di Luigi Nacci & Lello Voce

Luigi Nacci (Trieste, 1978) è poeta e performer. Nel 1999 ha co-fondato il gruppo de “Gli Ammutinati”. Ha pubblicato in poesia: Il poema marino di Eszter (Battello stampatore, 2005), poema disumano (Cierre Grafica, 2006; Galleria Michelangelo, 2006, con CD), Inter nos/SS (Galleria Mazzoli, 2007; finalista Premio Delfini e Lorenzo Montano), Madrigale OdeSSa (Edizioni d’if, 2008; Premio Mazzacurati-Russo), odeSS (in Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2010). Ha pubblicato inoltre il saggio Trieste allo specchio (Battello stampatore, 2006) e ha curato con G. Nerli Le voci la città. Racconti e poesie per ripensare spazi e accessi (Cadmo, 2008, con CD). Ha organizzato molti eventi letterari e dal 2008 collabora stabilmente alla realizzazione del Festival Absolute Poetry. Redattore della rivista di arti&linguaggi “in pensiero”, ha un piccolo blog: www.nacciluigi.wordpress.com.


Lello Voce, (Napoli, 1957) poeta, scrittore e performer è stato tra i fondatori del Gruppo 93 e della rivista Baldus. Tra i suoi libri e CD di poesia ricordiamo Farfalle da Combattimento(Bompiani,1999), Fast Blood (MFR5/SELF, 2005) e L’esercizio della lingua (Le Lettere, 2009). I suoi romanzi sono stati riuniti ne Il Cristo elettrico (No Reply, 2006).
Ha curato L’educazione dei cinque sensi, antologia del poeta brasiliano Haroldo De Campos.
Nel 2001 ha introdotto in Italia il Poetry Slam ed è stato il primo EmCee a condurre uno slam pluringue (Big Torino 2002 / romapoesia 2002).
Ha collaborato, per la realizzazione delle sue azioni poetiche, con numerosi artisti tra cui Paolo Fresu, Frank Nemola, Luigi Cinque, Antonello Salis, Giacomo Verde, Michael Gross, Maria Pia De Vito, Canio Loguercio, Rocco De Rosa, Luca Sanzò, Ilaria Drago, Robert Rebotti, Claudio Calia.
E’ Direttore Artistico di Absolute [Young] Poetry - Cantieri Internazionali di poesia.

pubblicato domenica 13 novembre 2011
Ei fu ( e speriamo mai più sia...) Per festeggiare (in attesa di iniziare a piangere per chi lo sostituisce) piace al sottoscritto offrirvi (...)
pubblicato giovedì 21 luglio 2011
C’è un aspetto particolarmente interessante nel dialogo che, a proposito di poesia, si è sviluppato tra Bordini e Mariani su queste medesime (...)
pubblicato domenica 6 marzo 2011
Da quando, nell’ormai lontano marzo del 2001, introdussi in Italia il Poetry Slam, a proposito di Slam ne ho viste di cotte e di crude. Dal (...)
 

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a cura di Massimo Rizzante e Lello Voce

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Contro i ciofani poeti

di Luigi Nacci

Articolo postato mercoledì 15 settembre 2010

Contro i ciofani poeti


Nasci! Sii madre e padre per te stesso!
Attila József


Ho cominciato a scrivere l’anno in cui si è sciolto il Gruppo ’93. L’anno in cui è morto Emilio Villa. L’anno in cui Berluskaiser è sceso in campo per appoggiare un missino che oggi gli ha voltato le spalle. Quando sono approdato all’Università, nella seconda metà degli anni Novanta, non ero che uno studentello alle prime armi di una città di confino, di una Facoltà di Lettere decadente, che leggeva Ungaretti, Apollinaire, Govoni, Prévert, Pavese, Ginsberg, Kerouac, e che in cuffia ascoltava De Andrè, Fossati, Guccini, il primo Venditti, il primo Ruggeri, nient’altro che i soliti cantautori. I soliti poeti da Oscar Mondadori, e se non da Oscar da antologia adolescenziale. Sapevo nulla o quasi – il quasi dei manuali sottoscolastici, dell’infrasentito dire, del rapido mezzoletto in piedi in biblioteca – dei Caproni, Sereni, Fortini, Pasolini, Porta, Giudici, Rosselli, Zanzotto, Villa, Balestrini, Sanguineti, Pagliarani, Raboni, Roversi, Spatola, Vicinelli, Costa, e ancor meno – nemmeno un sentitodiresottovoce – della generazione dei FrascaMagrelliValdugaVoce (e di quelli venuti dopo nemmeno l’ombra di un borino fuoristagione). Informarsi su quanto stesse accadendo nel resto dell’Itaglietta attraverso internet was niet possible (ché Internet non c’era, e se c’era, era per me come il Cubo di Rubik; per non parlare dei mobile phones: il primo Motorola di mezzo chilo mi passò tra le mani alla fine del 1997), e le poche letture che venivano organizzate nella mia ridente necropoli erano per lo più sfoghi ottocenteschi, rigurgiti pocomitteleuropei, in un italiano malmasticato o in un annacquato vernacolo da oratorio.

Tutto è cambiato quando ho incontrato altri disperati scriba come me, nel 1999. Coetanei che vagavano incazzati e senza pace, saltando da un’oscura via di città vecchia all’altra. Non ci conoscevamo, eppure tutti desideravamo la stessa cosa. Cresciuti in un cimitero a cielo aperto, rivolto ad un gloriosasburgico passato che forse così gloriousfranzjoseph non era mai stato, volevamo mettere le parole nella voce, e volevamo che la voce cacciasse le lapidialvalorletterario e i bustidibronzo sei o sette piedi sottoterra. Volevamo tirar fuori la voce, e pure la faringe all’occorrenza, e pure lo stomaco, e gli intestini. Abbiamo iniziato a leggere in pubblico perché ne sentivamo la necessità, era una questione fisica, muscolare, duodenale. Pensavamo che le nostre parole avrebbero potuto rovesciare i volti tristi e cadenti che incrociavamo sugli autobus, avrebbero potuto mettere sottosopra i caffè storici, avrebbero svegliato le menti migliori della nostra generazione dal torpore che avvertivamo diffondersi mediaticamente. Niente di nuovo sul fronte euocentricoccidentale: pensavamo che la poesia avrebbe potuto ribaltare il mondo, come un devastante refolo di bora nera (Visions! omens! hallucinations! miracles! ecstasies!). Non sopportavamo la poesia da torretta d’avorio, da salottino volemosebbene, da iniziati orfici, da specializzandi in filologia romanza. Sì perché un po’ di poesia italica del secondo Novecento avevamo iniziato a leggerla anche noi. E ci sembrava spesso così lontana, spesso così muta, spesso così romanomilanese, spesso così arrogante nella propria pretesa di essere illuminante e foriera di chissà quale veritas accessibile a quattrogatti. A me (forse potrei dire a noi) piaceva gente tipo Majakoskij, gente che non le mandava a dire. Non solo gente così, anche gente che le cose le diceva pianopiano, o che le sussurravasssst, ma mai gente che le mandava a dire. E così nemmeno noi ce le mandavamo a dire. Ci criticavamo, ci facevamo male assai, ci distruggevamo, perché nella voce avevamo nidiate di Fenici, e ci piaceva abbattere l’opera altrui per vedere nascere qualcosa di nuovo dalla cenere. Avevamo poco, poco o niente in comune poeticamente, ma avevamo tutti la stessa cupiditas fremente di comunicare, fosse in strada o in un’osteria o in un teatro, dovevamo parlare a qualcuno, anche se oltrelerighe, anche se con parole imprecise, ritmi sbagliati, rime facili. Il passo successivo, quello di organizzare dibattiti, rassegne, festival, è stata la naturale prosecuzione del cammino precedente. Volevamo confrontarci, guardare in faccia gli altri poeti che leggevamo in riviste o antologie, parlare con loro, ascoltare le loro voci, volevamo criticarli e volevamo da loro essere criticati. Abbiamo chiesto finanziamenti, imparato cos’è la burokrazia, cercato spazi, noleggiato attrezzature, prenotato alberghi, riempito ristoranti, portato a zonzo poeti ciofani e non, li abbiamo sistemati nei nostri letti, gli abbiamo offerto i nostri vinelli, regalato i nostri versi ciclostilati e li abbiamo pagati (quasi sempre, anche se poco, anche se un misero rimborsospeseminime). Pensavamo che la poesia non fosse solo lì, nella pagina, e nemmeno solo lì, nella voce, ma anche nel corpo del poeta, ragion per cui del corpo del poeta avevamo bisogno (e rispetto!), lo dovevamo toccare, dovevamo mangiare alla stessa tavola, espletare i nostri bisogni nello stesso bagno.
Se non avessi incontrato quegli scribammutinati, se non li avessi cercati, se non ci fossimo cercati a vicenda, forse avrei smesso di scrivere a vent’anni (e forse sarebbe stato meglio, starete pensando, e non fate peccato a pensarlo). Perché di essere pubblicato su “Poesia” non me ne fregava un cazzo. Volevo fare come Cecco: il mondo arderlo, tempestarlo poi annegarlo poi mandarlo a picco. E poi rifarlo.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio bombarolo molti ciofani poeti italioti sono venuti allo scoperto. Alcuni volevano solo mettersi in vetrina, altri invece no, avevano cose da dire, alcuni addirittura sapevano dirle bene, le cose. Basti pensare al furor antologico di quegli anni (e mi fermerò al 2006, perché mi pare – ma smentitemi pure – che di lì a poco la spinta si sia smorzata): L’opera comune. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 1999; I cercatori d’oro. Sei poeti scelti, 2000; I poeti di vent’anni, 2000; Gli Ammutinati, 2000; Nodo sottile, 2000; Nodo sottile 2, 2001; Dieci poeti italiani, 2002; Nodo sottile 3, 2002; Parco poesia. Primo festival della Giovane poesia italiana 2003; Quattro poeti, 2003; Tutta la forza della poesia. Il talento, l’esperienza, la scintilla, 2003; Lavori di scavo. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 2004; Di sale, sole e di altre parole. La nuova generazione in poesia a Trieste. Iz soli in sonca in drugih besed. Nova generacija v tržaški poeziji, 2004; Nuovissimi poeti italiani, 2004; If music be the food of love, play on, 2004; Oltre il tempo. Undici poeti per una metavanguardia, 2004; Nodo sottile 4, 2004; Parco poesia 2004; Conatus. L’utopia come bisogno, la poesia come soluzione, 2005; Poeti circus. I nuovi poeti italiani intorno ai trent’anni, 2005; Samiszdat. Giovani poeti d’oggi, 2005; La qualificazione urbana e altre poesie, 2005; Il presente della poesia italiana. Nuova antologia di poesia contemporanea, 2006; Poeti italiani underground, 2006; Incastri metrici, 2006. E come non menzionare i Quaderni di poesia italiana curati da Franco Buffoni, usciti a partire dal 1991 e arrivati quest’anno al decimo volume? Si potrebbero aggiungere alla lista altre antologie, nonché quelle che hanno messo accanto ad autori ciofani autori più maturi, come ad esempio Ma il cielo è sempre più blu. Album della nuova poesia italiana (2002), Poesia del dissenso I e II (2004, 2006), Nuovi poeti italiani (in "Nuova Corrente", n. 52, 2005), o La linea del Sillaro (2006). Che si tratti di antologie generiche, in cui gli autori vengono selezionati sul gusto easy del curatore, attraverso criteri localistici, anagrafici, oppure antologie di movimento, nate per sostenere un’idea forte di poetica, poco importa. Un montón de jóvenes aveva voglia di tirare la testa fuori dal fango e dire ‘oh, estoy aquí y tengo palabras para vosotros!’ (cfr.: qui). E c’erano anche ciofani che avevano voglia di tirare fuori dal limo le mani, gli avambracci, i bicipiti. Per fare riviste, o metter su convegni, reading (e negli ultimi anni anche slam). In Piemonte il gruppo della rivista “Atelier” e Sparajurij; in Lombardia Dome Bulfaro, che è riuscito a coinvolgere molti ciofani attorno al progetto di PoesiaPresente; in Veneto il Porto dei Benandanti; in Friuli Venezia Giulia Gli Ammutinati e i Trastolons; in Emilia Romagna il gruppo della rivista “Daemon”, e poi iniziative promosse da ciofani come Matteo Fantuzzi, Stefano Massari, Alessandro Ansuini, Isabella Leardini; in Toscana si sono dati da fare ciofani come Francesca Matteoni, Marco Simonelli, Alessandro Raveggi, Martino Baldi; nelle Marche Luigi Socci, Valerio Cuccaroni e il gruppo NieWiem, Alessandro Seri e il gruppo di "Licenze poetiche"; nel Lazio i ciofani che hanno collaborato a Romapoesia, oltre a "La Camera Verde"; in Puglia Rossano Astremo e Luciano Pagano. Et cetera et cetera. Sono nomirandom, i primi che mi sono venuti in mente (non si offendano quelli che ho dimenticato), ciofanpoeti che ho conosciuto, che ho visto lavorare alacremente per un’idea, non per soldi e nemmeno per gloria, ché la gloria transit e la poesia non ti fa andare in television, né trasforma un contratto a progetto in uno a tempo indeterminato. Molti dei citati continuano ancora, hanno ancora voglia di sporcarsi le manine e, a dire il vero, più tanto ciofanpoeti non sono. Stiamo tutti veleggiando verso i 35, i 40, 45. Per il mercato del lavoro siamo fuoritarget, invece per il pascolo della poesia nostrana, dicono i pastorelli attempati, siamo ancora vitellini che si devono fare (e poi un giorno, d’un tratto, ci diranno in quarta di copertina che siamo manzidamacello, ah).

Quello che mi domando è dove si siano ficcati i ciofani poeti d’oggi. Quelli di 20, 25 anni, per intenderci. Oh ciofincelli, dove siete finiti? A parte scrivere versi, leggiucchiare, studiacchiare all’Università, lavoricchiare precariamente (uh, non vi lamentate mica, perché anche noi, che abbiamo più artrosi di voi, c’abbiamo dei contratti da sputarci su fino a esaurire la saliva), scribacchiare su feisbuk e sui vostri privateblogs, farvi anche giustamente i cavolfiori vostri, aparteciò, in do’ state?
Le letture, i dibattiti, i convegni, i festival, li organizzate?
Le riviste, di carta o sul web, le case editrici, clandestine&senzaschei, le fondate, le fate?
Con altri poeti, per demolirvi amorevolmente, vi incontrate?
I poeti che vi hanno preceduto, li leggete?
Le poesie degli altri, le recensite, le stroncate?
Una poetica, ce l’avete?
Il mondo, lo volete fare a pezzi?
Rispondete a queste domande, ciofinetti, e solo poi dite se avete pubblicato un libro. Il libro viene alla fine. Serve a mettere un punto. Se pensate che il poeta debba starsene tutto il dì placidamente disteso sul sofà di casetta a rimuginare sul destino proprio e delle altrui genti, allora non rispondete. Se pensate che il compito del poeta si esaurisca nella scrittura, non rispondete. Se pensate che il poeta non debba insudiciarsi le mani, non rispondete. Lo so che vi provoco. Ma vi provoco perché vi voglio vedere in faccia. Perché mi interessa sapere se esistete. E per piacere, non dite che tutto è cambiato, che apparteniamo a generazioni differenti, che la vita l’è dura. Non dite che avete spedito i vostri dattiloscritti a qualche seniorpoet e non avete ottenuto risposta. Non dite che avete chiesto a qualche seniorpoet di essere invitati e non siete stati invitati. Non dite che i seniorpoets non vi danno spazio. Non dite quello che gli altri non vi danno. Dite se voi date qualcosa. Se avete braccia per sgomitare. Se avete orecchi per seguire il consiglio del dèmone (Stănescu): trasforma il tuo occhio in parola / il naso e la bocca / l’organo virile della procreazione, / i piedi che corrono, / i capelli che hanno preso a imbianchire / la troppo spesso curvata spina dorsale – / trasformati in parole, in fretta, finché c’è tempo!
Dite se avete la forza di lottare per quello che desiderate o se (Guy Debord) vi accontentate di desiderare quello che trovate.

106 commenti a questo articolo

Contro i ciofani poeti
2010-09-21 15:07:43|di Francesca Matteoni

Caro Luigi e tutti, arrivo tardi, come al solito, e non sono riuscita a leggere tutti i commenti, ma vorrei dire qualcosa. La mia reazione al tuo appello e alla sue domande è controversa. L’esperienza "sociale" della poesia per me è arrivata nel 2001-2002, con i laboratori di Semicerchio a Firenze prima e con le antologie del Nodo Sottile, poi. Per la prima volta ho sentito di appartenere ad un gruppo, ho trovato miei coetanei con cui parlare di poesia, abbiamo iniziato a realizzare eventi insieme, sotto la generosa supervisione di Vittorio Biagini e Andrea Sirotti - soprattutto sono nate amicizie per me fondamentali, al di là delle poetiche o anche degli stili di vita differenti. Perchè dietro la materia poetica (e prima) c’è quella umana che grida sempre più forte. Così mi chiedo spesso cosa i più giovani di me (ma anche tutti gli altri, ed è interessante in questo senso la risposta di Stefano Massari), possano condividere davvero, se possono comunicare attraverso di lei, sentirsi meno soli, dare voce all’inutile che è l’unica cosa che ci tiene a galla. Penso anche se hanno il mio stesso timore, che non è esattamente diminuito con gli anni, di essere inopportuni nel contattare altri poeti, scrittori, critici, di trovarsi sempre al posto sbagliato - come un paio di scarpe da tip tap ad un funerale. Perchè, e lo si sa, nell’ambiente letterario italiano, al di là e malgrado la qualità dei singoli, ci sono tali dosi di freddezza, di snobismo, di frustrazione (più che comprensibile...), e spesso d’incapacità di vedere il mondo e le vite fuori dalla pagina, da paralizzare e scoraggiare in partenza. Dopo ogni "cosa pubblica" torno a casa sfiancata e demotivata. Non importa quanti complimenti, quanta gente che stimo, quanti bei discorsi ci siano stati. Devo fare uno sforzo notevole per ricordarmi perchè scrivo, per tornare all’indipendenza delle mie scelte e della mia persona - per quanto assurda o fuoritempo essa sia. Devo recuperare la forza primigenia e assolutamente anarchica degli otto anni, delle letture e delle scritture di allora, quando di convegni letterari o dibattiti non avevo mai sentito parlare. La cosa più bella degli ultimi incontri a cui sono stata non è stato leggere e sentire discorsi pubblici sulla poesia - piuttosto parlare dei fatti nostri, comprese le bischerate, con gli altri. Così mi dico, forse le nuove generazioni - che poi sono persone che hanno dai 5 ai 10 anni meno di me - vedono già quest’asfissia che coglie non solo soggetti paranoici e un tantino fragilini quale la sottoscritta, ma anche i più combattivi e decisi. E se ne stanno a leggere e lavorare per i fatti loro. Forse è l’impressione sempre più concreta che da una parte stia la poesia (intesa non come libri da leggere, ma appunto come incontri, convegni, etc etc), dall’altra le cose vive, che impedisce alla generazione nascente di esprimersi in iniziative pubbliche e collettive, e che d’altro canto àncora la generazione agonizzante (la nostra), al tentativo di uscire, trovare nuovi territori e forme per lo strumento poetico. Luigi tu chiedi se si ha, se i più giovani hanno, la forza di lottare per quello che desiderano. Io mi chiedo quanto questa lotta vada di pari passo o ostacoli la forza necessaria per stare sul proprio cammino (parola che conosci bene), e se la vera sfida non sia emergere in un panorama che la poesia, ma la letteratura in genere non la vuole, quanto piuttosto far sì che la necessità, l’amore della scrittura non si converta in amarezza prima ancora che in condivisione. Spero di non essere stata troppo confusa e detto questo, mi auguro che tale dibattito possa uscire dalla rete.


Contro i ciofani poeti
2010-09-21 11:58:43|di annaruzz’

nacci scusa, ma in questo post sembri più aperto e ottimista di quel che dal vivo dai a vedere.
io son contenta che tu faccia un appello ai ciofani (o scofani) poeti d’oggi, però se posso (amorevolmente) muovere una critica: live non fai l’effetto di uno che vorrebbe accogliere sotto le proprie poetiche ascelle protettrici nuovi ciofani da ascoltare (o auscultare, a seconda del battito del loro poetare).
un consiglio affettuoso: ai reading, agli slam, tu e tutti gli altri poeti, evitate di rinchiudervi a circolo. sensazione mia che non è necessariamente vera, è che siate un circolo e che non vogliate aprirvi al nuovo.
sensazione, eh. le intenzioni voglio credere siano aprirsi al nuovo. anzi, ne sono convinta. ma come atteggiamento, io percepisco più chiusura che voglia di nuovo.
altra critica: tu parli di trst asburgica ripiegata sul proprio ombelico. tutto vero, o meglio: ti credo perché quella trieste lì, negli anni ’90, non l’ho vista.
ma potrei dire le stesse identiche cose della giovinastra pordenone, che prima di pordenonelegge non sapeva nemmeno cosa fosse un festival e cosa volesse dire far incontrare giovani e vecchi letterati in un luogo non convenzionale che non fosse un salottino letterario (e anche adesso, se noti, la sensazione è che qui la gente non sia ancora pronta a incontrare e confrontarsi con la letteratura, ma ho fiducia nei giovani). quindi, occhio a come possono falsare la percezione della realtà l’età e l’esperienza di vita personale, perché se è vero che l’ambiente e il posto dove vivete sono stati sfavorevoli a incontri e confronti, e che siete stati bravi a mettervi assieme per criticarvi, son cose che succedono in molti posti.
ti/vi abbraccio, con convinto affetto.
annerrima


Contro i ciofani poeti
2010-09-19 15:19:27|di enrico dignani

Il magna magna

Il delinquere autorizzato
Non è delinquere

Se non siete capaci di reazione
Baciate la mazza,
Muti e rassegnati.

Prima viene l’idea,
Poi viene il credo,
Poi viene la fede,
Capito l’andazzo
Se me ne viene qualcosa
Sono fedele,
Militante,
Furbetto.
Ma si può dare qualcosa a tutti?
Certo!
Un sistema,
Una patria,
Un debito pubblico,
Un sacerdote,
Un magistrato,
Una puttana,
Eppoi , senza eppoi.


Contro i ciofani poeti
2010-09-19 10:38:18|di matteo fantuzzi

eviterei anche la piega del "lei non sa chi sono io". "lei non sa che cosa ho fatto". bubbole. volete una medaglia ? non arriverà. lavorate (lavoriamo) sulla prossima poesia. sulla prossima azione. però lavoriamo.

fare, fare, fare. e non guardarsi indietro su cosa si è fatto.
la mia grande paura rimane l’omertà.


Contro i ciofani poeti
2010-09-19 01:03:55|di Marco Simonelli

Questo è un flashback pazzesco.
Soprattutto l’atteggiamento majakowskiano/vladimiresco nei confronti della vita/arte. Anch’io sono stato bello e ventiduenne (anche se oggi a guardarmi allo specchio stento a crederlo). Ora ne ho trentuno e forse il mio atteggiamento è più achmatoviano, ma un’achmatova delle prime poesie, un’achmatova drag di paolo poli. Forse è così perché sotto sotto adesso un po’ lo temo l’atteggiamento majakowskiano maledetto bucowskiano baudelairiano: mica fa bene, alla lunga!
Ma queste son robe personalistiche assai.
Ora: mi sembra che la spinta naccesca di questo post sia arrivata. Per corrispondenze biografiche/propulsioni/provocazioni d’incazzati sensi. A tutti, credo, in modo differente. L’autodisamina storica che Luigi ha fatto della sua esperienza sinceramente mi spingerebbe a fare altrettanto. Un argomento interessante per me è "come hai iniziato a scrivere", non un mero brogliaccio di accidenti biografici, ma una contestualizzazione geopolitica, fisica, biologica, storica.
Non un curriculum, un’esperienza.


Contro i ciofani poeti
2010-09-18 22:40:05|di azzurra de paola

il conflitto è bello perché è passione.
ma mi permetta di dirle una cosa (scritta da uno scrittore ben più illustre di me): quando si asserisce di amare i gatti e facciamo nostra questa passione, tendiamo inevitabilmente a dimostrare agli altri quanto i gatti siano belli. e se la forza della nostra passione convince l’interlocutore che il gatto è un bell’animale, abbiamo un altro amante dei gatti che, a sua volta, vorrà convincere gli altri.

è bella la passione, è bello il conflitto.
sono le idee che kant mette addirittura ne La critica della ragion Pura, alla base delle idee innate.
è bello scaldarsi, alzare la voce. è bello battere i pugni sul tavolo.
dio se è bello.
ma sa cosa c’è alla fine dei suoi pugni e della sua voce?
le altre persone.


Contro i ciofani poeti
2010-09-18 22:34:27|di azzurra de paola

mi piace sentir parlare.
lei non mi conosce e va bene, credere o meno.
ma amo la gente che parla.
non amo la gente che insegna.
quanto alla gavetta, alla confraternita, alle risate in faccia...
...c’è chi è pronto a rialzarsi e chi cade.
sarebbe bello un mondo dove le persone si rispettano per quello che sono, capaci o incapaci.
mettiamola così (per essere chiari): io non farei mai del sarcasmo dalla mia poltrona solo perchè ho un blog, i convegni, i festivals, i libri, le riviste, i fans, i discepoli e chi più ne ha più ne metta.
forse sono incline al vittimismo.
ma sono anche una che lavora sodo.
e mi creda, dell’ufficetto in centro con la "colazione da tiffany" non me ne frega niente. io amo scrivere. e sarei perfino d’accordo con lei (il suo essere contro il potere, i furbetti, gli arrivisti) se non fosse che, per me ciofane poeta, il potere è lei.
ma lo dico con grande ironia (e autoironia). perché tanto le cose sono quello che sono ed è inutile parlarne, lavoriamo tutti per essere il meglio di noi stessi - che mi sembra un buon proposito condivisibile da tutti.


Contro i ciofani poeti
2010-09-18 17:28:25|di 666

Ma voi sapevate che proprio nel XXI secolo il più grande poeta di tutti i tempi ha scelto di scrivere in lingua italiana?

Satana
LITURGIA INFERNALE
Società Editrice Il Ponte Vecchio


Contro i ciofani poeti
2010-09-18 15:32:20|di fabio teti

"la prossima poesia" ridiscute tutto. questo credo sia la cosa più importante, la prima su cui discutere (e ridiscutere).

f.t.


Contro i ciofani poeti
2010-09-18 15:23:18|di stefanomassari

ciao a tutti ..
ho cercato di leggere tutti gli interventi . ansu mi ha segnalato il thread . l’immortale ansu . mi viene una domanda . che faccio a me stesso e ve la giro . per la prima volta organizzo un premio (faccenda molto complicata - sotto ogni aspetto - anche considerando cosa ho sempre pensato dei premi in generali) concependolo un po’ come altro possibile strumento di diffusione di buona poesia (altro nn è infine per me - occasione per leggere e far leggere) il bazzanopoesia segna otto finalisti di cui 5 sono assolutamente degli sconosciuti (pur leggendo ormai da vent’anni come un forsennato tutto il possibile ’ovunque’ ) e scopri 5 poeti/e di un certo spessore completamente al di fuori dai circuiti più o meno conosciuti (parlo del mezzosottobosco in cui noi tutti agiamo da molti anni) e queste cinque persone hanno molto più di 25 anni .. andiamo dai 30 ai 50 anni (sto sintetizzando quindi sarò sicuramente impreciso) e mi sono chiesto .. oltre che imparare a costruire qualcosa per aiutare quelli che verranno dopo di me a essere migliori di me - cosa posso fare invece per queste voci cresciute così ’mature’ eppure assolutamente sconosciute ? chi di voi ha mai sentito parlare di Barbara Pumhosel? Tiziana Ciaralli?Maria Gabriella Canfarelli ? Daniela Maurizi (segnalata e non finalista ma per pochissimo) ? di Domenica Mauri ? forse ( e ne tengo conto ) m’è sfuggito qualcosa in questi anni pur stando in trincea quotidianamente ? allora che facciamo ? ricominciamo con la questione generazionale ? Gugl dall’alto della sua grandissima maturità poetica (autore e operatore da seguire e ascoltare con la massima attenzione ) dice quello che ormai qui da noi è una verità decennale .. la poesia è sempre contemporanea .. sempre .. non riesco a rispondere ai tantissimi nodi che la discussione ha intrecciato .. ma sono tutti ’cruciali’ . da una parte e dall’altra . nacs (super nacci) fa bene a sollevare il polverone (sbagliando in alcuni passi e facendo bene in altri) perché è la passione per l’uomo che ci guida tutti .. i pulpiti gli scranni gli altari sono sempre lì nell’ombra pronti a schiaffartisi sotto i piedi non appena apri bocca mentre invecchi e (ai più giovani qui dico)è una battaglia quotidiana pesantissima sfuggirgli e rimanere lucidi .. perché poi in fondo che cazzaccio abbiamo fatto noi prima ? soprattutto perché non smettiamo ? io partirei dalle intenzioni nostre profonde . dal perché lo stiamo facendo e non vogliamo smettere ..centi (e lo racconto soprattuto a guidone gallerani che ha capito molto molto bene molte molte cose)una volta mi disse che avrebbe voluto fare un volo intorno al pianeta ..galleggiare nello spazio infinito e guardare il mondo come un insieme di piccole luci .. ogni luce la voce di un uomo - di ascoltarle tutte - diffonderle e conservarne memoria ’vivo per questo sogno matto’ diceva.. ogni volta si ricomincia da capo .. non si è niente per sempre .. la prossima poesia ridiscute tutto .. ogni azione è sempre nuova .. e come se fosse sempre la prima volta .. le carrierine sono la truffa più grande del nostro tempo.. boh non so.. magari non c’entra un cazzo quello che dico .. ma mi ha mosso l’energia che ho visto circolare .. ne avevo voglia e continuo a leggervi .. non mollate .. mai .. ste


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