di Luigi Nacci & Lello Voce

Luigi Nacci (Trieste, 1978) è poeta e performer. Nel 1999 ha co-fondato il gruppo de “Gli Ammutinati”. Ha pubblicato in poesia: Il poema marino di Eszter (Battello stampatore, 2005), poema disumano (Cierre Grafica, 2006; Galleria Michelangelo, 2006, con CD), Inter nos/SS (Galleria Mazzoli, 2007; finalista Premio Delfini e Lorenzo Montano), Madrigale OdeSSa (Edizioni d’if, 2008; Premio Mazzacurati-Russo), odeSS (in Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2010). Ha pubblicato inoltre il saggio Trieste allo specchio (Battello stampatore, 2006) e ha curato con G. Nerli Le voci la città. Racconti e poesie per ripensare spazi e accessi (Cadmo, 2008, con CD). Ha organizzato molti eventi letterari e dal 2008 collabora stabilmente alla realizzazione del Festival Absolute Poetry. Redattore della rivista di arti&linguaggi “in pensiero”, ha un piccolo blog: www.nacciluigi.wordpress.com.


Lello Voce, (Napoli, 1957) poeta, scrittore e performer è stato tra i fondatori del Gruppo 93 e della rivista Baldus. Tra i suoi libri e CD di poesia ricordiamo Farfalle da Combattimento(Bompiani,1999), Fast Blood (MFR5/SELF, 2005) e L’esercizio della lingua (Le Lettere, 2009). I suoi romanzi sono stati riuniti ne Il Cristo elettrico (No Reply, 2006).
Ha curato L’educazione dei cinque sensi, antologia del poeta brasiliano Haroldo De Campos.
Nel 2001 ha introdotto in Italia il Poetry Slam ed è stato il primo EmCee a condurre uno slam pluringue (Big Torino 2002 / romapoesia 2002).
Ha collaborato, per la realizzazione delle sue azioni poetiche, con numerosi artisti tra cui Paolo Fresu, Frank Nemola, Luigi Cinque, Antonello Salis, Giacomo Verde, Michael Gross, Maria Pia De Vito, Canio Loguercio, Rocco De Rosa, Luca Sanzò, Ilaria Drago, Robert Rebotti, Claudio Calia.
E’ Direttore Artistico di Absolute [Young] Poetry - Cantieri Internazionali di poesia.

pubblicato domenica 13 novembre 2011
Ei fu ( e speriamo mai più sia...) Per festeggiare (in attesa di iniziare a piangere per chi lo sostituisce) piace al sottoscritto offrirvi (...)
pubblicato giovedì 21 luglio 2011
C’è un aspetto particolarmente interessante nel dialogo che, a proposito di poesia, si è sviluppato tra Bordini e Mariani su queste medesime (...)
pubblicato domenica 6 marzo 2011
Da quando, nell’ormai lontano marzo del 2001, introdussi in Italia il Poetry Slam, a proposito di Slam ne ho viste di cotte e di crude. Dal (...)
 

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a cura di Massimo Rizzante e Lello Voce

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Contro i ciofani poeti

di Luigi Nacci

Articolo postato mercoledì 15 settembre 2010

Contro i ciofani poeti


Nasci! Sii madre e padre per te stesso!
Attila József


Ho cominciato a scrivere l’anno in cui si è sciolto il Gruppo ’93. L’anno in cui è morto Emilio Villa. L’anno in cui Berluskaiser è sceso in campo per appoggiare un missino che oggi gli ha voltato le spalle. Quando sono approdato all’Università, nella seconda metà degli anni Novanta, non ero che uno studentello alle prime armi di una città di confino, di una Facoltà di Lettere decadente, che leggeva Ungaretti, Apollinaire, Govoni, Prévert, Pavese, Ginsberg, Kerouac, e che in cuffia ascoltava De Andrè, Fossati, Guccini, il primo Venditti, il primo Ruggeri, nient’altro che i soliti cantautori. I soliti poeti da Oscar Mondadori, e se non da Oscar da antologia adolescenziale. Sapevo nulla o quasi – il quasi dei manuali sottoscolastici, dell’infrasentito dire, del rapido mezzoletto in piedi in biblioteca – dei Caproni, Sereni, Fortini, Pasolini, Porta, Giudici, Rosselli, Zanzotto, Villa, Balestrini, Sanguineti, Pagliarani, Raboni, Roversi, Spatola, Vicinelli, Costa, e ancor meno – nemmeno un sentitodiresottovoce – della generazione dei FrascaMagrelliValdugaVoce (e di quelli venuti dopo nemmeno l’ombra di un borino fuoristagione). Informarsi su quanto stesse accadendo nel resto dell’Itaglietta attraverso internet was niet possible (ché Internet non c’era, e se c’era, era per me come il Cubo di Rubik; per non parlare dei mobile phones: il primo Motorola di mezzo chilo mi passò tra le mani alla fine del 1997), e le poche letture che venivano organizzate nella mia ridente necropoli erano per lo più sfoghi ottocenteschi, rigurgiti pocomitteleuropei, in un italiano malmasticato o in un annacquato vernacolo da oratorio.

Tutto è cambiato quando ho incontrato altri disperati scriba come me, nel 1999. Coetanei che vagavano incazzati e senza pace, saltando da un’oscura via di città vecchia all’altra. Non ci conoscevamo, eppure tutti desideravamo la stessa cosa. Cresciuti in un cimitero a cielo aperto, rivolto ad un gloriosasburgico passato che forse così gloriousfranzjoseph non era mai stato, volevamo mettere le parole nella voce, e volevamo che la voce cacciasse le lapidialvalorletterario e i bustidibronzo sei o sette piedi sottoterra. Volevamo tirar fuori la voce, e pure la faringe all’occorrenza, e pure lo stomaco, e gli intestini. Abbiamo iniziato a leggere in pubblico perché ne sentivamo la necessità, era una questione fisica, muscolare, duodenale. Pensavamo che le nostre parole avrebbero potuto rovesciare i volti tristi e cadenti che incrociavamo sugli autobus, avrebbero potuto mettere sottosopra i caffè storici, avrebbero svegliato le menti migliori della nostra generazione dal torpore che avvertivamo diffondersi mediaticamente. Niente di nuovo sul fronte euocentricoccidentale: pensavamo che la poesia avrebbe potuto ribaltare il mondo, come un devastante refolo di bora nera (Visions! omens! hallucinations! miracles! ecstasies!). Non sopportavamo la poesia da torretta d’avorio, da salottino volemosebbene, da iniziati orfici, da specializzandi in filologia romanza. Sì perché un po’ di poesia italica del secondo Novecento avevamo iniziato a leggerla anche noi. E ci sembrava spesso così lontana, spesso così muta, spesso così romanomilanese, spesso così arrogante nella propria pretesa di essere illuminante e foriera di chissà quale veritas accessibile a quattrogatti. A me (forse potrei dire a noi) piaceva gente tipo Majakoskij, gente che non le mandava a dire. Non solo gente così, anche gente che le cose le diceva pianopiano, o che le sussurravasssst, ma mai gente che le mandava a dire. E così nemmeno noi ce le mandavamo a dire. Ci criticavamo, ci facevamo male assai, ci distruggevamo, perché nella voce avevamo nidiate di Fenici, e ci piaceva abbattere l’opera altrui per vedere nascere qualcosa di nuovo dalla cenere. Avevamo poco, poco o niente in comune poeticamente, ma avevamo tutti la stessa cupiditas fremente di comunicare, fosse in strada o in un’osteria o in un teatro, dovevamo parlare a qualcuno, anche se oltrelerighe, anche se con parole imprecise, ritmi sbagliati, rime facili. Il passo successivo, quello di organizzare dibattiti, rassegne, festival, è stata la naturale prosecuzione del cammino precedente. Volevamo confrontarci, guardare in faccia gli altri poeti che leggevamo in riviste o antologie, parlare con loro, ascoltare le loro voci, volevamo criticarli e volevamo da loro essere criticati. Abbiamo chiesto finanziamenti, imparato cos’è la burokrazia, cercato spazi, noleggiato attrezzature, prenotato alberghi, riempito ristoranti, portato a zonzo poeti ciofani e non, li abbiamo sistemati nei nostri letti, gli abbiamo offerto i nostri vinelli, regalato i nostri versi ciclostilati e li abbiamo pagati (quasi sempre, anche se poco, anche se un misero rimborsospeseminime). Pensavamo che la poesia non fosse solo lì, nella pagina, e nemmeno solo lì, nella voce, ma anche nel corpo del poeta, ragion per cui del corpo del poeta avevamo bisogno (e rispetto!), lo dovevamo toccare, dovevamo mangiare alla stessa tavola, espletare i nostri bisogni nello stesso bagno.
Se non avessi incontrato quegli scribammutinati, se non li avessi cercati, se non ci fossimo cercati a vicenda, forse avrei smesso di scrivere a vent’anni (e forse sarebbe stato meglio, starete pensando, e non fate peccato a pensarlo). Perché di essere pubblicato su “Poesia” non me ne fregava un cazzo. Volevo fare come Cecco: il mondo arderlo, tempestarlo poi annegarlo poi mandarlo a picco. E poi rifarlo.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio bombarolo molti ciofani poeti italioti sono venuti allo scoperto. Alcuni volevano solo mettersi in vetrina, altri invece no, avevano cose da dire, alcuni addirittura sapevano dirle bene, le cose. Basti pensare al furor antologico di quegli anni (e mi fermerò al 2006, perché mi pare – ma smentitemi pure – che di lì a poco la spinta si sia smorzata): L’opera comune. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 1999; I cercatori d’oro. Sei poeti scelti, 2000; I poeti di vent’anni, 2000; Gli Ammutinati, 2000; Nodo sottile, 2000; Nodo sottile 2, 2001; Dieci poeti italiani, 2002; Nodo sottile 3, 2002; Parco poesia. Primo festival della Giovane poesia italiana 2003; Quattro poeti, 2003; Tutta la forza della poesia. Il talento, l’esperienza, la scintilla, 2003; Lavori di scavo. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 2004; Di sale, sole e di altre parole. La nuova generazione in poesia a Trieste. Iz soli in sonca in drugih besed. Nova generacija v tržaški poeziji, 2004; Nuovissimi poeti italiani, 2004; If music be the food of love, play on, 2004; Oltre il tempo. Undici poeti per una metavanguardia, 2004; Nodo sottile 4, 2004; Parco poesia 2004; Conatus. L’utopia come bisogno, la poesia come soluzione, 2005; Poeti circus. I nuovi poeti italiani intorno ai trent’anni, 2005; Samiszdat. Giovani poeti d’oggi, 2005; La qualificazione urbana e altre poesie, 2005; Il presente della poesia italiana. Nuova antologia di poesia contemporanea, 2006; Poeti italiani underground, 2006; Incastri metrici, 2006. E come non menzionare i Quaderni di poesia italiana curati da Franco Buffoni, usciti a partire dal 1991 e arrivati quest’anno al decimo volume? Si potrebbero aggiungere alla lista altre antologie, nonché quelle che hanno messo accanto ad autori ciofani autori più maturi, come ad esempio Ma il cielo è sempre più blu. Album della nuova poesia italiana (2002), Poesia del dissenso I e II (2004, 2006), Nuovi poeti italiani (in "Nuova Corrente", n. 52, 2005), o La linea del Sillaro (2006). Che si tratti di antologie generiche, in cui gli autori vengono selezionati sul gusto easy del curatore, attraverso criteri localistici, anagrafici, oppure antologie di movimento, nate per sostenere un’idea forte di poetica, poco importa. Un montón de jóvenes aveva voglia di tirare la testa fuori dal fango e dire ‘oh, estoy aquí y tengo palabras para vosotros!’ (cfr.: qui). E c’erano anche ciofani che avevano voglia di tirare fuori dal limo le mani, gli avambracci, i bicipiti. Per fare riviste, o metter su convegni, reading (e negli ultimi anni anche slam). In Piemonte il gruppo della rivista “Atelier” e Sparajurij; in Lombardia Dome Bulfaro, che è riuscito a coinvolgere molti ciofani attorno al progetto di PoesiaPresente; in Veneto il Porto dei Benandanti; in Friuli Venezia Giulia Gli Ammutinati e i Trastolons; in Emilia Romagna il gruppo della rivista “Daemon”, e poi iniziative promosse da ciofani come Matteo Fantuzzi, Stefano Massari, Alessandro Ansuini, Isabella Leardini; in Toscana si sono dati da fare ciofani come Francesca Matteoni, Marco Simonelli, Alessandro Raveggi, Martino Baldi; nelle Marche Luigi Socci, Valerio Cuccaroni e il gruppo NieWiem, Alessandro Seri e il gruppo di "Licenze poetiche"; nel Lazio i ciofani che hanno collaborato a Romapoesia, oltre a "La Camera Verde"; in Puglia Rossano Astremo e Luciano Pagano. Et cetera et cetera. Sono nomirandom, i primi che mi sono venuti in mente (non si offendano quelli che ho dimenticato), ciofanpoeti che ho conosciuto, che ho visto lavorare alacremente per un’idea, non per soldi e nemmeno per gloria, ché la gloria transit e la poesia non ti fa andare in television, né trasforma un contratto a progetto in uno a tempo indeterminato. Molti dei citati continuano ancora, hanno ancora voglia di sporcarsi le manine e, a dire il vero, più tanto ciofanpoeti non sono. Stiamo tutti veleggiando verso i 35, i 40, 45. Per il mercato del lavoro siamo fuoritarget, invece per il pascolo della poesia nostrana, dicono i pastorelli attempati, siamo ancora vitellini che si devono fare (e poi un giorno, d’un tratto, ci diranno in quarta di copertina che siamo manzidamacello, ah).

Quello che mi domando è dove si siano ficcati i ciofani poeti d’oggi. Quelli di 20, 25 anni, per intenderci. Oh ciofincelli, dove siete finiti? A parte scrivere versi, leggiucchiare, studiacchiare all’Università, lavoricchiare precariamente (uh, non vi lamentate mica, perché anche noi, che abbiamo più artrosi di voi, c’abbiamo dei contratti da sputarci su fino a esaurire la saliva), scribacchiare su feisbuk e sui vostri privateblogs, farvi anche giustamente i cavolfiori vostri, aparteciò, in do’ state?
Le letture, i dibattiti, i convegni, i festival, li organizzate?
Le riviste, di carta o sul web, le case editrici, clandestine&senzaschei, le fondate, le fate?
Con altri poeti, per demolirvi amorevolmente, vi incontrate?
I poeti che vi hanno preceduto, li leggete?
Le poesie degli altri, le recensite, le stroncate?
Una poetica, ce l’avete?
Il mondo, lo volete fare a pezzi?
Rispondete a queste domande, ciofinetti, e solo poi dite se avete pubblicato un libro. Il libro viene alla fine. Serve a mettere un punto. Se pensate che il poeta debba starsene tutto il dì placidamente disteso sul sofà di casetta a rimuginare sul destino proprio e delle altrui genti, allora non rispondete. Se pensate che il compito del poeta si esaurisca nella scrittura, non rispondete. Se pensate che il poeta non debba insudiciarsi le mani, non rispondete. Lo so che vi provoco. Ma vi provoco perché vi voglio vedere in faccia. Perché mi interessa sapere se esistete. E per piacere, non dite che tutto è cambiato, che apparteniamo a generazioni differenti, che la vita l’è dura. Non dite che avete spedito i vostri dattiloscritti a qualche seniorpoet e non avete ottenuto risposta. Non dite che avete chiesto a qualche seniorpoet di essere invitati e non siete stati invitati. Non dite che i seniorpoets non vi danno spazio. Non dite quello che gli altri non vi danno. Dite se voi date qualcosa. Se avete braccia per sgomitare. Se avete orecchi per seguire il consiglio del dèmone (Stănescu): trasforma il tuo occhio in parola / il naso e la bocca / l’organo virile della procreazione, / i piedi che corrono, / i capelli che hanno preso a imbianchire / la troppo spesso curvata spina dorsale – / trasformati in parole, in fretta, finché c’è tempo!
Dite se avete la forza di lottare per quello che desiderate o se (Guy Debord) vi accontentate di desiderare quello che trovate.

106 commenti a questo articolo

Contro i ciofani poeti
2010-09-17 22:45:49|di Luigi Nacci



ps: in home page trovate una bella sfornata di ciofani... De Lisi, Filia, Luise (e da Luise potete risalire agli altri poeti di Frecce verso l’altro, l’antologia ciofane curata da Biagini e Zinelli. Una bella occasione per intavolare una discussione con coetanei, no?

pps: visto che s’è citato Mesa, segnalo che nella sezione ’eventi’ c’è un bel comunicato

ppps: Matte’, che c’hai raggione c’hai, sona un po’ da pensionato rincoglionito di’ che ce se divertiva tanto colla caciara dei blog de ’na volta .-)


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 22:27:23|di matteo fantuzzi

però il "ti ricordi che bello ai tempi delle polemiche sui blog" fa davvero anziani ! insisto sulla teoria del semolino ! semo vecchi... azzoppatece... fatece fori... mandatece ai giardinetti a guardare le ruspe !


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 22:22:14|di matteo fantuzzi

corretto.
mi pare oramai un incrocio tra "uomini e donne" e "x-factor", ma sarà segno dei tempi. quello che raccontano luigi, dome, fabiano fa parte di una lettura costante, delle prove, dei libri, delle pubblicazioni, dei fogli ciclostilati. porre un dubbio non significa tirare fuori dispute tra sparta e atene, milan e inter, comunisti e missini. la delusione nei confronti della critica sta appunto nel fatto che non si possa ragionare su un elemento di critica, di rottura, anche se i sintomi ci sono e bastano un paio di antigeni (diciamo un paio di post) per fare partire la reazione allergica.

per me potete anche rigarmi l’auto, incazzatevi, ditemene di tutti i colori, non è un problema. però reputo che i terzago o i gallerani che stanno lavorando in italia debbano fare parte di un motore (aggiungo anche mimmo cangiano, altro di cui ho molta stima) che debba marciare e fare marciare (è una richiesta di aiuto come diceva qualcuno ? è anche quello: l’ascolto funziona così, anche quelli che pubblicano per mondadori/einaudi non ci crederete ma i ragazzini li leggono, e leggono i blog, e le riviste semiclandestine, e fanno citazioni quasi sorprendenti). sorprendenti per dei laboratori, un enorme cono di lavoro che deve essere centellinato.

io di una sola cosa ho paura: l’omertà.
il resto, appunto, deve essere raccontato. se abiti a bazzano e non sai quello che fanno a vignola, di chi è colpa ? di bazzano o di vignola ? forse è il caso di riprendere l’equilibrio delle cose, magari pensando proprio al lavoro di roversi http://universopoesia.splinder.com/...
senza per questo pensare di essere fenomeni, arrivati, geniali, famosi o quant’altro. ma biascicando la propria zuppetta.

ps. ribadisco il concetto, la casa è un poco traballante, le colonne non si sa se reggeranno all’infinito, ma con l’aiuto di tutti la si può rendere accogliente. poi siete liberi di entrare e sfasciare le pareti. siete liberi di fare quello che vi pare. ma non frignate se il palazzo crolla (inciso non solo under-age). non dite che non è anche colpa vostra. non diciamo che abbiamo fatto tutto il possibile.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 22:20:36|di Alessandro Ansuini

Eheh, ma guarda che io lo sapevo dove volevi andare a parare. Quelle energie non si sono perse, come dicevi tu avere 20 anni o 30 cambia un bel po’ le cose, per tutto quello che ti può capitare nella vita. Figli, lavoro, pochi soldi, poche energie. ma alla fine siamo sempre qui, non ci tirano via manco col rastrello. Mancano un po’ di litigate, quello sì, ma adesso le andiamo a fare su Poesia2.0 ;)

A parte gli scherzi ci voleva un post così, mica per cazziarli, quello era l’amo, ma per dargli sponda per le loro iniziative. Non da vati, ma da chi l’ha fatto prima e ti può far risparmiare un po’ di tempo nelle varie problematiche.

Fabiano: niente più alberghi? Beato te...


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 22:11:50|di Luigi Nacci



@Alessandro Ansuini: come ho detto a Luca Baldoni ieri: senza la provocazione credi che ci saremmo trovati tutti qui a parlare? Era da tempo che non vedevo così tanti commenti ’sentiti’, e non solo in questo blog (pure di questo si è già discusso, di come sia andata esaurendosi la carica di alcuni anni fa... ti ricordi le bellissime caciare su Liberinversi, Su Absolute, su UniversoPoesia?)


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 22:09:49|di Fabiano

@ Guido:
Fabiano Alborghetti
Via Collina Azzurra, 4
6900 Paradiso, Svizzera
(non mettere CH che poi le poste spediscono a Chieti....ed è già successo...)

@ Luigi:
quando scrivi: " Questo, a mio avviso, non fa che rafforzare i rapporti di "potere" che creano e vivono di frammentazione. Il progetto non è interessato a creare bacini di mercato, né è interessato a far mercato agli altri (visto che nessuno ci guadagna niente, nemmeno la gloria e gli onori visti gli articoli e le risposte di Nacci). Il mercato è diverso: coloro che si abitueranno alle idee sopravviveranno, gli altri periranno. Darwin era un genio popolare. Il mercato consiste nel ritorno al baratto: ma non un baratto io faccio questo per te perché tu faccia questo per me. Ma noi due, qui ed ora, siamo interessati alla stessa cosa? Ognuno, allora, ci metterà del suo. Chi può rispondendo ad una intervista, altri semplicemente commentando o limitandosi a leggere, altri ancora a diffondere le cose degli altri, altri ancora a proporne di nuove"
ti rendi conto che contatti -ad esempio- case editrici con persone stipendiate che lavorano magari pagate poco e che sono subissate giornalmente da decine di richieste?
Il progetto 2.0 vale.
Ma forse per alcuni segmenti (persone, entità commerciali) ci va più di un tentativo, e anche le persone, i poeti, sono subissate di richieste.
Non c’è alcun rapporto di potere, ipotizzo invece solo una iperattività che fa si che certe cose non siano considerate.
Non vedere tutto come un attacco personale, per piacere.
La Ragazza Carla dell’ufficio stampa X, che ne sa di Poesia 2.0 ?
E la rivista Z, rivista che probabilmente stà in piedi per miracolo, che ne sa di Poesia 2.0?

Ora, a me, lavorando negli alberghi per 25 anni (ora non piu per fortuna) hanno insegnato una cosa:se due parlano e chi ascolta non capisce, la colpa non è di chi ascolta. E’ di chi parla. Perchè chi parla non si è espresso in modo tale da farsi capire da chi dovrebbe ascoltarlo.

Il mercato che intendo, è fatto da migliaia di domande. E chi ascolta come fa a capire se rispondere e a quale domanda per prima ? a quella che capisce.

Per chiudere, firmo quello che dice il Nacci.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 22:01:28|di Alessandro Ansuini

Guido: Centi e Roversi due esempi indimenticabili, da portare avanti con forza.

Luigi: non lo sapevano che stavi bluffando, ora che li hai fatti venire a vedere il punto sarà bello. Perché a me sembrano carichi.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 21:56:24|di fabio teti

Luigi (Nacci);

se il tuo post fosse stato l’ultimo commento, non avrei passato due giorni ad accapigliarmi; era insensato - a mio avviso, a mio avviso - il modo, prima che i contenuti. ma un pensiero è le parole e la sintassi con cui viene espresso; per tanto il tuo ultimo commento non dice le stesse cose del tuo post. adesso infatti posso accettare e critiche e proposte, e, nonostante tutte le differenze di visione che possono esserci e che certo sono emerse nel thread, (che, appunto, non ti ho mandato a dire), darti, caduta la patina di paternalismo, almeno da parte tua, la ragione che per buona parte hai.

con questo ho chiuso. spero che ci risentiremo in altro modo e per costruzioni, stavolta, di qualunque tipo. (senza appalti, of course).

un saluto,

f.t.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 21:48:41|di Alessandro Ansuini

Luigi, capisco benissimo, però, ti ripeto, continui a lamentare un interesse che, conoscendo un po’ i poeti, non verrà. Tu devi lavorare pensado, come stai facendo benissimo, che lo fai per te, per dare uns ervizio, perché ti sembra che manchi. Se io venivo a farti una gran pippa mentre stavate ragionando sul farlo o non farlo, mettendoti in guardia e via dicendo, non l’avresti manco fatto, magari. Così ci sei andato come un ariete, lo hai fatto, ed ESISTE. (magari l’avresti fatto lo stesso ma a me piace misurare il gesto, più che l’intenzione) Ora compaiono i problemi. Hai appena cominciato a rammaricarti dei poeti, credimi. Sul discorso del mercato sono d’accordo con te, la poesia un mercato non ce l’ha. Vive di situazioni. Non fa guadagnare nessuno, né gli editori né i poeti. Gli editori un poco, quando si approfittano della vanità dei poeti e gli fanno pagare i libri. Ma il mondo è pieno di Wanne Marchi e la mamma dei poeti sempre incinta. Non ci occupiamo di quello, lo combattiamo semmai, ma non puoi proibire a qualcuno di andare da una cartomante. Visto che siamo fra amici, butto nel calderone anche il mio ultimo progetto, che trovate qui:
http://voicilabombe.altervista.org/

Lo porto avanti da Marzo, non lo pubblicizzo, le ragioni magari te le dirò in corso di discussione. Non voglio convincere nessuno, non me ne viene in tasca niente. Chi è curioso mi busserà, ho molta fiducia nell’idea. Mi pare una cosa nuova. Una provocazione e al tempo stesso un’idea. Si tratta di creare una piattaforma che funzioni tipo emule, solo che di libretti di poesia. I libretti te li tiri giù da internet e te li stampi. Basta un foglio A4 accuratamente piegato. Ci sono delle regole. I libri devono essere dati via gratis, le poesie gratis. Altra regola. Ti tocca fartelo da solo. Certo, se ti serve una mano a impaginare te la do, ma non faccio l’editore. L’idea è aperta a tutti. Una prima scrematura si fa così. E risponde alla domanda implicita: Perchè dovrei leggere le tue poesie? fammi vedere se hai coraggio di stampartele e darle in giro. Così si escludono un bel po’ di perditempo, credimi. Poi: il progetto si chiama voicilabombe, ma io ho un’editrice clandestina, e i voicilabombe che fanno riferimento a me li trovi pubblicati sempre per la mia editrice. Non mi faccio carico dello stile generale, mi faccio carico degli autori che scelgo, che invito, che corteggio. Tutto questo, il progetto, a cosa porta? Non lo so, a far leggere delle poesie tanto per cominciare. Considera che una volta stampati i libretti finiscono in strada, letteralmente: negozi, stazioni, autobus, aerei, scuole, il mondo è grande. E la poesia gratis. da marzo ne ho stampati 2500 solo io. Ci sono altri che lo stanno facendo, con numeri più piccoli, perché io sono matto. ma intanto. Vediamo dove porta. Luca Paci ne sta curando un po’ a Londra, per conto suo, un po’ di poeti dico. Il mio amico Jerome Walter a Parigi ne ha fatto uno per sé, ma sembrano molto interessati i disegnatori più che i poeti, a parigi. Stiamo a vedere. Che a me piace internet ma un foglio di carta in mano da portarmi in giro non mi dispiace.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 21:42:23|di Luigi Nacci



Nella società del consumo-dunque-sono, so che per sopravvivere devo tentare di contrappormi ad una concezione del tempo puntinista (cfr. Bauman, Maffesoli, etc.). Ecco perché, tanto per andare sul personale, mi piace l’idea dei pellegrinaggi laici a piedi - e credo, tanto per uscire dal personale, che quella lentezza abbia moltissime cose in comune con i tempi della scrittura. Ecco perché credo che ci vogliano anni per coltivare un rapporto di amicizia e rispetto. Poi nel magma punteggiato e discontinuo ci sto anch’io, come tutti, e mi arrangio come posso a fare cento cose contemporaneamente. Tra queste cose, ha un suo posto la lettura degli altri autori. Io, a differenza di Fabiano Alborghetti (che entra a pieno diritto nella lacunosa lista di cui sopra, perché so quanto si sia impegnato negli ultimi 10 anni; e con lui Davide Nota e gli altri compagni de “La Gru”, poi Lidia Riviello, Giulio Marzaioli, Marco Giovenale, Luciano Neri, Andrea Inglese, Corrado Benigni, Francesca Genti, Domenico Brancale, Vincenzo Bagnoli, Antonella Bukovaz, Ivan Crico, e molti altri; achtung: sto parlando di autori che hanno iniziato a organizzare, a fare, a disfare, nella maggior parte dei casi, già negli anni Novanta o subito dopo), non riesco a rispondere a tutti quelli che mi scrivono. Ma cerco di leggere. E preferisco, quando le condizioni lo consentono, parlarne a voce, in una situazione conviviale, piuttosto che via email.

Achtung 2: dare sempre rilevanza al contesto, oltre che al testo; la categoria utilizzata qui è ’polemos’, non ‘teoria e critica’, quindi è ovvio fin dal principio l’intento dissacratorio. Ovvio, e va da sé, che se non me ne fosse fregato niente dei ciofani, non l’avrei scritto.

Qui non si fanno fasci di erbe, prima di tutto perché ad AbsoluteVille i fasci non sono graditi. Oh, cosa dovevo fare, l’invettiva contro un giovane in particolare? E perché mai? Le invettive si fanno contro i potenti. E i giovani, men che meno i giovani poeti, sono tutto fuorché quello. L’intento era punzecchiare per far uscire allo scoperto. Ho messo sul piatto un topic col desiderio che ne fuoriuscisse un thread. E thread è stato, visto che ancora siamo qui a parlarne.

Non scrivo un pezzo solo perché tu (Luigi B.) mi dici di farlo. Il pezzo sulle belle iniziative dei ciofani, se vuoi, scrivilo tu. E ti garantisco una cosa: se lo fai, ed è fatto bene, lo pubblichiamo sul sito. Ma hai il tempo e la volontà di farlo?

Qui nessuno ha mai detto di essere Leopardi o Ungaretti o uncazzodimaestropremionobel. Si legga bene, prima di sputare. Si rilegga, anche. Si rilegga tre volte, prima di sparare cazzate. Al contrario, impiegare buona parte del proprio tempo per organizzare, fare, disfare, significa mettersi al servizio degli altri. Coinvolgere, confrontarsi, distribuire le responsabilità, assumersi le proprie responsabilità, collaborare, affrontare scontri, riunioni-fiume, difficoltà logistiche e burocratiche, rischiare in prima persona (chi è stato presidente di un’associazione lo sa bene). Se tutto questo vuol dire, nella logica di qualcuno, arrogarsi un diritto, fare marchette, vendere il culo o autocelebrarsi, beh, si vede che quel qualcuno non si è mai fatto il culo nell’associazionismo, nel volontariato, non ha mai fatto parte di un gruppo.

Nessuno ha detto: noi (nati negli anni Settanta) siamo migliori dei poeti venuti prima. Mai mi sognerei di dirlo o di pensarlo. Mi sembra che di futuristi bruciamusei non ce ne siano molti, in giro. Non l’ha detto Fantuzzi, né Bulfaro, né Alborghetti, né Ansuini. Né Guglielmin ha detto di sentirsi migliore dei poeti nati nei ’50. Le opere hanno bisogno di tempo per dire tutto ciò che hanno da dire - chi potrebbe affermare il contrario? Ma il topic qui non era: dove sono le vostre opere. Il topic era: cosa fate, oltre a scrivere e leggere? C’è una bella differenza. Il topic dice: una buona fetta dei poeti nati nei ’70 si è rimboccata le maniche per fare; cosa fanno quelli nati dopo? Alcuni hanno risposto, altri no. Qualcuno chiede: cosa abbiamo fatto noi? Rispondo dicendo che abbiamo messo su riviste cartacee, poi siamo passati ai siti e ai blog; convegni; reading; slam; festival; ho fatto dei nomi, voi ne avete aggiunto degli altri, io ora ne ho aggiunto degli altri, voi ne potete aggiungere degli altri; la lista può crescere. Sono cose tangibili: potete trovare le copie delle riviste, i comunicati di presentazione degli eventi,i manifesti, le locandine, i segnalibri, alcune volte gli atti pubblicati; poi ci sono le antologie, a volte promosse da autori maturi, a volte dagli stessi ciofani; potete trovare i siti e i blog, se non sono stati cancellati. E’ roba che potete toccare, non sono pippe al vento. Fate qualche ricerchina sul web, in biblioteca, nelle biblioteche degli amici, in libreria, nei mercatini (per inciso: le ricerchine le faccio anch’io, e non smetterò di farle, innanzittuto perché mi diverte farle).

Poetica: qualcuno dice che non sa cosa farsene. Mal per lui. Questo è a mio avviso uno dei punti nodali, se non ‘il’ punto nodale. E non serve tirare in causa Anceschi. Per me – e lo stesso vale sicuramente per Dome Bulfaro, e per molti altri – fare l’operatore culturale corrisponde ad una scelta di poetica. Non posso slegare i miei testi dai festival che ho realizzato. Fare un festival è come scrivere un poema. Scegliere gli autori è come scegliere i registri, i ritmi. Decidere se un autore leggerà lì piuttosto che lì, in un determinato contesto, con determinati supporti, equivale a scegliere l’ictus esatto per un segmento di verso (esatto per il proprio verso, senza generalizzare). Fare sì che ci sia un filo rosso nella conduzione degli eventi, una omogeneità dotata di senso, equivale e individuare e perseguire uno stile. E poi: organizzare un festival di poesia in questi tempi grami equivale a combattere contro il comune senso del pudore, contro il consumo-dunque-sono. È una scelta di impegno. Di responsabilità.

Se vado alle letture organizzate da ciofani? Io vado in qualsiasi posto. Compatibilmente con il tempo e i danari a disposizione. Dome Bulfaro poneva una questione pratica ineludibile: più passano gli anni, più si complica la reale possibilità di fare; e quindi, aggiungo io, di andare a vedere quello che fanno gli altri. Lo sanno anche i muri. A vent’anni, anche se non hai soldi, hai probabilmente più tempo per andare in giro. A cinquanta, sessanta, con la famiglia e il lavoro e gli inevitabili problemi di salute tuoi e di chi ti sta vicino, è tutto più pesante (ma non impossibile: pensate a Voce, che a 53 anni scrive, organizza, non smette di fare&disfare). Terzago, per fare un esempio, l’ho conosciuto ad un incontro a Padova, pochi mesi fa, organizzato da un gruppo di giovani critici. Presentavamo un libro scritto da loro, in cui noi non c’entravamo niente (io non c’entravo niente, perlomeno). Perché ci sono andato? Perché mi piaceva il progetto.

Se leggo, critico, giudico? Mi arriva un sacco di roba, via email e via posta. Leggo e, quando trovo qualcosa di interessante, cerco di stabilire un rapporto con una persona. Mi è capitato di pubblicare i poeti che mi piacevano, su carta o sul web; mi è capitato di scrivere di loro; invitarli a degli eventi; mi è anche capitato di andarci a zonzo.

Non rispondo a tutti, come ho detto prima. Se lo facessi non avrei più un briciolo di vita privata. Poi i poeti vado anche, anzi, soprattutto, a cercarmeli da me. E quando mi piacciono mi faccio in quattro per scovarli (se sono vivi). Non importa se sono stranieri e devo passare un mese attraverso altre persone prima di arrivare ad un contatto. Mi viene in mente una poetessa ciofane, Anila Hanxari. Ho fatto addirittura un post per trovarla, manco a ‘Chi l’ha visto’; grazie a quel post l’ho trovata e, alla fine, l’ho pubblicata sul sito (cfr: qui e qui).

Che fare: di reti si è assai parlato in questi anni e poco si è fatto; si sono stabilite connessioni ma un network vero e proprio no. Si parlava di circuiti reading, di circuiti di librerie indipendenti, tanto per dire. Non siamo riusciti, anche se ci abbiamo provato. Ora, io spero che voi, ciofanipiùciofanidime, siate in grado di farlo. Io, dal canto mio, vi posso dire: avete il mio appoggio, per quel che vale. Proponete e discutiamo assieme. Se avete voglia di proporre e discurre. Dalla foga che dimostrate, ho la sensazione che la voglia di fare ce l’abbiate. Almeno alcuni d voi. Spero di non sbagliarmi.

Appoggio = dare una mano, compatibilmente con il proprio carattere, la propria poetica, il proprio tempo, i propri denari. Se un’iniziativa mi piace, state pur certi che la sosterrò (di sicuro Poesia 2.0 è una di queste; a proposito: se ricevo un comunicato di presentazione, diciamo di 1-2 cartelle, lo posto). Sul web o fuori dal web si vedrà di volta in volta.
Ah, prima che me scordi: di un tentativo di mappatura si discusse qui: http://www.absolutepoetry.org/TEMPO....

Infine, a chi dice che questo post non ha senso: se non ce l’ha, perché stare qui ad accapigliarsi da 2 giorni ininterrottamente?


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