecchie sono molto più stimolanti i versi all’Inglese, che non escludono l’endecasillabo, ma neanche lo corteggiano, oppure i suoni inarticolati di Giovenale o le vere prose di Bortolotti, tutti, peraltro, ospitati da Cepollaro.
Molto più interessante, sotto questo punto di vista, il discorso delle arti che sta tentando Cepollaro alle "arti del discorso" di Frasca, se devo scegliere.
E poi perché sottrarrebbe la poesia al circuito letterario se non ha altro modo di veicolare il suono che quello del mercato editoriale o della fruizione unica e irripetribile a teatro? Non lo contaminate meglio tu e Cepollaro sul web? A me l’operazione di Frasca pare fin troppo reazionaria in pratica.


> VIII Quaderno di "Poesia da fare", e n.17 della rivista
2006-12-07 12:24:13|

Avverto che ho inserito sul mio blog (www.davidenota.splinder.com) questo mio ultimo passaggio contenente la citazione da Lello Voce, rivisitato e completato da talune tinte più forti, perchè su certe cose non si può transigere, e non si tratta di pasolinismo quanto anche di zanzottismo, serenismo, fortinismo, pagliaranismo, portismo (per non dire dei giganti rimbaud, baudelaire, genet) etc etc etc.
Ora parto per il Batik film festival di Perugia dunque per i prossimi giorni non sarò molto presente.
Spero che questo margine di dialogo possibile (non facile, possibile) con persone come Marco e Nevio, e favorito da personalità e percorsi importanti come questi ultimi di Biagio Cepollaro (e non certo con gli arroccamenti ideologici di Lello Voce) possa maturare o per lo meno non chiudersi.
Alla prossima, con stima di tutti nonostante le botte date e ricevute,
DN


> VIII Quaderno di "Poesia da fare", e n.17 della rivista
2006-12-07 12:18:10|di Christian

@ Inglese: credo che, prima di fare i conti con il passato, bisogna un po’ riformulare le ambizioni del presente: oggi non sono possibili più le avanguardie, ma nemmeno i gruppini animati da qualsivoglia esperienza estetica, tranne quelli che hanno funzioni più organizzative e di promozione a partire dal territorio (incontri nelle scuole, presentazioni, reading), che secondo me sono indispensabili; giudico che l’obiettivo (non un programma) sia per me giungere alla percezione di un orizzonte sociale della poesia. Conoscersi, e aiutarsi, pur non condividendo molti aspetti dello scrivere, e teorici. Credo che in questo ci sia l’uccisione del padre, se per padre si intendono, a livello sociologico, i modi di relazionarsi delle avanguardie. Prima di costruire, dunque, nuovi modelli per parlare delle avanguardie, dovremmo forse partire dal territorio, e vedere cosa c’è stato, e che non ha avuto comunicazione, e poi relazionare tutto alle avanguardie, osserveremmo nuove relazioni. Ti consiglio di leggere Trieste allo specchio di Nacci, anzi lo consiglio a tutti. Il lavoro da fare è immenso: bisogna che siano le università a prodursi in questa direzione; prima però qualcuno deve lavorare ai fianchi le università, questo "basso" sotto l’orizzonte, che è poesia e che ha tutta l’urgenza di proporre questi argomenti...ed è bello gettare i sassi nel mare, no? Secondo me, sono le ambizioni che devono essere riformulate.


> VIII Quaderno di "Poesia da fare", e n.17 della rivista
2006-12-07 11:27:50|di andrea inglese

caro Lello,
ti ringrazio, perché questo tuo intervento è finalmente chiaro e articolato: dice "La ricerca di nuove forme nel presente con l’avanguardia non c’entra, almeno dal mio punto vista, proprio nulla." Ora, per te è ovvio, ma non credo che lo sia per tutti, sopratutto per quelli che appena non vedono due endecasillabi con le rime a posto urlano all’avanguardista.

Posto che questo è il punto di partenza (le nuove forme di ricerca non c’entrano nulla con l’avanguardia), si pone anche un problema di personale bilancio con alcuni aspetti di quell’esperienza storica.

Questo Bilancio non lo lascerei solo a Curi e a Barilli, né a Cucchi e Giovanardi, se mi permettete. Non ti pare? Questo è il punto fondamentale.
Tu dici giustamente: "è un tema storicizzato". Vero. Ma da chi? Tutto è stato davvero detto? Io non credo. Alcune cose più interessanti sull’avanguardia io le ho capite attraverso il lavoro di "Baldus", per esempio. (Dico Baldus: non dico né Barilli né Cucchi.)

Poi Giovenale ha cominciato ha fare un altro discorso molto importante: abbiamo storicizzato tutto dei Novissimi (o quasi). (Su Balestrini e il suo lavoro ad esempio non si è ancora detto abbastanza...)
Ma abbiamo storicizzato cosi bene anche Spatola, Corrado Costa, Giulia Niccolai? La poesia visiva di quegli anni? Certo, tu per primo hai lavorato pro Villa e non da solo... Ma neanche in fittissima compagnia.

Infine, per Luigi Nacci, che si è risentito della mia risposta. Mi dispiace. Ma l’obbiettivo non eri tu, ma il signor Barilli che ha il coraggio di porsi come qualcuno che è fuori dall’establishment. Cazzo: l’ha scritto. E’ parte del suo discorso critico. E voi vi scandalizzate perché io cito qualche suo atteggiamento a Rucercare. E’ prosa del mondo, questa. Ma qualcosa insegna.

So maneggiare gli strumenti di analisi critica, so esplorare i testi, posso farvi analisi puramente testuali raffinate. Ma ogni tanto bisogna far cortocircuitare i discorsi, altrimenti non andiamo avanti. Quindi fatemi dire che un discorso sulla letteratura formulato da un professore (ordinario) dell’università, che oggi ancora continua a arruolare giovani scrittori (malgrado loro) nelle file di una neoavanguardia eterna e che si presenta come colui che è "al di fuori" dell’estalishment, no, non lo accetto. Non me ne sto zitto. Né considero Barilli un teorico indispensabile per parlare OGGI dell’avanguardia.

Nella divisione etica estetica siamo tutti costretti a vivere, come tutto il nostro lavoro è potenzialmente mercificato. Ma non possiamo dimenticare che questa divisione pone problema. Ha posto problema per le avanguardie. E pone problema anche per alcuni di noi, anche se abbiamo rinunciato alle strategie avanguardistiche.

Bourdieu, in un suo modo molto riduttivista, ha comunque fatto un egregio lavoro sulla questione della formazione del campo letterario, come campo autonomo, nella Francia del XIX secolo, e ha studiato questo campo come lotta per l’appropriazione del capitale simbolico, mostrando come le vicende del potere e del prestigio sociale s’intercciano con la definizione dello statuto stesso dell’opera letteraria.
Quindi, e continuero’ a ripeterlo, porre la questione della gestione del potere (simbolico o meno) all’interno dell’istituzioni letterarie è legittima, sopratutto quando si storicizza coloro che si sono posti come contrari a tutte le istituzioni e a tulle le forme tradizionali di potere.

Dopodiché, per concludere: Sanguineti è a mio parere, assieme a Zanzotto, uno dei più grandi poeti viventi in Italia. Come figura di intelletuale, invece, trovo indegno che sostenga, come ha pubblicamente fatto, che dopo di lui non esiste nulla, che oggi vale più la pena di seguire il trash televisivo piuttosto che le irrilevanti produzioni poetiche dei giovani.
Quando ne parlo con le persone che conoscono, tutti dicono peste e corna di questo atteggiamento di Sanguineti. Forse è volgare scriverlo. Ma se bisogna dire merda e non feci, io ci tengo a dire merda.


> VIII Quaderno di "Poesia da fare", e n.17 della rivista
2006-12-07 11:15:30|

Questo passaggio di Lello voce: “Insisto: come faremo a sognare nuovi sogni con lingue vecchie? [...] L’establishment deve essere eliminato in quanto establishment, indipendentemente dalle poetiche che esprime. E’ una necessità direi ‘biopolitica’ altrimenti l’inquinamento aumenta sino ad attossicare tutta l’atmosfera ‘poetica’, si inizia a tossire, il nuovo muore. Il primo dovere di ogni nuovo poeta (che è necessariamente poeta-figlio) è uccidere il proprio poeta-padre. Rifiutare il dono simbolico [...]” è ciò che si intende per “moralismo iperletterario novecentista”, null’altro che un disumano darwinismo tradotto in necessità poetica, o per lo meno un marxismo di cui permane indelebilmente la matrice hegeliana e positivista, per cui il necessario è razionale, e l’utile è auspicabile. Mi si chiedeva come è possibile che io possa negare l’avanguardia come tale: ecco, è possibile fino a che permangano dominanti certe visioni disumane ed evoluzionistiche dell’arte e della poesia.
Io mi chiedo piuttosto come faremo a sognare nuovi sogni con lingue cartacee, con plurilinguismi invetariati e non portati dal sangue, con ventriloquismi disumani. Mi chiedo piuttosto come faremo a sognare nuovi sogni senza una poesia che pur si spalanchi, che pur si sfaldi onnivora ed onnicomprensiva, ma che non debba di certo essere patricida per essere riconosciuta.
Solo chi non ha grande fiducia nelle proprie qualità ha forse bisogno di far piazza pulita di eredi e capostipiti.
E poi di cosa diavolo stiamo parlando? Di una guerra di potere? Di una sostituzione pilotata di vertici culturali?
Io mi inchino di fronte alla tradizione e di fronte ai miei padri e fratelli. Il dono e la consegna sono commoventi. Bisogna ringraziare. Si sogna e si scrive come la vita scorre nelle sue contraddizioni e sfumature formali ed ideologiche, non come la guerra calcolatrice dei manager o la competizione neoliberista delle nazioni industrializzate.
DN


> VIII Quaderno di "Poesia da fare", e n.17 della rivista
2006-12-07 09:44:33|di Lello Voce

@ Andrea.ma a tutti voi...

Scusami, ma io non ho liquidato proprio niente. Ho solo tenuto due campi distinti. Metterli in relazione non significa sovrapporli, magari confondendo. Poi mi rendo conto che ‘restare’ al testo dopo un decennio di sbornia decostruttivista sembra una posizione tradizionale, ma io continuo, dovendo proprio scegliere, a preferire Contini a Derrida ( e più ancora Della Volpe, o il Sanguineti critico, o Luperin. Barilli potrà non piacerti, con lui polemizzo anch’io da anni, ma strillare all’orrore perché qualcuno ne cita un passo mi pare esagerato). Anche il copernicanesimo è, da un certo punto di vista, una teoria tradizionale, ma io continuo a preferire quello a certi neo-tolemaicismi d’oggidì.

Ciò che stupisce è quest’ossessione dell’Avanguardia, che sembra perseguitarci tutti: anzi più ci allontaniamo da essa, più l’Avanguardia ci insegue. Ancor più s’attacca ai suoi nemici, che la usano come anatema, la combattono, la scoprono annidata sin nei versi più ‘piani’ e li scomunicano. E quelli che pensarono (loro, io no, mai, carta canta) d’essere l’ultima, oggi fanno ammenda, quasi fosse crollato il loro Muro. Ma io penso che invece sia un tema ‘storicizzato’. The end. F.I.N.I.T.A.. . L’ho scritto, lo scrivo da anni, lo riscrivo qui. La ricerca di nuove forme nel presente con l’avanguardia non c’entra, almeno dal mio punto vista, proprio nulla. Il Baldus è terminato anche per questo, per uno scontro ‘strategico’ sulle prospettive lunghe (in quel posto, come ricorderai, abbiamo sempre pensato in grande). E io opponevo alla scelta di perseguire ancora il ‘conflitto degli stili’ l’attenzione, l’ascolto, l’introiezione dei nuovi ‘stili del conflitto’. Che era una posizione politica, ma era soprattutto una posizione di poetica, lo era proprio in quanto politica. Attenta all’economia dei segni, all’immaginario, ai suoi conflitti, ai suoi bisogni.
Insisto: come faremo a sognare nuovi sogni con lingue vecchie? Ovviamente tutto questo con Pasolini non c’entra nulla, nemmeno, temo, con quello di Petrolio, io continuo a preferire il Capriccio italiano, o Manganelli, Volponi, Landolfi,Balestrini, ecc.

L’establishment deve essere eliminato in quanto establishment, indipendentemente dalle poetiche che esprime. E’ una necessità direi ‘biopolitica’ altrimenti l’inquinamento aumenta sino ad attossicare tutta l’atmosfera ‘poetica’, si inizia a tossire, il nuovo muore. Il primo dovere di ogni nuovo poeta (che è necessariamente poeta-figlio) è uccidere il proprio poeta-padre. Rifiutare il dono simbolico, scartare di lato, iniziare un nuovo discorso. Allora dico che, per esempio potrebbe essere più interessante, visto che tutti siamo ormai Mp3 audio munito ( e spesso l’un contro l’altro armati), discutere di quanto propone Frasca, che di fatto, e con un lavoro straordinario, filologicamente e teoricamente, sottrae la poesia al circuito della letteratura e la restituisce a quello delle ‘arti del discorso’. Una roba del genere, scusa il modo triviale che ho dirlo, ma la fretta... - una roba del genere a me pare decisiva, fondamentale. Siamo tutti qua ad accanirci su letture pubbliche, festival, audio-video-multimediapoesia, ma poi il problema è se Pasolini (che ossessione!!!!!!!) sia più o meno importante di Sanguineti(aahhhgHhhhhhhhhh).

Nel frattempo tutti produciamo opere (testi, orature, videoclip, eventi live, ecc.) per la cui lettura la critica (TUTTA) non ha strumenti adeguati, nulla in più dei soliti arnesi (questo, quello, che importa?) buoni a smontare un testo. Ma oggi la poesia è più del suo testo, e dagli anni di De Campos, probabilmente, con il verso ha poco a che fare, almeno con il verso in quanto tale, con il verso ‘letterario’. Il Piano Pilota per la poesia concreta (concreta come la intendevano loro, i Noigandres) è di qualche decennio fa.

Quando vedo il lavoro di Biagio on line, continuo ad apprezzare la maestria e la sensibilità di certi ‘passaggi’. Ho scolpito a piombo (quello dei caratteri a stampa dell’Unità), la mia ammirata adesione per certe analisi che Biagio faceva della Rete, e dei suoi aspetti ‘poetici’. Poi vedo anche altro, quello che ho già detto e il fatto che la zine on line - che pure presenta tanti autori di ottimo livello - è poco altro che una selezione di autori accompagnata da un editoriale di Cepollaro. Non c’è dubbio che la riflessione di Biagio sia sempre di alta qualità, ma cosa distingue una cosa del genere da pur dignitosissime esperienze cartacee tipo Anterem e tante altre esperienze ascrivibili al modello “rivista-elenco telefonico”? La Rete serve anche a questo, certamente, a realizzare cose che la ’strettoia’ editoriale ci impisce di realizzare, ma essa non è forse anche una ’forma’, una nuova forma?

Inevitabilmente a far l’elenco sarà il mai abbastanza vituperato criterio della ‘qualità’ , categoria in sé ineffabile e iperideologica come l’idea stessa di iperuranio. E’ una roba di fede. E fa scoppiare le guerre di religione. Inevitabilmente. La ‘qualità’ è una caratteristica di un’opera, di tutte le opere, non il suo fine. Il suo fine è comunicare, e farlo interpretando, smascherando il suo presente. Da questo punto di vista, ‘non berci più la solita minestra’, tanto per parlare di politica culturale, di etica, significa prender partito, meglio: prendere parte. Non marcare le distanze di un’apparente indifferenza vissuta nella lontana che rende l’occhio (l’unico, il proprio) capace di leggere ciò che le formichine che si affannano laggiù nemmeno immaginano...

Anche questa è una differenza - etica stavolta e non poetica - che mi distanzia oggi da Biagio. Tutto il resto, tutto quanto pertiene alla sfera dei sentimenti e delle sentimentalità personali non è faccenda né poetica, né etica, e non mette conto discuterne qua, se non per sottolineare che ovviamente, al di là di quanto ciascuno di noi potrebbe magari desiderare, la vita, e non solo quella letteraria, di entrambi porterà sempre un reciproco segno. Non ho da pentirmi neanche di questo.

Lello Voce


> VIII Quaderno di "Poesia da fare", e n.17 della rivista
2006-12-07 09:23:03|di Luigi Nacci

Caro Inglese,

perdonami ma credo che, come accennato da Lello in precedenza, tu confonda ancora piani in-confondibili: io Barilli non l’ho mai conosciuto di persona e personalmente non m’importa cosa faccia, con chi si accompagni, se a "Ricercare", rassegna che ha fondato, ci vada per farsi pavone e passi da un banco all’altro, etc.; io qui ho postato un contributo critico, una posizione teorica che con la vita di tal Barilli non c’entra un’acca. Come a dire: mi dici che c’azzecca l’autore con il narratore?

Secondo me il passo interessante che ho postato riguarda la "negazione" dell’avanguardia attraverso la negazione di essa come fenomeno organico, riducendola piuttosto a un acervo di singolarità, salvandone una qua e là, solo per rompere il fronte (fronte dis-unito, dis all’ennesima potenza, ma sempre fronte). Che è poi, mi pare, simile all’azione che ho visto fare anche qui, in qualche commento: quello scrittore/poeta/artista sì, quello no, quello forse - mentre secondo me è più interessante valutare ne complesso lE avangurdiE, e come dice Marco G. valutarle nel complesso, comprese le singolarità in ombra o perse per la strada (della memoria). In fondo, Inglese, quando organizzi un incontro e chiami a raccolta un gruppo di autori sotto una denominazione (poesia di ricerca) non cerchi anche tu di uscire dall’uno(1+1+...)?

Forse io mi bevo le minestre (e così facendo mi salvo la vita e non mi de-fenestro come tanti illustri del secolo scorso), ma tu dovresti avere più rispetto, credo, prima di liquidare nel modo che hai fatto l’opinione di qualcuno che, tra l’altro, non conosci (e mi riferisco al sottoscritto).


> VIII Quaderno di "Poesia da fare", e n.17 della rivista
2006-12-07 04:30:20|

Nacci, smettila di andare, come tutti i triestini, a prendere il caffè dopo pranzo al Bar Illy. Per riflettere su temi delicati come l’avanguardia o l’avanspettacolo è molto meglio un tè alle cinque, all’Inglese (Andrea, of course). :-)


> VIII Quaderno di "Poesia da fare", e n.17 della rivista
2006-12-07 00:50:14|

Mi va bene tutto, mi va bene che Lello liquidi la tensione tra pubblico e privato, tra etica ed estetica, tra azione e forma, mi va bene che si ignori questa contraddizione che è quella fondamentale delle avanguardie, mi va bene che si ritorni a tenere distinti i campi, a salvaguardare lo specifico poetico (ma in fondo questa è ordinaria amministrazione... questa è la concezione tradizionale, pacifica, di sempre)
ma non tiratemi fuori Barilli che si erge contro l’establishment... Basta con queste favolette. Io c’ero a Ricercare nel 97, ho visto come si gettava affannosamente dietro a qualcosa che lo potesse fare ancora rivivere, come inseguiva i cannibali, come si sbracciava davanti a Gene Gnocchi. Come passava dal banco della poesia a quello della prosa, che "tirava" nuovamente con le case editrici... Barilli e le sue ennesime ondate... ad un certto punto anche la falda avanguardistica si seccherà, non gli arriveranno più ondate...
Non lo dico in polemica con Luigi Nacci che non conosco, e che immagino in buona fede, ma non possiamo più berci la solita minestra senza un minimo di occhio critico.

andrea inglese


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