di Luigi Nacci & Lello Voce

Luigi Nacci (Trieste, 1978) è poeta e performer. Nel 1999 ha co-fondato il gruppo de “Gli Ammutinati”. Ha pubblicato in poesia: Il poema marino di Eszter (Battello stampatore, 2005), poema disumano (Cierre Grafica, 2006; Galleria Michelangelo, 2006, con CD), Inter nos/SS (Galleria Mazzoli, 2007; finalista Premio Delfini e Lorenzo Montano), Madrigale OdeSSa (Edizioni d’if, 2008; Premio Mazzacurati-Russo), odeSS (in Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2010). Ha pubblicato inoltre il saggio Trieste allo specchio (Battello stampatore, 2006) e ha curato con G. Nerli Le voci la città. Racconti e poesie per ripensare spazi e accessi (Cadmo, 2008, con CD). Ha organizzato molti eventi letterari e dal 2008 collabora stabilmente alla realizzazione del Festival Absolute Poetry. Redattore della rivista di arti&linguaggi “in pensiero”, ha un piccolo blog: www.nacciluigi.wordpress.com.


Lello Voce, (Napoli, 1957) poeta, scrittore e performer è stato tra i fondatori del Gruppo 93 e della rivista Baldus. Tra i suoi libri e CD di poesia ricordiamo Farfalle da Combattimento(Bompiani,1999), Fast Blood (MFR5/SELF, 2005) e L’esercizio della lingua (Le Lettere, 2009). I suoi romanzi sono stati riuniti ne Il Cristo elettrico (No Reply, 2006).
Ha curato L’educazione dei cinque sensi, antologia del poeta brasiliano Haroldo De Campos.
Nel 2001 ha introdotto in Italia il Poetry Slam ed è stato il primo EmCee a condurre uno slam pluringue (Big Torino 2002 / romapoesia 2002).
Ha collaborato, per la realizzazione delle sue azioni poetiche, con numerosi artisti tra cui Paolo Fresu, Frank Nemola, Luigi Cinque, Antonello Salis, Giacomo Verde, Michael Gross, Maria Pia De Vito, Canio Loguercio, Rocco De Rosa, Luca Sanzò, Ilaria Drago, Robert Rebotti, Claudio Calia.
E’ Direttore Artistico di Absolute [Young] Poetry - Cantieri Internazionali di poesia.

pubblicato domenica 13 novembre 2011
Ei fu ( e speriamo mai più sia...) Per festeggiare (in attesa di iniziare a piangere per chi lo sostituisce) piace al sottoscritto offrirvi (...)
pubblicato giovedì 21 luglio 2011
C’è un aspetto particolarmente interessante nel dialogo che, a proposito di poesia, si è sviluppato tra Bordini e Mariani su queste medesime (...)
pubblicato domenica 6 marzo 2011
Da quando, nell’ormai lontano marzo del 2001, introdussi in Italia il Poetry Slam, a proposito di Slam ne ho viste di cotte e di crude. Dal (...)
 

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a cura di Massimo Rizzante e Lello Voce

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Contro i ciofani poeti

di Luigi Nacci

Articolo postato mercoledì 15 settembre 2010

Contro i ciofani poeti


Nasci! Sii madre e padre per te stesso!
Attila József


Ho cominciato a scrivere l’anno in cui si è sciolto il Gruppo ’93. L’anno in cui è morto Emilio Villa. L’anno in cui Berluskaiser è sceso in campo per appoggiare un missino che oggi gli ha voltato le spalle. Quando sono approdato all’Università, nella seconda metà degli anni Novanta, non ero che uno studentello alle prime armi di una città di confino, di una Facoltà di Lettere decadente, che leggeva Ungaretti, Apollinaire, Govoni, Prévert, Pavese, Ginsberg, Kerouac, e che in cuffia ascoltava De Andrè, Fossati, Guccini, il primo Venditti, il primo Ruggeri, nient’altro che i soliti cantautori. I soliti poeti da Oscar Mondadori, e se non da Oscar da antologia adolescenziale. Sapevo nulla o quasi – il quasi dei manuali sottoscolastici, dell’infrasentito dire, del rapido mezzoletto in piedi in biblioteca – dei Caproni, Sereni, Fortini, Pasolini, Porta, Giudici, Rosselli, Zanzotto, Villa, Balestrini, Sanguineti, Pagliarani, Raboni, Roversi, Spatola, Vicinelli, Costa, e ancor meno – nemmeno un sentitodiresottovoce – della generazione dei FrascaMagrelliValdugaVoce (e di quelli venuti dopo nemmeno l’ombra di un borino fuoristagione). Informarsi su quanto stesse accadendo nel resto dell’Itaglietta attraverso internet was niet possible (ché Internet non c’era, e se c’era, era per me come il Cubo di Rubik; per non parlare dei mobile phones: il primo Motorola di mezzo chilo mi passò tra le mani alla fine del 1997), e le poche letture che venivano organizzate nella mia ridente necropoli erano per lo più sfoghi ottocenteschi, rigurgiti pocomitteleuropei, in un italiano malmasticato o in un annacquato vernacolo da oratorio.

Tutto è cambiato quando ho incontrato altri disperati scriba come me, nel 1999. Coetanei che vagavano incazzati e senza pace, saltando da un’oscura via di città vecchia all’altra. Non ci conoscevamo, eppure tutti desideravamo la stessa cosa. Cresciuti in un cimitero a cielo aperto, rivolto ad un gloriosasburgico passato che forse così gloriousfranzjoseph non era mai stato, volevamo mettere le parole nella voce, e volevamo che la voce cacciasse le lapidialvalorletterario e i bustidibronzo sei o sette piedi sottoterra. Volevamo tirar fuori la voce, e pure la faringe all’occorrenza, e pure lo stomaco, e gli intestini. Abbiamo iniziato a leggere in pubblico perché ne sentivamo la necessità, era una questione fisica, muscolare, duodenale. Pensavamo che le nostre parole avrebbero potuto rovesciare i volti tristi e cadenti che incrociavamo sugli autobus, avrebbero potuto mettere sottosopra i caffè storici, avrebbero svegliato le menti migliori della nostra generazione dal torpore che avvertivamo diffondersi mediaticamente. Niente di nuovo sul fronte euocentricoccidentale: pensavamo che la poesia avrebbe potuto ribaltare il mondo, come un devastante refolo di bora nera (Visions! omens! hallucinations! miracles! ecstasies!). Non sopportavamo la poesia da torretta d’avorio, da salottino volemosebbene, da iniziati orfici, da specializzandi in filologia romanza. Sì perché un po’ di poesia italica del secondo Novecento avevamo iniziato a leggerla anche noi. E ci sembrava spesso così lontana, spesso così muta, spesso così romanomilanese, spesso così arrogante nella propria pretesa di essere illuminante e foriera di chissà quale veritas accessibile a quattrogatti. A me (forse potrei dire a noi) piaceva gente tipo Majakoskij, gente che non le mandava a dire. Non solo gente così, anche gente che le cose le diceva pianopiano, o che le sussurravasssst, ma mai gente che le mandava a dire. E così nemmeno noi ce le mandavamo a dire. Ci criticavamo, ci facevamo male assai, ci distruggevamo, perché nella voce avevamo nidiate di Fenici, e ci piaceva abbattere l’opera altrui per vedere nascere qualcosa di nuovo dalla cenere. Avevamo poco, poco o niente in comune poeticamente, ma avevamo tutti la stessa cupiditas fremente di comunicare, fosse in strada o in un’osteria o in un teatro, dovevamo parlare a qualcuno, anche se oltrelerighe, anche se con parole imprecise, ritmi sbagliati, rime facili. Il passo successivo, quello di organizzare dibattiti, rassegne, festival, è stata la naturale prosecuzione del cammino precedente. Volevamo confrontarci, guardare in faccia gli altri poeti che leggevamo in riviste o antologie, parlare con loro, ascoltare le loro voci, volevamo criticarli e volevamo da loro essere criticati. Abbiamo chiesto finanziamenti, imparato cos’è la burokrazia, cercato spazi, noleggiato attrezzature, prenotato alberghi, riempito ristoranti, portato a zonzo poeti ciofani e non, li abbiamo sistemati nei nostri letti, gli abbiamo offerto i nostri vinelli, regalato i nostri versi ciclostilati e li abbiamo pagati (quasi sempre, anche se poco, anche se un misero rimborsospeseminime). Pensavamo che la poesia non fosse solo lì, nella pagina, e nemmeno solo lì, nella voce, ma anche nel corpo del poeta, ragion per cui del corpo del poeta avevamo bisogno (e rispetto!), lo dovevamo toccare, dovevamo mangiare alla stessa tavola, espletare i nostri bisogni nello stesso bagno.
Se non avessi incontrato quegli scribammutinati, se non li avessi cercati, se non ci fossimo cercati a vicenda, forse avrei smesso di scrivere a vent’anni (e forse sarebbe stato meglio, starete pensando, e non fate peccato a pensarlo). Perché di essere pubblicato su “Poesia” non me ne fregava un cazzo. Volevo fare come Cecco: il mondo arderlo, tempestarlo poi annegarlo poi mandarlo a picco. E poi rifarlo.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio bombarolo molti ciofani poeti italioti sono venuti allo scoperto. Alcuni volevano solo mettersi in vetrina, altri invece no, avevano cose da dire, alcuni addirittura sapevano dirle bene, le cose. Basti pensare al furor antologico di quegli anni (e mi fermerò al 2006, perché mi pare – ma smentitemi pure – che di lì a poco la spinta si sia smorzata): L’opera comune. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 1999; I cercatori d’oro. Sei poeti scelti, 2000; I poeti di vent’anni, 2000; Gli Ammutinati, 2000; Nodo sottile, 2000; Nodo sottile 2, 2001; Dieci poeti italiani, 2002; Nodo sottile 3, 2002; Parco poesia. Primo festival della Giovane poesia italiana 2003; Quattro poeti, 2003; Tutta la forza della poesia. Il talento, l’esperienza, la scintilla, 2003; Lavori di scavo. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 2004; Di sale, sole e di altre parole. La nuova generazione in poesia a Trieste. Iz soli in sonca in drugih besed. Nova generacija v tržaški poeziji, 2004; Nuovissimi poeti italiani, 2004; If music be the food of love, play on, 2004; Oltre il tempo. Undici poeti per una metavanguardia, 2004; Nodo sottile 4, 2004; Parco poesia 2004; Conatus. L’utopia come bisogno, la poesia come soluzione, 2005; Poeti circus. I nuovi poeti italiani intorno ai trent’anni, 2005; Samiszdat. Giovani poeti d’oggi, 2005; La qualificazione urbana e altre poesie, 2005; Il presente della poesia italiana. Nuova antologia di poesia contemporanea, 2006; Poeti italiani underground, 2006; Incastri metrici, 2006. E come non menzionare i Quaderni di poesia italiana curati da Franco Buffoni, usciti a partire dal 1991 e arrivati quest’anno al decimo volume? Si potrebbero aggiungere alla lista altre antologie, nonché quelle che hanno messo accanto ad autori ciofani autori più maturi, come ad esempio Ma il cielo è sempre più blu. Album della nuova poesia italiana (2002), Poesia del dissenso I e II (2004, 2006), Nuovi poeti italiani (in "Nuova Corrente", n. 52, 2005), o La linea del Sillaro (2006). Che si tratti di antologie generiche, in cui gli autori vengono selezionati sul gusto easy del curatore, attraverso criteri localistici, anagrafici, oppure antologie di movimento, nate per sostenere un’idea forte di poetica, poco importa. Un montón de jóvenes aveva voglia di tirare la testa fuori dal fango e dire ‘oh, estoy aquí y tengo palabras para vosotros!’ (cfr.: qui). E c’erano anche ciofani che avevano voglia di tirare fuori dal limo le mani, gli avambracci, i bicipiti. Per fare riviste, o metter su convegni, reading (e negli ultimi anni anche slam). In Piemonte il gruppo della rivista “Atelier” e Sparajurij; in Lombardia Dome Bulfaro, che è riuscito a coinvolgere molti ciofani attorno al progetto di PoesiaPresente; in Veneto il Porto dei Benandanti; in Friuli Venezia Giulia Gli Ammutinati e i Trastolons; in Emilia Romagna il gruppo della rivista “Daemon”, e poi iniziative promosse da ciofani come Matteo Fantuzzi, Stefano Massari, Alessandro Ansuini, Isabella Leardini; in Toscana si sono dati da fare ciofani come Francesca Matteoni, Marco Simonelli, Alessandro Raveggi, Martino Baldi; nelle Marche Luigi Socci, Valerio Cuccaroni e il gruppo NieWiem, Alessandro Seri e il gruppo di "Licenze poetiche"; nel Lazio i ciofani che hanno collaborato a Romapoesia, oltre a "La Camera Verde"; in Puglia Rossano Astremo e Luciano Pagano. Et cetera et cetera. Sono nomirandom, i primi che mi sono venuti in mente (non si offendano quelli che ho dimenticato), ciofanpoeti che ho conosciuto, che ho visto lavorare alacremente per un’idea, non per soldi e nemmeno per gloria, ché la gloria transit e la poesia non ti fa andare in television, né trasforma un contratto a progetto in uno a tempo indeterminato. Molti dei citati continuano ancora, hanno ancora voglia di sporcarsi le manine e, a dire il vero, più tanto ciofanpoeti non sono. Stiamo tutti veleggiando verso i 35, i 40, 45. Per il mercato del lavoro siamo fuoritarget, invece per il pascolo della poesia nostrana, dicono i pastorelli attempati, siamo ancora vitellini che si devono fare (e poi un giorno, d’un tratto, ci diranno in quarta di copertina che siamo manzidamacello, ah).

Quello che mi domando è dove si siano ficcati i ciofani poeti d’oggi. Quelli di 20, 25 anni, per intenderci. Oh ciofincelli, dove siete finiti? A parte scrivere versi, leggiucchiare, studiacchiare all’Università, lavoricchiare precariamente (uh, non vi lamentate mica, perché anche noi, che abbiamo più artrosi di voi, c’abbiamo dei contratti da sputarci su fino a esaurire la saliva), scribacchiare su feisbuk e sui vostri privateblogs, farvi anche giustamente i cavolfiori vostri, aparteciò, in do’ state?
Le letture, i dibattiti, i convegni, i festival, li organizzate?
Le riviste, di carta o sul web, le case editrici, clandestine&senzaschei, le fondate, le fate?
Con altri poeti, per demolirvi amorevolmente, vi incontrate?
I poeti che vi hanno preceduto, li leggete?
Le poesie degli altri, le recensite, le stroncate?
Una poetica, ce l’avete?
Il mondo, lo volete fare a pezzi?
Rispondete a queste domande, ciofinetti, e solo poi dite se avete pubblicato un libro. Il libro viene alla fine. Serve a mettere un punto. Se pensate che il poeta debba starsene tutto il dì placidamente disteso sul sofà di casetta a rimuginare sul destino proprio e delle altrui genti, allora non rispondete. Se pensate che il compito del poeta si esaurisca nella scrittura, non rispondete. Se pensate che il poeta non debba insudiciarsi le mani, non rispondete. Lo so che vi provoco. Ma vi provoco perché vi voglio vedere in faccia. Perché mi interessa sapere se esistete. E per piacere, non dite che tutto è cambiato, che apparteniamo a generazioni differenti, che la vita l’è dura. Non dite che avete spedito i vostri dattiloscritti a qualche seniorpoet e non avete ottenuto risposta. Non dite che avete chiesto a qualche seniorpoet di essere invitati e non siete stati invitati. Non dite che i seniorpoets non vi danno spazio. Non dite quello che gli altri non vi danno. Dite se voi date qualcosa. Se avete braccia per sgomitare. Se avete orecchi per seguire il consiglio del dèmone (Stănescu): trasforma il tuo occhio in parola / il naso e la bocca / l’organo virile della procreazione, / i piedi che corrono, / i capelli che hanno preso a imbianchire / la troppo spesso curvata spina dorsale – / trasformati in parole, in fretta, finché c’è tempo!
Dite se avete la forza di lottare per quello che desiderate o se (Guy Debord) vi accontentate di desiderare quello che trovate.

106 commenti a questo articolo

Contro i ciofani poeti
2010-09-16 10:00:19|di tommaso scarcia

io scrivo poesie, ma penso che la poesia sia un’arte piuttosto morta. la "poesia" poi è sempre esistita e si trova in ogni dove. leggo volentieri ma preferisco ascoltarmi una canzone. leggo tanti poeti, immagino che in realtà siano pochi. per recensirli non ho nessun titolo. non capisco i reading, open-mic etc ma ci sono capitato pure io a farli. il compito del poeta? queste sono questioni più grandi di me. cosa significa poi sporcarsi le mani?

e poi una cosa è scrivere poesie, un’altra è essere poeti. poeta è una parola grossa.


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 09:39:18|di Orma Rash

Ormai sono fuori target, un poeta over 25...il mio parere è che occorre risalire alla carriera scolastica,a volte non proprio edificante, per "trovare" una nuova chiave di lettura degli under 25: faccio un esempio: la scuola ha subito tagli? i poeti di quell’età provino a "ricucirla"! Troppo schiacciata è la dimensione di questi tempi. Per esempio creare un alter-ego senza punti di riferimento può essere un giusto viatico;i poeti "pensionati" a trent’anni non possono fare altro.


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 02:09:22|di Luciano Mazziotta

"Quello che mi domando è dove si siano ficcati i ciofani poeti d’oggi. Quelli di 20, 25 anni"...
Non sarei così pessimista. e del resto, molto egoisticamente mi sento chiamato in causa. Nato nell’84, appena laureato mi sento parte di un movimento poetico che ancora esiste, ma che stenta a farsi vedere. Chiaramente in un convegno di poesia "alto" non chiamano un venticinquenne (penso per esempio alla fiumara d’arte nei pressi di Palermo, a Castelbuono, alla quale, se non sbaglio, c’eri anche tu, luigi, ma nessun "ciofane" è stato convocato (Post scriptum: non è una lamentela autopropagandistica)), e si è ancora molto diffidenti nei "nostri" confronti.
- Su di noi pesa il macigno dell’epigonismo. Siamo sospesi in un novecento che è chiaramente concluso ed un XXI secolo che ancora stenta ad avere una fisionomia (Se non sbaglio, in un articolo su NI, Andrea Cortellessa, diceva che "Il secolo scorso iniziava già con delle caratteristiche letterarie ben definite, cosa che non si potrebbe dire per il nostro). La nostra ricerca è ricerca di un senso presente, ricerca di una poetica presente, e consapevolezza altresì che il nuovo, o il novissimo, è morto, per cui bisogna fare i conti con la tradizione, forse riciclarla ed ancorarsi a questa (una sorta di citazionismo non parodico ma di resistenza).

"Sapevo nulla o quasi – il quasi dei manuali sottoscolastici, dell’infrasentito dire, del rapido mezzoletto in piedi in biblioteca – dei Caproni, Sereni, Fortini, Pasolini, Porta, Giudici, Rosselli, Zanzotto, Villa, Balestrini, Sanguineti, Pagliarani, Raboni, Roversi, Spatola, Vicinelli, Costa, e ancor meno – nemmeno un sentitodiresottovoce – della generazione dei FrascaMagrelliValdugaVoce (e di quelli venuti dopo nemmeno l’ombra di un borino fuoristagione)"

Lo status quaestionis della poesia all’interno dell’accademia non ha fatto grandi passi avanti. Nel 1936 Vittorio Sereni si laureava su "Guido Gozzano", poeta crepuscolare (non lo dico per informare ma per affermare) e morto nel 1916. Il mondo era diverso, le università avevano bisogno di poetae novi. Questo non è più possibile. Immaginate ora, all’università una tesi di laurea sul gruppo 93? Talvolta sembra impensabile anche lavorare su Pagliarani e la buonanima di Sanguineti. Seppure non ci sia un’einaudi che sforna l’antologia dei Novissimi, o Giovanni Giudici, o la Scheiwiller che pubblica la ragazza carla o le poesie di Delfini, però abbiamo dalla nostra l’acquisto in rete, ed in parte con questo possiamo difenderci: anche essere degli umanisti però, degli studiosi di scienze umane, impone ai poeti, ed ai poeti giovanissimi l’autodidassi e l’autopromozione. Ci sono i blog, i blog privati in cui si pubblicano poesiuncole. Niente di più sbagliato. Diceva Majakovskij, che l’uomo solo non è nulla, mentre il partito ti tiene, stringe e ti protegge nel suo pugno (se non sbaglio lo dice nel Lenin, ma non ne sono così sicuro adesso). Per questo vedo nascere e, in questo nascere, il futuro nei "blog" collettivi, nei quali ogni singolo partecipa, purtroppo con quell’impossibilità di una poetica comune (già comunque non trovata anche nello stesso gruppo 63, all’interno del quale, ricordiamo, convivevano il plurisurreale Balestrini, con il "neorealista sperimenale" - per dirla con Sanguineti - di Pagliarani), ma con la comunanza di interessi: fare. poiein. Scrivere e dunque proporre nuove linee di ricerca (il lessico si è andato aggiornandoo, cominciano ad entrare non più in modo parodistico ma in forme del tutto “assuefatte” oggetti della quotidianità: Ipod, Voli Low Cost, post-politica, linguaggio dei palinsesti, già tanto tentato in quelli che secondo me diventeranno dei classici della letteratura del primo XXI secolo - Palinsesti di Simonelli, ad esempio e “Poesie d’amore per ragazze kamikaze” di Genti).

Per una nuova poetica:
Abbiamo una poetica? Il plurale, appunto per quello che dicevo prima, è impossibile. Io sto cercando per esempio di concentrarmi sul "concetto e la poetica della freddezza" (una forma possibile in un’italia "forzitalienata" in cui amore, calore e sesso portato ai suoi estremi sadomaso e voyeristici sono diventati appannaggio culturale della parte culturale cui si cerca di opporci), ma per esempio penso ad un libro come "Immaginate la ragazza" di G. Catalano, uscito per Lampi di Stampa, che è un gran libro maturo, di un ragazzo di 28 anni, che coniuga il bozzettismo dell’ultimissimo montale con i tratti cerebrali di Magrelli. Appunto, innovare, poetare ma sentirsi in dovere morale di avere dei modelli, dei paradigmi: in quanto paradigmi da salvare nell’oblio cosmico dello stupro mediatico.

Noi, caro luigi, siamo quelli che cominciano a scrivere, o megliio, a pubblicare, quando muore Sanguineti, quando muore Luciano Erba, quando muore Saramago, mentre Andreotti è ancora vivo. Che fare? Avrebbe detto Lenin?

Sugli incontri poetici...o si tace o se ne organizza uno! Non ci resta che Trasumanar e Organizzar, alla "ricerca di un’etica"! Incontro che non sia solo un "reading" ma un dibattito teorico su "dove stiamo andando" o "da dove sto chiamando".

Saluti

Luciano


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 00:54:47|di carlo falconi

... ALLORA RISPONDERO’ CON IMMEDIATEZZA:
Le letture, i dibattiti, i convegni, i festival, li organizzate? MI PIACCIONO LE LETTURE E I FESTIVAL DI RIDOTTE DIMENSIONI. ODIO I DIBATTITI E SOPRATTUTTO I CONVEGNI. MI PIACE IL RAPPORTO A DUE LETTORE-POESIA SENZA INTERMEDIARI. CON PAROLE D’OGGI AMO LA FILIERA CORTA.
Le riviste, di carta o sul web, le case editrici, clandestine&senzaschei, le fondate, le fate? CE NE SONO MOLTE, FORSE TROPPE. NON NE FONDERO’ ALTRE.
Con altri poeti, per demolirvi amorevolmente, vi incontrate? CI SI INCONTRA ALLA GRANDE, MA PER REALIZZARE PROGETTI. NON SONO CANNIBALE.
I poeti che vi hanno preceduto, li leggete? VI CONSIGLIO DUE POETI IMOLESI, XELLA E BACCHILEGA USCITI CON L’ARCOLAIO, OLTRE ALL’ULTIMO DELLA TEODORANI PER IL PONTE VECCHIO.
Le poesie degli altri, le recensite, le stroncate? LE GIUDICO SOTTOVOCE TRA ME E ME.
Una poetica, ce l’avete? LA POESIA ONESTA. SEMPLICE E SPORCA DA DAR FASTIDIO
Il mondo, lo volete fare a pezzi? RICOSTRUIRLO E RICICLARLO, MA QUALCOSA NELL’INDIFFERENZIATA CI ANDRA’ DI SICURO.

BUONA NOTTE


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 00:17:53|di Luigi Nacci



enigmatico e evasivo, caro falconi... suvvia, si spieghi meglio


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 00:06:09|di carlo falconi

Si fa quello che si vuole fare. Io preferisco ricostruire. Le novità le lascio agli inventori e alle antologie. tutti vogliono le mani sporche, ma si scordano poi di lavarsi dentro.
Un abràz s-cèt
Carlo Falconi


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