di Luigi Nacci & Lello Voce

Luigi Nacci (Trieste, 1978) è poeta e performer. Nel 1999 ha co-fondato il gruppo de “Gli Ammutinati”. Ha pubblicato in poesia: Il poema marino di Eszter (Battello stampatore, 2005), poema disumano (Cierre Grafica, 2006; Galleria Michelangelo, 2006, con CD), Inter nos/SS (Galleria Mazzoli, 2007; finalista Premio Delfini e Lorenzo Montano), Madrigale OdeSSa (Edizioni d’if, 2008; Premio Mazzacurati-Russo), odeSS (in Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2010). Ha pubblicato inoltre il saggio Trieste allo specchio (Battello stampatore, 2006) e ha curato con G. Nerli Le voci la città. Racconti e poesie per ripensare spazi e accessi (Cadmo, 2008, con CD). Ha organizzato molti eventi letterari e dal 2008 collabora stabilmente alla realizzazione del Festival Absolute Poetry. Redattore della rivista di arti&linguaggi “in pensiero”, ha un piccolo blog: www.nacciluigi.wordpress.com.


Lello Voce, (Napoli, 1957) poeta, scrittore e performer è stato tra i fondatori del Gruppo 93 e della rivista Baldus. Tra i suoi libri e CD di poesia ricordiamo Farfalle da Combattimento(Bompiani,1999), Fast Blood (MFR5/SELF, 2005) e L’esercizio della lingua (Le Lettere, 2009). I suoi romanzi sono stati riuniti ne Il Cristo elettrico (No Reply, 2006).
Ha curato L’educazione dei cinque sensi, antologia del poeta brasiliano Haroldo De Campos.
Nel 2001 ha introdotto in Italia il Poetry Slam ed è stato il primo EmCee a condurre uno slam pluringue (Big Torino 2002 / romapoesia 2002).
Ha collaborato, per la realizzazione delle sue azioni poetiche, con numerosi artisti tra cui Paolo Fresu, Frank Nemola, Luigi Cinque, Antonello Salis, Giacomo Verde, Michael Gross, Maria Pia De Vito, Canio Loguercio, Rocco De Rosa, Luca Sanzò, Ilaria Drago, Robert Rebotti, Claudio Calia.
E’ Direttore Artistico di Absolute [Young] Poetry - Cantieri Internazionali di poesia.

pubblicato domenica 13 novembre 2011
Ei fu ( e speriamo mai più sia...) Per festeggiare (in attesa di iniziare a piangere per chi lo sostituisce) piace al sottoscritto offrirvi (...)
pubblicato giovedì 21 luglio 2011
C’è un aspetto particolarmente interessante nel dialogo che, a proposito di poesia, si è sviluppato tra Bordini e Mariani su queste medesime (...)
pubblicato domenica 6 marzo 2011
Da quando, nell’ormai lontano marzo del 2001, introdussi in Italia il Poetry Slam, a proposito di Slam ne ho viste di cotte e di crude. Dal (...)
 

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a cura di Massimo Rizzante e Lello Voce

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Contro i ciofani poeti

di Luigi Nacci

Articolo postato mercoledì 15 settembre 2010

Contro i ciofani poeti


Nasci! Sii madre e padre per te stesso!
Attila József


Ho cominciato a scrivere l’anno in cui si è sciolto il Gruppo ’93. L’anno in cui è morto Emilio Villa. L’anno in cui Berluskaiser è sceso in campo per appoggiare un missino che oggi gli ha voltato le spalle. Quando sono approdato all’Università, nella seconda metà degli anni Novanta, non ero che uno studentello alle prime armi di una città di confino, di una Facoltà di Lettere decadente, che leggeva Ungaretti, Apollinaire, Govoni, Prévert, Pavese, Ginsberg, Kerouac, e che in cuffia ascoltava De Andrè, Fossati, Guccini, il primo Venditti, il primo Ruggeri, nient’altro che i soliti cantautori. I soliti poeti da Oscar Mondadori, e se non da Oscar da antologia adolescenziale. Sapevo nulla o quasi – il quasi dei manuali sottoscolastici, dell’infrasentito dire, del rapido mezzoletto in piedi in biblioteca – dei Caproni, Sereni, Fortini, Pasolini, Porta, Giudici, Rosselli, Zanzotto, Villa, Balestrini, Sanguineti, Pagliarani, Raboni, Roversi, Spatola, Vicinelli, Costa, e ancor meno – nemmeno un sentitodiresottovoce – della generazione dei FrascaMagrelliValdugaVoce (e di quelli venuti dopo nemmeno l’ombra di un borino fuoristagione). Informarsi su quanto stesse accadendo nel resto dell’Itaglietta attraverso internet was niet possible (ché Internet non c’era, e se c’era, era per me come il Cubo di Rubik; per non parlare dei mobile phones: il primo Motorola di mezzo chilo mi passò tra le mani alla fine del 1997), e le poche letture che venivano organizzate nella mia ridente necropoli erano per lo più sfoghi ottocenteschi, rigurgiti pocomitteleuropei, in un italiano malmasticato o in un annacquato vernacolo da oratorio.

Tutto è cambiato quando ho incontrato altri disperati scriba come me, nel 1999. Coetanei che vagavano incazzati e senza pace, saltando da un’oscura via di città vecchia all’altra. Non ci conoscevamo, eppure tutti desideravamo la stessa cosa. Cresciuti in un cimitero a cielo aperto, rivolto ad un gloriosasburgico passato che forse così gloriousfranzjoseph non era mai stato, volevamo mettere le parole nella voce, e volevamo che la voce cacciasse le lapidialvalorletterario e i bustidibronzo sei o sette piedi sottoterra. Volevamo tirar fuori la voce, e pure la faringe all’occorrenza, e pure lo stomaco, e gli intestini. Abbiamo iniziato a leggere in pubblico perché ne sentivamo la necessità, era una questione fisica, muscolare, duodenale. Pensavamo che le nostre parole avrebbero potuto rovesciare i volti tristi e cadenti che incrociavamo sugli autobus, avrebbero potuto mettere sottosopra i caffè storici, avrebbero svegliato le menti migliori della nostra generazione dal torpore che avvertivamo diffondersi mediaticamente. Niente di nuovo sul fronte euocentricoccidentale: pensavamo che la poesia avrebbe potuto ribaltare il mondo, come un devastante refolo di bora nera (Visions! omens! hallucinations! miracles! ecstasies!). Non sopportavamo la poesia da torretta d’avorio, da salottino volemosebbene, da iniziati orfici, da specializzandi in filologia romanza. Sì perché un po’ di poesia italica del secondo Novecento avevamo iniziato a leggerla anche noi. E ci sembrava spesso così lontana, spesso così muta, spesso così romanomilanese, spesso così arrogante nella propria pretesa di essere illuminante e foriera di chissà quale veritas accessibile a quattrogatti. A me (forse potrei dire a noi) piaceva gente tipo Majakoskij, gente che non le mandava a dire. Non solo gente così, anche gente che le cose le diceva pianopiano, o che le sussurravasssst, ma mai gente che le mandava a dire. E così nemmeno noi ce le mandavamo a dire. Ci criticavamo, ci facevamo male assai, ci distruggevamo, perché nella voce avevamo nidiate di Fenici, e ci piaceva abbattere l’opera altrui per vedere nascere qualcosa di nuovo dalla cenere. Avevamo poco, poco o niente in comune poeticamente, ma avevamo tutti la stessa cupiditas fremente di comunicare, fosse in strada o in un’osteria o in un teatro, dovevamo parlare a qualcuno, anche se oltrelerighe, anche se con parole imprecise, ritmi sbagliati, rime facili. Il passo successivo, quello di organizzare dibattiti, rassegne, festival, è stata la naturale prosecuzione del cammino precedente. Volevamo confrontarci, guardare in faccia gli altri poeti che leggevamo in riviste o antologie, parlare con loro, ascoltare le loro voci, volevamo criticarli e volevamo da loro essere criticati. Abbiamo chiesto finanziamenti, imparato cos’è la burokrazia, cercato spazi, noleggiato attrezzature, prenotato alberghi, riempito ristoranti, portato a zonzo poeti ciofani e non, li abbiamo sistemati nei nostri letti, gli abbiamo offerto i nostri vinelli, regalato i nostri versi ciclostilati e li abbiamo pagati (quasi sempre, anche se poco, anche se un misero rimborsospeseminime). Pensavamo che la poesia non fosse solo lì, nella pagina, e nemmeno solo lì, nella voce, ma anche nel corpo del poeta, ragion per cui del corpo del poeta avevamo bisogno (e rispetto!), lo dovevamo toccare, dovevamo mangiare alla stessa tavola, espletare i nostri bisogni nello stesso bagno.
Se non avessi incontrato quegli scribammutinati, se non li avessi cercati, se non ci fossimo cercati a vicenda, forse avrei smesso di scrivere a vent’anni (e forse sarebbe stato meglio, starete pensando, e non fate peccato a pensarlo). Perché di essere pubblicato su “Poesia” non me ne fregava un cazzo. Volevo fare come Cecco: il mondo arderlo, tempestarlo poi annegarlo poi mandarlo a picco. E poi rifarlo.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio bombarolo molti ciofani poeti italioti sono venuti allo scoperto. Alcuni volevano solo mettersi in vetrina, altri invece no, avevano cose da dire, alcuni addirittura sapevano dirle bene, le cose. Basti pensare al furor antologico di quegli anni (e mi fermerò al 2006, perché mi pare – ma smentitemi pure – che di lì a poco la spinta si sia smorzata): L’opera comune. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 1999; I cercatori d’oro. Sei poeti scelti, 2000; I poeti di vent’anni, 2000; Gli Ammutinati, 2000; Nodo sottile, 2000; Nodo sottile 2, 2001; Dieci poeti italiani, 2002; Nodo sottile 3, 2002; Parco poesia. Primo festival della Giovane poesia italiana 2003; Quattro poeti, 2003; Tutta la forza della poesia. Il talento, l’esperienza, la scintilla, 2003; Lavori di scavo. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 2004; Di sale, sole e di altre parole. La nuova generazione in poesia a Trieste. Iz soli in sonca in drugih besed. Nova generacija v tržaški poeziji, 2004; Nuovissimi poeti italiani, 2004; If music be the food of love, play on, 2004; Oltre il tempo. Undici poeti per una metavanguardia, 2004; Nodo sottile 4, 2004; Parco poesia 2004; Conatus. L’utopia come bisogno, la poesia come soluzione, 2005; Poeti circus. I nuovi poeti italiani intorno ai trent’anni, 2005; Samiszdat. Giovani poeti d’oggi, 2005; La qualificazione urbana e altre poesie, 2005; Il presente della poesia italiana. Nuova antologia di poesia contemporanea, 2006; Poeti italiani underground, 2006; Incastri metrici, 2006. E come non menzionare i Quaderni di poesia italiana curati da Franco Buffoni, usciti a partire dal 1991 e arrivati quest’anno al decimo volume? Si potrebbero aggiungere alla lista altre antologie, nonché quelle che hanno messo accanto ad autori ciofani autori più maturi, come ad esempio Ma il cielo è sempre più blu. Album della nuova poesia italiana (2002), Poesia del dissenso I e II (2004, 2006), Nuovi poeti italiani (in "Nuova Corrente", n. 52, 2005), o La linea del Sillaro (2006). Che si tratti di antologie generiche, in cui gli autori vengono selezionati sul gusto easy del curatore, attraverso criteri localistici, anagrafici, oppure antologie di movimento, nate per sostenere un’idea forte di poetica, poco importa. Un montón de jóvenes aveva voglia di tirare la testa fuori dal fango e dire ‘oh, estoy aquí y tengo palabras para vosotros!’ (cfr.: qui). E c’erano anche ciofani che avevano voglia di tirare fuori dal limo le mani, gli avambracci, i bicipiti. Per fare riviste, o metter su convegni, reading (e negli ultimi anni anche slam). In Piemonte il gruppo della rivista “Atelier” e Sparajurij; in Lombardia Dome Bulfaro, che è riuscito a coinvolgere molti ciofani attorno al progetto di PoesiaPresente; in Veneto il Porto dei Benandanti; in Friuli Venezia Giulia Gli Ammutinati e i Trastolons; in Emilia Romagna il gruppo della rivista “Daemon”, e poi iniziative promosse da ciofani come Matteo Fantuzzi, Stefano Massari, Alessandro Ansuini, Isabella Leardini; in Toscana si sono dati da fare ciofani come Francesca Matteoni, Marco Simonelli, Alessandro Raveggi, Martino Baldi; nelle Marche Luigi Socci, Valerio Cuccaroni e il gruppo NieWiem, Alessandro Seri e il gruppo di "Licenze poetiche"; nel Lazio i ciofani che hanno collaborato a Romapoesia, oltre a "La Camera Verde"; in Puglia Rossano Astremo e Luciano Pagano. Et cetera et cetera. Sono nomirandom, i primi che mi sono venuti in mente (non si offendano quelli che ho dimenticato), ciofanpoeti che ho conosciuto, che ho visto lavorare alacremente per un’idea, non per soldi e nemmeno per gloria, ché la gloria transit e la poesia non ti fa andare in television, né trasforma un contratto a progetto in uno a tempo indeterminato. Molti dei citati continuano ancora, hanno ancora voglia di sporcarsi le manine e, a dire il vero, più tanto ciofanpoeti non sono. Stiamo tutti veleggiando verso i 35, i 40, 45. Per il mercato del lavoro siamo fuoritarget, invece per il pascolo della poesia nostrana, dicono i pastorelli attempati, siamo ancora vitellini che si devono fare (e poi un giorno, d’un tratto, ci diranno in quarta di copertina che siamo manzidamacello, ah).

Quello che mi domando è dove si siano ficcati i ciofani poeti d’oggi. Quelli di 20, 25 anni, per intenderci. Oh ciofincelli, dove siete finiti? A parte scrivere versi, leggiucchiare, studiacchiare all’Università, lavoricchiare precariamente (uh, non vi lamentate mica, perché anche noi, che abbiamo più artrosi di voi, c’abbiamo dei contratti da sputarci su fino a esaurire la saliva), scribacchiare su feisbuk e sui vostri privateblogs, farvi anche giustamente i cavolfiori vostri, aparteciò, in do’ state?
Le letture, i dibattiti, i convegni, i festival, li organizzate?
Le riviste, di carta o sul web, le case editrici, clandestine&senzaschei, le fondate, le fate?
Con altri poeti, per demolirvi amorevolmente, vi incontrate?
I poeti che vi hanno preceduto, li leggete?
Le poesie degli altri, le recensite, le stroncate?
Una poetica, ce l’avete?
Il mondo, lo volete fare a pezzi?
Rispondete a queste domande, ciofinetti, e solo poi dite se avete pubblicato un libro. Il libro viene alla fine. Serve a mettere un punto. Se pensate che il poeta debba starsene tutto il dì placidamente disteso sul sofà di casetta a rimuginare sul destino proprio e delle altrui genti, allora non rispondete. Se pensate che il compito del poeta si esaurisca nella scrittura, non rispondete. Se pensate che il poeta non debba insudiciarsi le mani, non rispondete. Lo so che vi provoco. Ma vi provoco perché vi voglio vedere in faccia. Perché mi interessa sapere se esistete. E per piacere, non dite che tutto è cambiato, che apparteniamo a generazioni differenti, che la vita l’è dura. Non dite che avete spedito i vostri dattiloscritti a qualche seniorpoet e non avete ottenuto risposta. Non dite che avete chiesto a qualche seniorpoet di essere invitati e non siete stati invitati. Non dite che i seniorpoets non vi danno spazio. Non dite quello che gli altri non vi danno. Dite se voi date qualcosa. Se avete braccia per sgomitare. Se avete orecchi per seguire il consiglio del dèmone (Stănescu): trasforma il tuo occhio in parola / il naso e la bocca / l’organo virile della procreazione, / i piedi che corrono, / i capelli che hanno preso a imbianchire / la troppo spesso curvata spina dorsale – / trasformati in parole, in fretta, finché c’è tempo!
Dite se avete la forza di lottare per quello che desiderate o se (Guy Debord) vi accontentate di desiderare quello che trovate.

106 commenti a questo articolo

Contro i ciofani poeti
2010-09-17 18:23:06|di Luigi B.

"Molta energia, tante iniziative, tutte isolate, nessun collegamento, poca condivisione, leggerissima incidenza sul “gota”, che continua a prendere i finanziamenti buoni per far le solite cazzate che fanno da 30 anni.(siamo in italia, ca va sans dire)

In questa frammentazione, in questa mancata canalizzazione di energie ci siamo ancora in mezzo... Magari questi ciofani fanno più di noi e noi non sappiamo un cazzo. Il problema della frammentazione e della poca condivisione è ancora presente."

Ansuini, cazzo, ma non potevi arrivare due giorni fa santissima incoronata?!

Per la cronca: Poesia 2.0 nasce proprio da qui, dalla necessità di costruire quella comunità che manca alla poesia: ovvero la poesia al centro noi, tutti poveri coglioni, tutti intorno. Nacci, non ho mica mandato una mail a Absolute per la pubblicità o per garantirmi migliaia di accessi giornalieri e fan su faccialibbro?! Il sito non ha scopi lucrativi di alcun genere e chi lo paga non chiederà mai nulla a nessuno. Semplicemente, siccome io sono giovane e penso positivo e diverso da un meno giovane, ho pensato che invece di farmi la mia rivista dove gioco a fare il redattore e la persona importante che ne sa a pacchi, preferisco fare da tramite tra persone diverse che si occupano della medesima cosa senza avere la minima idea dell’esistenza l’uno dell’altro.

Ansuini, mi permetto:
"La poesia è un collante. Mentre scrivi stai da dio, sei dio. Il resto è tutta pRosa."

Luigi B.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 18:00:30|di Alessandro Ansuini

Bentrovati. Visto che "il dibattito" l’avevamo già cominciato a luglio sulla pagina facebook di Nacci, mi ripresento anche qui a portare le mie considerazioni sull’articolo che, premessa la sua valenza provocatoria, temo ponga malissimo la questione. Si dirà, solo un problema di fraintendimenti, per carità, non ne ho il minimo dubbio, ma porla nei giusti termini (giusti per quel che credo si voglia ottenere dalla provocazione) non mi pare di così secondaria importanza. Cercherò di essere schematico il più possibile, vorrei dire molte cose e non le dirà tutte, qualcuna la dimenticherò.

1) La questione generazionale non esiste, è un’enorme cazzata.

Dico questo perché, da come è stata posta la questione, sembra un “noi abbiamo fatto questo, voi che fate?”
Da questa percezione che ho io dalla domanda, mi verrebbe da sollevare immediatamente dei dubbi, se fossi un ciovane, dubbi che poi hanno sollevato, i ciovani in questione. DETRESPOLLIZARSI d’urgenza, tanto per cominciare. Chissenefrega di quello che avete fatto (parlo da ciovane). E last but not least pensi di esserne escluso, oggi?
I fottuti poeti dei 60. Fottuti da cosa? Sono 50enni adesso, cosa fanno, cosa hanno sempre fatto? Spedire una plaquette alla bianca Einaudi? Bussare a qualche editore di rivista? Presenziare vinello in mano coi lori quattro foglietti? Da cosa sono esclusi sti poveracci degli anni 60? Dalle Antologie? Uhhh, che tragedia.

E voi dei settanta (voi me, parlo sempre da ciovane) che avete fatto dei festival, avete pubblicato i vostri libri, vi siete auto legittimati a vicenda, adesso cos’è, siete in pantofole? Raccogliete i frutti di quanto seminato?
Questione iniziale mal posta, maledettamente mal posta. Che al massimo provoca un dibattito.

Quando Fantuzzi dice fate voi, innovate, vuol dire “aiutatemi a innovare”? Io credo di sì, e allora non deve sembrare innovate, ma innoviamo. Lo vogliamo dire che le nostre formule possono aver fallito, per mille motivi? Che i reading sono una noia mortale, lo si può dire? Fabiano invita i poeti ad andare silenziosi alle letture, ma che ti hanno fatto di male?

Quando Bulfaro dice abbiamo arato, se qualcuno non continuerà a seminare domani tutto tornerà arido sta dicendo aiutatemi che sono stanco? Sta dicendo aiutatemi ad innovare, come Fantuzzi? Io credo di sì. Questione maledettamente mal posta. Dome, stai sereno, non diventerà arido il terreno, la pioggia non l’abbiamo fatta venire da noi, è venuta giù dal cielo. Si chiama internet, e ha una gemella che si chiama “condivisione”, molto simpatica e utile. E non smetterà di cadere quanto i nostri indimenticabili versi saranno dimenticati. Le problematiche che noi abbiamo affrontato in workshop festival e dibattiti sono ancora lì belle splendenti nel piatto.

Molta energia, tante iniziative, tutte isolate, nessun collegamento, poca condivisione, leggerissima incidenza sul “gota”, che continua a prendere i finanziamenti buoni per far le solite cazzate che fanno da 30 anni.(siamo in italia, ca va sans dire)

In questa frammentazione, in questa mancata canalizzazione di energie ci siamo ancora in mezzo. E proporre la questione in questi modi continua su quella strada. Parliamo del programma Radio di Fabiano. Iniziativa strafica secondo me. Ho visto come l’hai diffusa su facebook quest’estate, una cosa tipo “Non mandatemi candidature, scelgo io.”
Un ciovane come deve rapportarsi a una cosa così? Attende la chiamata? Fermo restando che io rispetto la scelta, il programma l’hai inventato tu, lo gestisci come vuoi, e non ce l’ho con te, siamo in buonissimi rapporti, faccio il polemico per evidenziare la problematica. Nacci, come li scegli i giovani di Absolute Young? E tu Matteo, preferisci avere un “nome” al tuo festival o 50 ragazzi coi loro foglietti di merda in mano? Come ci poniamo noi che da più o meno dieci anni con le unghie qualcosa l’abbia fatta? Restituiamo pan per focaccia? No, certo che no, vi conosco maledetti. Per questo dico che la questione è mal posta. Sembrate degli stronzi che si beano del lavoro fatto in questi anni. E allora? Il lavoro è finito? E’ sempre stato meglio scoparsela una ragazza che raccontarlo, dal mio punto di vista. Vogliamo raccontare di quando abbiamo fatto nei primi del 2000 questa gang bang con la poesia? Non è un po’ presto?

Magari questi ciofani fanno più di noi e noi non sappiamo un cazzo. Il problema della frammentazione e della poca condivisione è ancora presente. Lo stesso elenco riportato da Nacci, anche per sua ammissione, è deficitario di molte esperienze che io ho visto. Mi vengono in mente così a spanna ASSCULTPRESS di Pistoia, BCE di Livorno e poi di Parma, I Savoltans di Udine, il gruppo di poeti sardi di Porto Torres, Bibhicante di Genova, adesso convertitasi in editrice digitale, ma davvero faccio torto a molti, il problema è sempre rimasto quello dell’autoincensamento e della poca condivisione.

Vuoi che nel Lazio, in Campania, in Puglia, in Sicilia non ci siano altri gruppi che si sbattono in questo senso? Come mai non li conosciamo? C’era un gruppo di ragazzi a Vignola che organizzava festival a dieci chilometri da me e io non sapevo un cazzo. Come mai? Il problema non è dunque il fare, e neanche il mostrare, il problema è l’obiettivo. Se l’obiettivo e creare una rete poetica realmente alternativa a quella mainstream, fatta di luoghi, di eventi, di poeti e di libri siamo ancora in alto mare. Stiamo attraversando il pacifico a nuoto. Ma è davvero questo l’obiettivo? Ci stiamo parlando chiaro no?

Il poeta è un cazzo di individualista che pensa che i suoi mal di pancia siano così interessanti da ammorbare il mondo intero per vederli pubblicati. Questo è un dato. E’ come fare il partito di quelli che odiano la gente, siamo in tanti, ne chiamo uno e dico: ehi, sto fondando il partito di quelli che odiano la gente, tu vieni? E tu rispondi, ci sarà gente? Allora non vengo. (bill hicks cit.) Così funzionano i poeti. E questo dipende da molti fattori insiti alla pratica stessa del fare poesia, che non si sa manco che cazzo significhi più. Sembra tutto brutto e invece non lo è. Se mi chiedi a me perché continuo a fare le mie cazzate in giro, e a organizzarne, ti rispondo perché mi diverto. Mi piace vedere i miei amici matti e sentire quello che combinano. Stare insieme a loro. Ovviamente ci siete anche voi in mezzo ai miei amici matti. Non si fa poesia per nessuno scopo, ciofani o meno giovani. Ungaretti ha scritto un milione di poesie e ci ricordiamo m’illumino d’immenso. Dante ha scritto la divina commedia e ci ricordiamo mezza frase a memoria per uno. Questo cosa vuole significare. Che la poesia, al presente, non ti premia, non ti rende famoso, non ti rende migliore degli altri, non ti darà fama e successo, nessuno parlerà di te, e se anche lo faranno è un circolo di merda fine a se stesso che non ti farà sentire bene. La poesia è un collante. Mentre scrivi stai da dio, sei dio. Il resto è tutta posa. Accumulo di potere da utilizzar nei rapporti sociali. Di bello c’è che con la poesia ci puoi fare tutto, girare il mondo anche, se c’hai le palle di metterti in testa che lo fai per farlo, non per tornaconto. Lo fai perché non puoi fare altro.

L’unico consiglio che mi sentirei di dare a ogni poeta ciofane, compreso me stesso, è decidi presto cosa ci vuoi fare con questa poesia, punta l’obiettivo, illuditi se vuoi, e mordilo. Quello che ti aspetta è una gran merda, se ti metti nell’ottica sbagliata. Oppure c’è da costruire tutto nuovo. Vuoi farti pubblicare dalla Bianca Einaudi? Punta l’obiettivo. Vuoi conoscere dei matti, attraverso la poesia, in tutta Europa? Punta l’obiettivo. La poesia è un mezzo, come internet, non è un fine. Resta la domanda per noi meno ciofani, che è quella che poneva anche Gallerani: cosa facciano noi per la condivisione oltre a curare le cose strafiche che facciamo? Abbiamo obiettivi comuni e si “deve” per forza di cosa continuare a navigare a vista? L’abbiamo abbattuto il muro accademia / internet? O siamo con le pezze al culo come i ciofani?


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 17:47:23|di Fabiano

@ Guido, Luigi, Simona
finalmente,
ho imparato più ora, dagli ultimi 3 commenti che non da tutta la discussione precedente. E vi ringrazio.

@ Luigi:
a modo nostro, si, il mondo lo facciamo a pezzi, quasi tutti scrivendo (molti sono poeti civili impegnati);
un altro modo è scardinare quel senso di "collettività" mafiosa citato puntualmente da Guido (che usa il fantastico termine "puttanismi" che da solo è un titolo!)


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 17:43:17|di Luigi B.

Dimenticavo:

"io ho tempo per aspettare buone poesie della nuova generazione, ma anche quelle della vecchia e della vecchissima generazione: sono tutte poesie contemporanee, non dimentichiamolo."

Chapeau Gugl!

Luigi B.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 17:37:42|di Luigi B.

A domanda rispondo e poi faccio le mie.

Le letture, i dibattiti, i convegni, i festival, li organizzate?
Si, quando è possibile. E non sto a specificare cosa intendo per possibile perché voi pure ne organizzate e sapete bene cosa serve per farlo (a parte l’essere gratis e le questioni organizzative). La domanda è: quelle che io (generico) ho fatto (e che quindi non si chiamavano Absolute poetry festival) voi ci siete venuti? Quando vi ho invitati, magari non a leggere sul palco ma a fare da spettatori (critici, magari) voi avete pensato "ma che bello, si grazie" oppure avete pensato "e questo chi è? crede che io muova il culo per andare al suo reading organizzato solo perché mi ha mandato una mail? non ci conosciamo da anni, non so chi è e non ho un "curriculum" che mi garantisca che non vada a perdere tempo o infangare il mio nome". Cosa avete pensato? Ci siete andati? Se ci siete andati questo articolo non ha senso. Se non ci siete andati questo articolo non ha senso.

- Le riviste, di carta o sul web, le case editrici, clandestine&senzaschei, le fondate, le fate?
Si. Le faccio. Tu, però, le leggi? le critichi? le giudichi? spendi del tempo a conoscerle? o, anche lì, hai bisogno di conoscermi da una decade per dedicare alla mia rivista una piccola porzione del tuo prezioso tempo (leggendola o partecipandovi)? Se le nuove riviste dei ciofani poeti le leggete questo articolo non ha senso. Se non le leggete questo articolo non ha senso.

- Con altri poeti, per demolirvi amorevolmente, vi incontrate?
Si, quando incontro i poeti che amano mettere e mettersi in discussione e non pontificare verità con linguaggio prolisso e ricercato come se stesse ad una conferenza dei sette savi quando invece è in una osteria circondato da amici sbronzi che si insultano a vicenda fino a farsi cacciare. Però, se ti invito e ti chiedo per favore di demolirmi affinché io possa essere migliore, tu poi lo fai? ci parli con me? O hai bisogno di instaurare un rapporto fraterno e duraturo prima di demolirmi offrendomi delle ragioni plausibili? Se lo fate, questo articolo non ha senso. Se non lo fate questo articolo non ha senso.

- I poeti che vi hanno preceduto, li leggete?
Si, quelli che mi hanno preceduto e quelli che vivono il mio stesso presente. Ogni volta che posso e non a caso. Scelgo ponderatamente e leggo piano. Impiego più tempo a leggere una plaquette di poesie che a finire un romanzo di 300 pagine (a meno che non si tratti dell’Ulisse di Joyce). E, soprattutto, la lettura ha bisogno di coerenza, è una questione di metodo (per ritornare a terzago) e di responsabilità: quando incontro un autore che mi interessa, sviluppo un percorso con lui attraverso la sua bibliografia. Questo toglie del tempo, se si vuole farlo bene. Voi i poeti ciofani li leggete? e i vostri coetanei? Non mi sembra, visto che i poeti pare siano più numerosi dei libri di poesia venduti (e sto VOLUTAMENTE generalizzando). Se lo fate questo post non ha senso. Se non lo fate questo post non ha senso.

- Le poesie degli altri, le recensite, le stroncate?
Si, lo faccio. Ma lo faccio per me, tra me e me o con alcuni intimi. Per varie ragioni: la generazione a cui appartengo, nonostante possa sembrare l’opposto, è piuttosto umile e insicura. Siccome ci è mancata sempre la terra sotto i piedi e il nostro stato naturale è la precarietà (voi ci siete cresciuti, noi ci siamo nati) abbiamo bisogno di passare del tempo con le nostre insicurezze fino a riuscire a dominarle. Invece, molti della vostra generazione hanno utilizzato la tecnica di John Fox: io dico una cosa e siccome sono io che la dico e il caso-mondo vuole che sia un poeta allora questa assume un valore che altrimenti non avrebbe. Ci si può rendere conto dall’enormità delle stronzate letterarie appiccicate come prefazioni o recensioni a libri che palesemente non sono stati letti, ad autori che chiaramente non si conoscono o che si sopravvalutano. Io non sono Pegorari (giusto per fare un nome già fatto) e ho il piacere di riconoscerlo. Quando mi capiterà di formulare non uno su dieci ma dieci pensieri su dieci come quelli di Pegorari, allora anche io proverò a scrivere Critico e Testimone. Tra l’altro, la critica non è per tutti. Ci sono ottimi poeti che sono dei pessimi critici e viceversa. Voi sì che lo fate, ma leggendo Fantuzzi pare abbiate perso l’entusiasmo nel farlo.

- Una poetica, ce l’avete?
Si, in perenne movimento, in continuo cambiamento, in discussione sempre e comunque. Quindi no, una poetica non la abbiamo, perché con la nostra connaturata precarietà abbiamo imparato a fare i conti con il dinamismo, l’ineluttabile cambiamento delle cose, lo stravolgimento dello stato delle stesse. E di una poetica in questo mondo e di questi tempi non sappiamo cosa farcene. Sappiamo solo che, come ognuno, abbiamo trovato il nostro modo di dire al mondo che il mondo non ci piace e cerchiamo di riscriverlo meglio con la poesia. Se ci riusciamo o no, se lo facciamo bene o male è un altro discorso. Ciò che ci accomuna non è la poetica, ma la poesia. E voi, ce l’avete una poetica? se si, cosa ci fate (a parte interminabili discussioni, spesso boriose? generalizzo volutamente per la seconda volta).

- Il mondo, lo volete fare a pezzi?
Si, è quello che stiamo facendo mentre voi non ve ne accorgete. Forse perché vi state sgretolando. E voi, alla veneranda età di 35/40 anni, il mondo volete ancora farlo a pezzi?

Luigi B.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 16:11:55|di Simona Menicocci

Premetto di non aver letto tutti i commenti.
Non volendo (e né, secondo me, potendo) generalizzare e sentendomi presa in causa come non mai (nata nel 1985 e "poeta ciofane" da 10 anni), rispondo alla polemica/interrogazione.
No, non organizzo letture, dibattiti, convegni, festival.
Non fondo riviste, di carta o sul web, né case editrici clandestine.
Forse mi manca spirito di iniziativa o coraggio, ma prendendo mooolto seriamente queste cose, non le farei mai per poi essere tacciata (o tacciarmi da sola) di dilettantismo o pressapochismo.
Non mi incontro con altri poeti ciofani, per demolirci amorevolmente soprattutto perché in do’ stanno gli altri poeti ciofani?!?
Se anche si può avere la sensazione che siamo tutti rintanati nelle nostre rispettive buche asfittiche, non per questo si sa dove siano gli altri.
Soprattutto se devo escludere dal computo gli accidiosi scribacchini il cui sguardo nostalgico non va mai al di là della loro penna e che poi, se leggono, una sbirciatina sottobanco a Moccia gliela danno, fino al giorno in cui mettono mano al portafogli (di papà, sempre di papà) e si fanno pubblicare.
Per il resto non lo so dove sono e non uso il noi volutamente. Non esiste nessun noi e nessun voi, pur esistendo le generazioni e le spesso utili generalizzazioni. Quindi posso solo dire in do’ sto io e cosa faccio a parte leggiucchiare, studiacchiare e lavoricchiare, cercando di evitare noiose prolissità.
Ho impiegato del tempo a uscire dalla torre d’avorio (che poi, più che una torre d’avorio, a me è sempre sembrato un guscio di noce a malapena emerso), ho partecipato a concorsi (Linfera, Lorenzo Montano), letture, presentazioni, dibattiti (da sola, in ultima fila, solo per ascoltare e prendere appunti mentre gli occhi attempati intorno si chiedevano chi fossi e, soprattutto, perché fossi lì) e ho rifiutato una pubblicazione (lo dico con vanto, visti i tempi) con la Giulio Perrone Editore.
Ora come ora ho mandato la richiesta per partecipare allo stage di tecniche di scrittura in versi tenuto da Gabriele Frasca all’interno dell’Absolute Poetry, sto preparando la tesi sul Tiresia di Giuliano Mesa (e anche questo lo dico con vanto) e poi cerco di seguire i consigli di amici e seniorpoets di non avere fretta e di leggere nel frattempo.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 16:11:53|di Guido Mattia Gallerani

Non so Fabiano cosa si è inventato o no, il discorso mio non era legato al fare ma al trasmettere. Per me non s’inventa niente ma si trasforma molto. Come dicevo, la generazione percedente a quella dei quarantenni ha passato il testimone volontariamente, ma ha sbagliato a scegliere poiché non ha saputo trasformare la propria qualità in un discrimine con cui, appunto, scegliere bene (preferendo vari puttanismi di sorta, per esempio).
In questo senso i quarantenni (queste indicazioni sono sempre indicative, poiché come ho detto credo poco a queste divisioni, ma se vogliamo farle, le regole della discussione s’accettano e si rispettano) non sanno nemmeno come fare a passare il testimone alle generazioni dopo. Non sanno nemmeno cos’è il testimone. O cosa ci sia da passare. Se non si cambia la prossima farà - non so come - ancora peggio.
I destini di ognuno fanno poi con o senza maestri, come di consueto e invisibilmente, senza retorica.
Guido Mattia Gallerani


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 15:45:00|di Fabiano

@ Guido:

scrivi: "Ciò che invece è ormai verificabile obiettivamente è che la generazione dei quarantenni non ha colto il testimone che ha ben cercato di passarle quella a monte"

Magari fosse accaduto.
Dico, una volontà della generazione precedente a voler passare un testimone a noi...

Alla fine ce lo siamo preso, il testimone, reinventandoci da soli, sapendo di non avere aiuti. Maniche rimbocate e giù al lavoro. Dove c’era da imparare abbiamo imparato,
e dove nessuno ci ha insegnato, abbiamo inventato.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 15:38:58|di fabio teti

@Fabiano:

io non credo si tratti di rispondere ad un questionario aziendale (non stiamo portando avanti un’azienda, i tempi della poesia e delle prassi a essa corradicali sono diversi per ognuno, e danno diversi risultati per ognuno, fortunatamente). e poi, anche se rispondessi al questionarietto, cambierebbe qualcosa? a questo punto della discussione, vi serve sapere a quante iniziative collaboro o sto per collaborare? quali e quanti libri leggo? a quali letture vado? cos’è, stiamo preparano un curriculum fenomenologico universale?

quello che continua a non andarmi giù nel tono generale della polemica, è questo: delle persone con magari dieci o quindici anni di attività culturale alle spalle non possono chiedere, implicando e alludendo a un tempo un bilancio fallimentare, "tu che fai, coglioncello", ad altri che sono appena agli inizi. non è nemmeno scorretto, figuriamici, è semplicemente (a mio avviso) insensato. alle domande di Nacci che mi rialleghi, io magari ti risponderò tra dieci anni. oppure a ventiquattro anni (senza peraltro che nessuno di voi sappia come vivo) devo già vantare prestazioni da mike bongiorno della poesia? io non mi metto a organizzare un sito o una rivista e a sentenziare di poesia e poeti prima ancora di essere diventato uno scrittore accettabile, ossia credibile. la qualità delle iniziative sarà sempre preferibile alla loro quantità.

come ho già scritto, per una persona della mia età, questo è il momento per usare crudeltà su se stessi, per crescere, per castrare il proprio egotismo, limare il pressapochismo, e non ricacciate fuori Ungaretti, per favore. da una persona che ha dieci o quindici anni più di me io mi aspetto serietà, esempi, mi aspetto guida, non un’ironia da quattro soldi (anche se a volte può essere salutare).
ma se voi preferite una generazione a venire di organizzatori culturali e "fo tutt’me" vari (che non si sa bene cosa dovranno organizzare, poi, visto che nel frattempo il livello delle scritture, perché di questo si tratta, cola a picco)allora fate pure. e’ evidente che non riusciamo proprio a capirci.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 15:38:51|di gugl

parlare chiaro, sino ad offendere, direi.

Da parte mia, che ho 50 anni quasi, dico che ciascuno fa quello che può. Nacci è un poeta molto interessante, che ama la provocazione (anche in poesia)

Ovvio che ci si senta offesi se qualcuno ti dice: non vali (o non fai) un cazzo. E non lo ha detto Nacci, comunque.
Ripeto: ognuno fa quel che può: ungaretti, ottimo poeta, cerca raccomandazioni da mussolini. altri, sconosciuti, non l’hanno fatto: ungaretti è da leggere non perché raccomandato, ma in quanto la memoria collettiva l’ha salvato dall’oblio. Poi smettiamo di leggerlo, se ci va.
I nati negli anni 80 cercano visibilità come quelli degli anni settanta: questi ultimi hanno avuto cucchi, santagostini, ladolfi a presentarli. E hanno fondato riviste (Atelier ne è la crema).

C’è qualcuno che sta lavorando per conoscere i poeti ventenni? Io su blanc de ta nuque faccio quel che posso e qualche under trenta ci entra, talvolta.

insomma: dalla discussione mi pare che persone volenterose ci siano in giro. non so quanto valgano come poeti, ma avremo tutti modo di vederlo nei prossimi anni. la visibilità non fa qualità; e la fretta fa nascere storti. io ho tempo per aspettare buone poesie della nuova generazione, ma anche quelle della vecchia e della vecchissima generazione: sono tutte poesie contemporanee, non dimentichiamolo.


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