Absolute Poetry 2.0
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Redatta da:

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WILL ALEXANDER: FULMINE GLOBULARE (BALL LIGHTNING)

di Maria Valente

Articolo postato mercoledì 24 novembre 2010

WILL ALEXANDER

Nato a Los Angeles nel 1948, è l’autore di Vertical Raimbow Climber (Jazz Press, 1987), Arcane Laveder Morals (L. Bokks, 1994), Asia and Haiti (Sun & Moon Books, 1995), The Stratospheric Chronicles (Pantograph Press, 1995) e altre raccolte. Abita a Los Angeles.

Il testo qui presentato, tradotto da Federica Santini, è presente in versione integrale nel volume NUOVA POESIA AMERICANA, a cura di Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, Oscar Mondadori Editore, 2005.


FULMINE GLOBULARE (BALL LIGHTNING)



Disco che cade da cariche negative, lenti primordiali sibilanti, saetta bianca ardente che ruota, colorata, riverbero binauricolare che ruota, madre è colla di pesce, è la variazione verbale della mica, i suoi tentacoli roventi come colore rabbioso di sangue dal naso, come una massa nebulosa di ragni sibilanti, Dicono, è un divoratore di pellicani, una belva aerea fortuita, il suo cuore, pieno di resistori nematodi, circondato da scintille che sprizzano da sinistre asticelle a lapide, suture di emoglobina che esplodono in un nido di grilli carnivori insaziabili, piangenti come gemme di tornado, macchiati di acque cianidriche spiraleggianti, madre, è una goccia di fuoco che esplode come dei mucchi di api, pulsanti come corpi di un solstizio etereo, è un fiore d’acciaio assiale, astronomia incauta, che corre in un labirinto di pechblenda polisillaba, mentre il suo tegumento spettrale scioglie pallottole di oscurità, questo sole cinghiale taumaturgico che si ciba dei colori meteoritici del vento, un nucleo di sangue che spezza l’aria con vuoti omega coccodrilli, con invisibili fiamme bufalo, con granate di filo spinato che assaltano la potenza della logica, sibilando dal profondo il fuoco universale dell’esplosione divora, consuma normali cadaveri di gente, assorbe la luce dalle menti dei dimenticati, strappa loro la muscolatura, i regni mentali, l’ozio, scoppia nell’atmosfera, come scintille interiori che accelerano il flusso del linguaggio dei démoni, e il fiore protratto che ne risulta è legato magneticamente all’altare del panico, all’ottica bendata di Fobos, un cratere infuocato mobile, una doppia curva disgraziata di milze slitte, che si tira dietro la parte più profonda dell’essere, gli incrementi più melodiosi di pontoni emostatici, di una fortezza gassosa si verde, una fornace che erutta costante dentro l’eternità chiaroveggente manichino di un gufo, con albe di notte, con rovesci oscuri di galli, con schegge notturne che pungono la cornea con fantasmi, con fischi intensi levitazionali, annuncia le sue morti, i suoi viaggi, gli embargo corporali, i lemuri interni tubercolari, il suo peso codificato negativamente in zero, in campane astronomiche brunite scolpite nel suo movimento di fuoco, la sua irosa conoscenza ignea, come un cobra fluttuante senza peso, geneticamente in scrutabile, come un uovo di ozono inidentificato che cade

Questo disco, come fiammante scienza monasteriale, come vermi che divorano la sistemistica conventuale, mentre conchiglie bambine gravide iniziano a cadere dai suoi fuochi, scintillanti, in rivelazione bianco aquila, spiraleggiando attorno all’incipienza di un salace intervento ritmico, le loro voci, come se cocessero su un apparecchio spettrale di sangue, le loro facce, resistenza bianca algometrica, diventando dracme di midollo che ruotano dal lato impuro di una bussola, il calore che sprizza fuori come l’iperbole magica di Gondwana, il suo disastro ruotato, come il fumo di un’effimera fiera altimetrica

Una bestia dentro il suo disco, meno spicchi pensosi psicologici, meno tundra che espelle piastrine, gas estratti dall’applauso color struzzo di lebbroso, svolazzante tra i crani di ingannevoli giardini a raggi x

E da questo disco vedo 30 bufali ciechi che lasciano tracce dai fori di contusioni astrolabiche previamente deposte, germogliano pericoli imprevisti irresolubili, superati, alla seconda ora esatta di un uccello canoro che parla nel guscio, distrutto nel suo canto da ventri sollevati d’illuminazione iodina frantumata

Sì, il disco parla di archetipi narcisismi senza codice, di ululati da incubo, di immaginette digitali indefinite, e il disco, con i suoi tasti selvaggi nave del tesoro, con la carcassa di tappezzeria suicida, con lo sguardo venusiano circolare, con i talloni chimici lucenti, fluttua sui pendii terrorizzati di erbe ultraviolette, la sua distruzione di mangiatoie d’insetti come la permanenza di una protoapocalisse, le sue ombre esplosive cespugli rotanti divoranti i neuroni atmosferici, è come una bufera illuminata a giorno di resurrezione essiccata

Questo Fulmine Globulare, il suo spettro di istinti arcobaleno divampanti, triplicato, dall’esplosività innata di angoli, propulso da getti di zolfo iconografico, la sua ferocia cinetica in frantumi pieno di spazio, sangue, osso e stella, pieno di sfatte parabole dalmatiche, pieno di perpendicolari terremoti sovvertiti, insonne, nella luce solare parentetica terrena, nel clima circolare gonfio di caldi diluvi dai raggi di glaciali tavolati in fiamme

Così questo Fulmine Globulare, questo disco, è un lunario di leoni d’oro fluttuanti tra basi di tornado, zuppi d’acqua meridiana spagnola, acqua trampolino, si libra nell’aria come ammoniaca vermiglia barcollante, questo disco di fuoco in cui io fluttuo, con gli strati di leoni d’oro che cantano a reliquiari di cobalto, come pesci predatori, come velluto barracuda, segnali di formaldeide splendente, avanti e indietro dall’inconoscibile all’inconoscibile, mangiando rose da un’onda anomala circolare sospesa, le criniere splendenti, come specchi in frantumi del caso, ricchi di gas verdastri non formali, mordono dai cieli di soli meridiani anestesia ovipara che lambisce onde tra i filamenti di un embrione, che gira nel cranio come un forno senza fondo di diamanti

vedo nei suoi fumi circolari, occhi, dal colore di granchio, bollenti in un pentolone tibie incrociate di mercurio immaginario, luce che si riversa da una candela implosa d’orina, del colore di cartina tornasole a-dialettale, ribolle, con vertigine glandulare, la sua forza generata da spasmi precisamente schierati, che anima incessante magnificenza

D’improvviso io canto nella mia astronave di fuoco, d’improvviso la mia mente mette le ali, chiamo me stesso la zanzara gigante che succhia e dà sangue al suo mistero, che scolpisce dinieghi nel suo agguato rotante, una scena di abbracci tarantola illuminati,una foresta di contusioni vulcaniche eclettiche, germinata da zenzero ipnotico

Vedere da questo disco, sono deterso con negativi facciali scaricati a terra, con scritti color dell’osso, con chimica sprone d’osso vocale con spadini crociati, con contusioni gobbe, spronate da eternità verbale cintura di stelle

In questo disco volante di Fulmine Globulare, provo euforia cranica telescopica, aprendo il mio respiro al volo senza tempo di dèmoni universali, dove le mie appendici negative, cremisi schegge coccodrillo, si allungano e tirano oltre lo schermo di fumo dell’esistere, divengono un seno d’avvoltoio in orbita, divengono quell’argine di osso sul lato più lontano del sangue umano, da questo disco, vedo le stelle come larve di taglia imperiale, scolorite da un definitivo blocco alligatore, stelle, sciamanti in abissi di elettroni, sospese, ingorde di concisione, come vesciche erose Cherokee succhiate nell’oscuro, mangiate da perversi mangiatori d’idrogeno, da gas di transfer cosmici, si installano sull’occhio con l’opacità stessa del riposo, i capelli bruciati da circonferenza linfatica, poi affilati al muco di lanciafiamme, la mia vita condotta in tropici misteri, in questo disco Fulmine Globulare, profeticamente contingente con meteore

Quest’esplosione circolare che caccia empiricamente la fauna, indebolisce spasmodicamente i cactus, sprigiona dal suolo un’ignizione mercuriale, una perdita di prateria vulcanismo, erutta e riciba i suoi rivoletti interni orbicolari

Esisto in questo stupefacente contenimento orbicolare, che fluttua lungo la cloaca, come un fiore suicida in eruzione, la sua genesi che scoppia da stellati crani di frenesia sputanti feroci ammoniache usignoli su una cinetica di lava perfettamente cesellata

E attacca, ed emette spine verso amanti sparsi, ha il potere di fluttuare tra rivestimenti impenetrabili, con strisce di fulmine ai livelli superficiali di contatto corporale umano, contatto non più profondo di un facsimile sensuale, e poiché tale amore è imitazione, assume l’emblema di dualità annerita a nastro, schiacciato sotto il fumo, emettendo cellule bianche e pappagalli, cantando con un groppo in gola, i decimali saldati e rifusi dalla luce

Sono cosciente in questa […]

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