di Luigi Nacci & Lello Voce

Luigi Nacci (Trieste, 1978) è poeta e performer. Nel 1999 ha co-fondato il gruppo de “Gli Ammutinati”. Ha pubblicato in poesia: Il poema marino di Eszter (Battello stampatore, 2005), poema disumano (Cierre Grafica, 2006; Galleria Michelangelo, 2006, con CD), Inter nos/SS (Galleria Mazzoli, 2007; finalista Premio Delfini e Lorenzo Montano), Madrigale OdeSSa (Edizioni d’if, 2008; Premio Mazzacurati-Russo), odeSS (in Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2010). Ha pubblicato inoltre il saggio Trieste allo specchio (Battello stampatore, 2006) e ha curato con G. Nerli Le voci la città. Racconti e poesie per ripensare spazi e accessi (Cadmo, 2008, con CD). Ha organizzato molti eventi letterari e dal 2008 collabora stabilmente alla realizzazione del Festival Absolute Poetry. Redattore della rivista di arti&linguaggi “in pensiero”, ha un piccolo blog: www.nacciluigi.wordpress.com.


Lello Voce, (Napoli, 1957) poeta, scrittore e performer è stato tra i fondatori del Gruppo 93 e della rivista Baldus. Tra i suoi libri e CD di poesia ricordiamo Farfalle da Combattimento(Bompiani,1999), Fast Blood (MFR5/SELF, 2005) e L’esercizio della lingua (Le Lettere, 2009). I suoi romanzi sono stati riuniti ne Il Cristo elettrico (No Reply, 2006).
Ha curato L’educazione dei cinque sensi, antologia del poeta brasiliano Haroldo De Campos.
Nel 2001 ha introdotto in Italia il Poetry Slam ed è stato il primo EmCee a condurre uno slam pluringue (Big Torino 2002 / romapoesia 2002).
Ha collaborato, per la realizzazione delle sue azioni poetiche, con numerosi artisti tra cui Paolo Fresu, Frank Nemola, Luigi Cinque, Antonello Salis, Giacomo Verde, Michael Gross, Maria Pia De Vito, Canio Loguercio, Rocco De Rosa, Luca Sanzò, Ilaria Drago, Robert Rebotti, Claudio Calia.
E’ Direttore Artistico di Absolute [Young] Poetry - Cantieri Internazionali di poesia.

pubblicato domenica 13 novembre 2011
Ei fu ( e speriamo mai più sia...) Per festeggiare (in attesa di iniziare a piangere per chi lo sostituisce) piace al sottoscritto offrirvi (...)
pubblicato giovedì 21 luglio 2011
C’è un aspetto particolarmente interessante nel dialogo che, a proposito di poesia, si è sviluppato tra Bordini e Mariani su queste medesime (...)
pubblicato domenica 6 marzo 2011
Da quando, nell’ormai lontano marzo del 2001, introdussi in Italia il Poetry Slam, a proposito di Slam ne ho viste di cotte e di crude. Dal (...)
 

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a cura di Massimo Rizzante e Lello Voce

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Contro i ciofani poeti

di Luigi Nacci

Articolo postato mercoledì 15 settembre 2010

Contro i ciofani poeti


Nasci! Sii madre e padre per te stesso!
Attila József


Ho cominciato a scrivere l’anno in cui si è sciolto il Gruppo ’93. L’anno in cui è morto Emilio Villa. L’anno in cui Berluskaiser è sceso in campo per appoggiare un missino che oggi gli ha voltato le spalle. Quando sono approdato all’Università, nella seconda metà degli anni Novanta, non ero che uno studentello alle prime armi di una città di confino, di una Facoltà di Lettere decadente, che leggeva Ungaretti, Apollinaire, Govoni, Prévert, Pavese, Ginsberg, Kerouac, e che in cuffia ascoltava De Andrè, Fossati, Guccini, il primo Venditti, il primo Ruggeri, nient’altro che i soliti cantautori. I soliti poeti da Oscar Mondadori, e se non da Oscar da antologia adolescenziale. Sapevo nulla o quasi – il quasi dei manuali sottoscolastici, dell’infrasentito dire, del rapido mezzoletto in piedi in biblioteca – dei Caproni, Sereni, Fortini, Pasolini, Porta, Giudici, Rosselli, Zanzotto, Villa, Balestrini, Sanguineti, Pagliarani, Raboni, Roversi, Spatola, Vicinelli, Costa, e ancor meno – nemmeno un sentitodiresottovoce – della generazione dei FrascaMagrelliValdugaVoce (e di quelli venuti dopo nemmeno l’ombra di un borino fuoristagione). Informarsi su quanto stesse accadendo nel resto dell’Itaglietta attraverso internet was niet possible (ché Internet non c’era, e se c’era, era per me come il Cubo di Rubik; per non parlare dei mobile phones: il primo Motorola di mezzo chilo mi passò tra le mani alla fine del 1997), e le poche letture che venivano organizzate nella mia ridente necropoli erano per lo più sfoghi ottocenteschi, rigurgiti pocomitteleuropei, in un italiano malmasticato o in un annacquato vernacolo da oratorio.

Tutto è cambiato quando ho incontrato altri disperati scriba come me, nel 1999. Coetanei che vagavano incazzati e senza pace, saltando da un’oscura via di città vecchia all’altra. Non ci conoscevamo, eppure tutti desideravamo la stessa cosa. Cresciuti in un cimitero a cielo aperto, rivolto ad un gloriosasburgico passato che forse così gloriousfranzjoseph non era mai stato, volevamo mettere le parole nella voce, e volevamo che la voce cacciasse le lapidialvalorletterario e i bustidibronzo sei o sette piedi sottoterra. Volevamo tirar fuori la voce, e pure la faringe all’occorrenza, e pure lo stomaco, e gli intestini. Abbiamo iniziato a leggere in pubblico perché ne sentivamo la necessità, era una questione fisica, muscolare, duodenale. Pensavamo che le nostre parole avrebbero potuto rovesciare i volti tristi e cadenti che incrociavamo sugli autobus, avrebbero potuto mettere sottosopra i caffè storici, avrebbero svegliato le menti migliori della nostra generazione dal torpore che avvertivamo diffondersi mediaticamente. Niente di nuovo sul fronte euocentricoccidentale: pensavamo che la poesia avrebbe potuto ribaltare il mondo, come un devastante refolo di bora nera (Visions! omens! hallucinations! miracles! ecstasies!). Non sopportavamo la poesia da torretta d’avorio, da salottino volemosebbene, da iniziati orfici, da specializzandi in filologia romanza. Sì perché un po’ di poesia italica del secondo Novecento avevamo iniziato a leggerla anche noi. E ci sembrava spesso così lontana, spesso così muta, spesso così romanomilanese, spesso così arrogante nella propria pretesa di essere illuminante e foriera di chissà quale veritas accessibile a quattrogatti. A me (forse potrei dire a noi) piaceva gente tipo Majakoskij, gente che non le mandava a dire. Non solo gente così, anche gente che le cose le diceva pianopiano, o che le sussurravasssst, ma mai gente che le mandava a dire. E così nemmeno noi ce le mandavamo a dire. Ci criticavamo, ci facevamo male assai, ci distruggevamo, perché nella voce avevamo nidiate di Fenici, e ci piaceva abbattere l’opera altrui per vedere nascere qualcosa di nuovo dalla cenere. Avevamo poco, poco o niente in comune poeticamente, ma avevamo tutti la stessa cupiditas fremente di comunicare, fosse in strada o in un’osteria o in un teatro, dovevamo parlare a qualcuno, anche se oltrelerighe, anche se con parole imprecise, ritmi sbagliati, rime facili. Il passo successivo, quello di organizzare dibattiti, rassegne, festival, è stata la naturale prosecuzione del cammino precedente. Volevamo confrontarci, guardare in faccia gli altri poeti che leggevamo in riviste o antologie, parlare con loro, ascoltare le loro voci, volevamo criticarli e volevamo da loro essere criticati. Abbiamo chiesto finanziamenti, imparato cos’è la burokrazia, cercato spazi, noleggiato attrezzature, prenotato alberghi, riempito ristoranti, portato a zonzo poeti ciofani e non, li abbiamo sistemati nei nostri letti, gli abbiamo offerto i nostri vinelli, regalato i nostri versi ciclostilati e li abbiamo pagati (quasi sempre, anche se poco, anche se un misero rimborsospeseminime). Pensavamo che la poesia non fosse solo lì, nella pagina, e nemmeno solo lì, nella voce, ma anche nel corpo del poeta, ragion per cui del corpo del poeta avevamo bisogno (e rispetto!), lo dovevamo toccare, dovevamo mangiare alla stessa tavola, espletare i nostri bisogni nello stesso bagno.
Se non avessi incontrato quegli scribammutinati, se non li avessi cercati, se non ci fossimo cercati a vicenda, forse avrei smesso di scrivere a vent’anni (e forse sarebbe stato meglio, starete pensando, e non fate peccato a pensarlo). Perché di essere pubblicato su “Poesia” non me ne fregava un cazzo. Volevo fare come Cecco: il mondo arderlo, tempestarlo poi annegarlo poi mandarlo a picco. E poi rifarlo.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio bombarolo molti ciofani poeti italioti sono venuti allo scoperto. Alcuni volevano solo mettersi in vetrina, altri invece no, avevano cose da dire, alcuni addirittura sapevano dirle bene, le cose. Basti pensare al furor antologico di quegli anni (e mi fermerò al 2006, perché mi pare – ma smentitemi pure – che di lì a poco la spinta si sia smorzata): L’opera comune. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 1999; I cercatori d’oro. Sei poeti scelti, 2000; I poeti di vent’anni, 2000; Gli Ammutinati, 2000; Nodo sottile, 2000; Nodo sottile 2, 2001; Dieci poeti italiani, 2002; Nodo sottile 3, 2002; Parco poesia. Primo festival della Giovane poesia italiana 2003; Quattro poeti, 2003; Tutta la forza della poesia. Il talento, l’esperienza, la scintilla, 2003; Lavori di scavo. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 2004; Di sale, sole e di altre parole. La nuova generazione in poesia a Trieste. Iz soli in sonca in drugih besed. Nova generacija v tržaški poeziji, 2004; Nuovissimi poeti italiani, 2004; If music be the food of love, play on, 2004; Oltre il tempo. Undici poeti per una metavanguardia, 2004; Nodo sottile 4, 2004; Parco poesia 2004; Conatus. L’utopia come bisogno, la poesia come soluzione, 2005; Poeti circus. I nuovi poeti italiani intorno ai trent’anni, 2005; Samiszdat. Giovani poeti d’oggi, 2005; La qualificazione urbana e altre poesie, 2005; Il presente della poesia italiana. Nuova antologia di poesia contemporanea, 2006; Poeti italiani underground, 2006; Incastri metrici, 2006. E come non menzionare i Quaderni di poesia italiana curati da Franco Buffoni, usciti a partire dal 1991 e arrivati quest’anno al decimo volume? Si potrebbero aggiungere alla lista altre antologie, nonché quelle che hanno messo accanto ad autori ciofani autori più maturi, come ad esempio Ma il cielo è sempre più blu. Album della nuova poesia italiana (2002), Poesia del dissenso I e II (2004, 2006), Nuovi poeti italiani (in "Nuova Corrente", n. 52, 2005), o La linea del Sillaro (2006). Che si tratti di antologie generiche, in cui gli autori vengono selezionati sul gusto easy del curatore, attraverso criteri localistici, anagrafici, oppure antologie di movimento, nate per sostenere un’idea forte di poetica, poco importa. Un montón de jóvenes aveva voglia di tirare la testa fuori dal fango e dire ‘oh, estoy aquí y tengo palabras para vosotros!’ (cfr.: qui). E c’erano anche ciofani che avevano voglia di tirare fuori dal limo le mani, gli avambracci, i bicipiti. Per fare riviste, o metter su convegni, reading (e negli ultimi anni anche slam). In Piemonte il gruppo della rivista “Atelier” e Sparajurij; in Lombardia Dome Bulfaro, che è riuscito a coinvolgere molti ciofani attorno al progetto di PoesiaPresente; in Veneto il Porto dei Benandanti; in Friuli Venezia Giulia Gli Ammutinati e i Trastolons; in Emilia Romagna il gruppo della rivista “Daemon”, e poi iniziative promosse da ciofani come Matteo Fantuzzi, Stefano Massari, Alessandro Ansuini, Isabella Leardini; in Toscana si sono dati da fare ciofani come Francesca Matteoni, Marco Simonelli, Alessandro Raveggi, Martino Baldi; nelle Marche Luigi Socci, Valerio Cuccaroni e il gruppo NieWiem, Alessandro Seri e il gruppo di "Licenze poetiche"; nel Lazio i ciofani che hanno collaborato a Romapoesia, oltre a "La Camera Verde"; in Puglia Rossano Astremo e Luciano Pagano. Et cetera et cetera. Sono nomirandom, i primi che mi sono venuti in mente (non si offendano quelli che ho dimenticato), ciofanpoeti che ho conosciuto, che ho visto lavorare alacremente per un’idea, non per soldi e nemmeno per gloria, ché la gloria transit e la poesia non ti fa andare in television, né trasforma un contratto a progetto in uno a tempo indeterminato. Molti dei citati continuano ancora, hanno ancora voglia di sporcarsi le manine e, a dire il vero, più tanto ciofanpoeti non sono. Stiamo tutti veleggiando verso i 35, i 40, 45. Per il mercato del lavoro siamo fuoritarget, invece per il pascolo della poesia nostrana, dicono i pastorelli attempati, siamo ancora vitellini che si devono fare (e poi un giorno, d’un tratto, ci diranno in quarta di copertina che siamo manzidamacello, ah).

Quello che mi domando è dove si siano ficcati i ciofani poeti d’oggi. Quelli di 20, 25 anni, per intenderci. Oh ciofincelli, dove siete finiti? A parte scrivere versi, leggiucchiare, studiacchiare all’Università, lavoricchiare precariamente (uh, non vi lamentate mica, perché anche noi, che abbiamo più artrosi di voi, c’abbiamo dei contratti da sputarci su fino a esaurire la saliva), scribacchiare su feisbuk e sui vostri privateblogs, farvi anche giustamente i cavolfiori vostri, aparteciò, in do’ state?
Le letture, i dibattiti, i convegni, i festival, li organizzate?
Le riviste, di carta o sul web, le case editrici, clandestine&senzaschei, le fondate, le fate?
Con altri poeti, per demolirvi amorevolmente, vi incontrate?
I poeti che vi hanno preceduto, li leggete?
Le poesie degli altri, le recensite, le stroncate?
Una poetica, ce l’avete?
Il mondo, lo volete fare a pezzi?
Rispondete a queste domande, ciofinetti, e solo poi dite se avete pubblicato un libro. Il libro viene alla fine. Serve a mettere un punto. Se pensate che il poeta debba starsene tutto il dì placidamente disteso sul sofà di casetta a rimuginare sul destino proprio e delle altrui genti, allora non rispondete. Se pensate che il compito del poeta si esaurisca nella scrittura, non rispondete. Se pensate che il poeta non debba insudiciarsi le mani, non rispondete. Lo so che vi provoco. Ma vi provoco perché vi voglio vedere in faccia. Perché mi interessa sapere se esistete. E per piacere, non dite che tutto è cambiato, che apparteniamo a generazioni differenti, che la vita l’è dura. Non dite che avete spedito i vostri dattiloscritti a qualche seniorpoet e non avete ottenuto risposta. Non dite che avete chiesto a qualche seniorpoet di essere invitati e non siete stati invitati. Non dite che i seniorpoets non vi danno spazio. Non dite quello che gli altri non vi danno. Dite se voi date qualcosa. Se avete braccia per sgomitare. Se avete orecchi per seguire il consiglio del dèmone (Stănescu): trasforma il tuo occhio in parola / il naso e la bocca / l’organo virile della procreazione, / i piedi che corrono, / i capelli che hanno preso a imbianchire / la troppo spesso curvata spina dorsale – / trasformati in parole, in fretta, finché c’è tempo!
Dite se avete la forza di lottare per quello che desiderate o se (Guy Debord) vi accontentate di desiderare quello che trovate.

106 commenti a questo articolo

Contro i ciofani poeti
2010-09-17 14:53:42|di Guido Mattia Gallerani

Provo a intervenire ripetendo per l’ennesima volta, anch’io, le solite cose che ormai si sono verificate assodate negli ultimi 5 anni...
Se s’imposta il problema dal lato generazionale bisogna allora guardarlo come un problema di trasmissione, di "passaggio di testimone".
Vorrei che ora nessuno alzasse la personale bandiera e si restasse su un terreno di valutazione generale.
Non significa automaticamente che la presunta micro-generazione dei 74-84 (così mi ci metto in mezzo anch’io ormai vecchio) non abbia fatto qualcosa per quella più micro degli 84-90 (incidentalmente, mi paiono queste divisioni ridicole ora che le faccio, anch’io, ma tant’è).
Questo lo si verificherà col tempo.
Ciò che invece è ormai verificabile obiettivamente è che la generazione dei quarantenni non ha colto il testimone che ha ben cercato di passarle quella a monte.
Intendiamoci: è l’Italia, governata dall’etica del puttanismo, di facoltà e letterario. Il problema allora è che quelli che sono chiamati i "maestri" (ognuno ci metta chi vuole, non ha importanza) erano sì puttanieri, incapaci di costruire allievi alla loro altezza, ma la loro qualità poetica, critica, ecc... era comunque altissima.
Chi è venuto dopo, come dire, ne ha ereditato i difetti e non le qualità (sempre in un’ottica di tradizione, allora la colpa è dei loro maestri).
Noi-voi invece che abbiamo fatto? Siamo davvero migliorati in qualità e in trasmissione del sapere, siamo davvero riusciti a dare qualche punto fermo sulla base dei valori che siamo chiamati a giudicare e non nell’impeto invidioso degli altri?
Io credo che la colpa dei ciofani poeti, mi dispiace, non possa essere attribuita ANCORA a loro, magari lo sarà dopo. Non so nemmeno se la colpa vada attribuita a noi-voi. Di certo le responsabilità, per come la leggo io, nascono a monte in un problema di trasmissione che certamente è mancata a quell’ALTEZZA generazionale, se è mancato a questa è un valore aggiunto. Si viene fuori anche su come si è educati (e nessuno per favore pensi al suo destino personale poiché stiamo facendo un discorso - lo ripeto - generale).
Detto questo, non posso che ribadire la strategia a mio parere utile per uscirne. Ancora una volta, un moralismo esasperato e ferreo che trasformi i rapporti che circolano nel mondo della poesia nei termini di un atteggiamento professionale. Anche l’amatore che gioca a calcio la domenica si comporta, o tende, come un professionista. Stessa cosa credo debba avvenire per la poesia.
Mi rendo conto dell’utopia da mentalità dirigenzialistica-marinaberlusconina, ma credo che in questo modo i poeti ventenni saranno costretti ad apprendere il modo idoneo per portare avanti, dal canto loro, la strada della poesia per quanto le loro forze, capacità, impegno e fortune lo consentiranno.
Poi, ancora ben inteso: può essere benissimo che siano ancora più sfigati e incapaci di noi-voi, ma almeno bisogna provarci, e sempre di più.
Guido Mattia Gallerani


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 14:32:21|di Fabiano

@ Fabio
ti do ragione: noi non siamo né maestri né gli unici 4 o 5 che portano avanti qualcosa. Su quanti portano avanti qualcosa, infatti, vale quanti sono i citati dal Nacci in articolo, con relative info geografiche. E molti altri ancora, appunto, che non sono stati citati. E’ che qui, per ora, siamo 4 o 5 a metterci voce e a quelli mi rifaccio, per semplicità.

Non gettare i libri che hai, detto tra parentesi, perchè se gli autori che li hanno scritti hanno scritto bene, quello conta. Il libro, la poesia che parla, e non la persona.

Per ogni fascia generazionale, abbiamo avuto altezze e bassezze. Libri che hanno marcato il passo, altri (anche pubblicati con ottimi editori e quindi visibili) che sono stati vapore nel vento.
Hai ragione nel dire che nella generazione 80-90 ci sono buoni autori, le eccezioni e mi incazzo quando definisci te stesso ed altri qui intervenuti dei poveracci, perchè non è cosi, non lo siete.
Proprio perchè siete qui a discutere e metterci la faccia (come facciamo noi) rispondete esattamente a quanto chiesto da Nacci e poi ribadito da Fantuzzi.
Quello che però ancora non leggo è la risposta alle domande poste dal Nacci:
-  Le letture, i dibattiti, i convegni, i festival, li organizzate
-  Le riviste, di carta o sul web, le case editrici, clandestine&senzaschei, le fondate, le fate?
-  Con altri poeti, per demolirvi amorevolmente, vi incontrate?
-  I poeti che vi hanno preceduto, li leggete?
-  Le poesie degli altri, le recensite, le stroncate?
-  Una poetica, ce l’avete?
-  Il mondo, lo volete fare a pezzi?
Sono provocatorie (lo dice il Nacci stesso)e incalzano una risposta, ma la risposta che vedo arrivare vanno in una miriade di direzioni ma non ai punti qui sopra indicati. C’è sempre un “ma però”.

Io non vedo fermento e scusa se te lo dico cosi schiettamente: vedo una generazione seduta, e la vedo davvero. Io progetti non ne vedo più. Non vedo nascere nemmeno una fanzine fatta bene su Internet, condotta da giovani .
L’’ultimo progetto coi coglioni che ho visto tirare fuori, è stato LA GRU, progetto nato da Davide Nota (1981), Stefano Sanchini (1976) e Loris Ferri (1978) – so che anche altri l’hanno fatta nascere ma me ne sfugge il nome .
E poi?
Ci sono altri progetti coesi?
se non se ne sa nulla allora c’è una mancata comunicazione.

Ed è qui che torna nuovamente la domanda posta dal Nacci in chiusura articolo: “Dite se voi date qualcosa. Se avete braccia per sgomitare”.
Questo non vuol dire pubblicare su Nuovi Argomenti e recriminare se non accade.
Sgomitare vuol dire “cosa siete capaci di costruire con le vostre forze e volontà”, senza rincorrere la pubblicazione del librino, o in rivista o nel blog o sul sito, lontani dai pollici di FB.
Cosa volete o potete creare.
Dopo i qualcosa che abbiamo fatto noi (e che stà coprendo di polvere), dopo progetti come LA GRU, ci siete voi che potete andare avanti e fare molto meglio di quello che abbiamo fatto noi e quelli prima di noi ancora (la generazione del 60, ad esempio, fottuta in pieno, ingiustamente e ancora ne pagano le conseguenze).
Voi avete inoltre un accesso a tutti i nuovi media che è strabiliante e che sapete usare (noi ci abbiamo messo un po...). Avete mezzi.
La domanda del Nacci, la mia e di Fantuzzi è sempre quella: la volontà e la voce, dove sono? Che fate?


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 12:48:33|di marcello bellavia

Credete sul serio che in 1 mln e 1/2 di poeti in italia tutti o almeno una centinaia sappia scrivere-dire qualcosa-essere? rispondo sempre io :NO.Il paternalismo e le buffonate sono exemplum dello stare a galla ,esserci a tutti i costi.se avessi potutto fare il muratore l’avrei fatto ma non è cosi’, e cosi’ non è per forse 1 o altre 2 o poco piu,’ persone che nella storia hanno scritto in poesia.Va che il maconierre lo puoi fare anagrammando i cornetti la mattina prima di erigere un muretto a firma tua puoi con le tegole coprirne d’alba l’inverno e il biancore di uno scheletro senza movenze senza compassioni ,soggeto dell’ira di un gatto o illegittimita della madereterra che nele sue radici nel suo scureggiare al vetro del cielo invoca la bestia ,affinchè questa materia a mezz’aria,quest’essere vivente che si chhiama uomo non esista e non prenda la natura per natura e non sia per quanto gli basti d’essere.Siete figli del relativismo unici
approfittatori del reality poetry uccidereste chi scrive veramente per un ’omologazione stagno ,che riluce solo la carta di cui si è fatti.Pensate che Soffici fosse diverso dall’intrateniment che qui è in atto ,che i suoi compagni
fossero la bolla dalla quale uscire,che leopardi non vi avrebbe odiato per il nulla per il latrocinio marcato cristianesimo di cui vi fate baluardo?
Si sono un bastardo che butta sangue ogni giorno,che ricerca che "CREA" sempre che scrive sulle tele equazioni
di un futuro sempre piu’ futuro sempre piu’ reale sempre migliore che alla fine riportera’ a casa quelli che come me ci hanno creduto ,che l’hanno voluto che pensano che il progresso sia e’ dev’essere egemonia affinche l’assin(i)o
della storia non ripeta sempre la barzelletta."Convinse qualcuno il primo uomo-e cosi’ per tutti gli esseri viventi- a viaggiare una vita da scemo(o furbo,furboscemo)De Andre".Non v’e’ nulla a parte la consapevolezza d’essere grandi e come piccoli e in parte impotenti nella nostra volonta’:non poterci fare nulla.Ogni cosa non è ed è ,è e in quanto tale si evolve e quindi va studiata capita voluta mischiata compresa e accettata.e se non è bene uccisa.Ogni giorno peno perchè i miei quadri vengono copiati perchè non vengono scolpiti da me perchè cio’ che dico e che ancora riesco a dire sembra un’illusione un’inutilità cio che potra essere invece.Eppure i media ogni giorno danno testimoninaza di ogni riflessione ,di ogni detto.A me interessa pubblicare
potere dire spiegare,non è mai semplice anzi mai."la tua è una reiterazione un manierismo di sorta ,l’hanno detto tutti",eppure io l’acqua continuo a berla per potermi dissetare-ammesso che riesca ad avere sete di tanto in tanto-,e forse la sete che non si è mai estinta o l’acqua che non appartiene alle nostri alle PROPRIE otri che non ci ha mai dissetato.IL manierismo non esiste il gia detto è
una rimarcazione fatta sullo stile,ma se lo stile è nuovo e cio’ che dici non è "alieno" ma reale allora e la nouvite,
l’originalita’ che appaga il collezionista che fa rivelare nei scritti il pittore che da luce all’anima,inoltre il concetto e contemporaneo definito nella sua indefinizione,specifico nel suo asserire: è .Quindi "leopardi aveva scritto " lo dice il venerando scrittore
che sa di avere scritto e che c’è ancora da dire-e quasi mai succede a uno scrittore ma al massimo ad un vero poeta,riceratore artista-,non di certo ad un blogger blasonato di roches che non hanno patina e neanche un minimo d’eau real neanche nel palteau d’oblier dell’ajourdhui contemporè(ain).Per quanto mi riguardea da poeta giovane e che non aveva voglia di scrivere un cazzo stamattina (ma che ne è sempre costretto ,per inutilità quando non vuole) che scriva chi sappia scrivere che si produca nel modo giusto :cartaceo e si facciano ognuno i cazzi propri senza diventare hunters -finto paternalisti-
di un reity poetry a cui nessuno vuole appartenere.Al massimo andare a lavorare e versare il 1000x1000 per chi muore di fame davvero e cerca proposteri di continuare a vivere perchè un giorno si possa dire sul serio. E la si smetta di sminuire chi scrive di dire "poeta" di colpevolizzare nulla dato che è dal nulla di chi non dice nulla che proviene il detto(l’unica cosa detta:scrivete).

Ho scritto come un bimbo di 5 anni non perchè mi piaccia o abbia una valenza simbolica ma perchè se scrivessi sul serio niente sarebbe capito;ANCORA OGGI, DOPO ANNI.

Volete fare qualcosa "fratelli" ,denunciate massacrate l’editoria e chi come i senior-d’un cazzo- impediscono l’avvenire ,non chi se ne strafotte vivendo la vita.poiche quelli sono felici ma di certo nulla hanno da dire tranne les inventions et l’omolagations che portera sempre avanti voi rienons(licenza poetica)e loro.

saluti.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 12:46:07|di fabio teti

c’è voluta una notte per intendersi almeno su un paio di punti con Nacci, ora sembra si debba riprendere daccapo.

@Fabiano,

scusami, ma trovo il tuo primo intervento, nonostante la civiltà dei toni (e di quello che scrivi solitamente) insopportabile. ma davvero si pensa che il clima del pollicione facebookiano l’abbiano istaurato i soli attuali ventenni? riesci a immaginare che anch’io leggo giornalmente tonnellate di vacuità prodotta dai nati nei settanta e nei sessanta e finanche nei cinquanta? tonnellate, Fabiano, però non irrompo in un thread accusando con generalismo e tutterbafascismo le intere generazioni: perchè ci sono le eccezioni, e perché mi manca lo spirito del retore che si affaccia al balcone e parla al popolo intiero. qui, per l’appunto, si sta ormai discutendo tra individui precisi, è inutile, a mio avviso, che continuiate a porre la questione generazionale, e generalista, e a parlare per fraseggi fatti. è troppo facile, perché equivale a non parlare a nessuno, e come ho detto ieri a Nacci, o si fanno nomi, e si motivano le proprie affermazioni, o è aria fritta.

sulla tua chiusa ad effetto: "Sarà perché non avete nulla da dire, ma volete sentirvi dire?", cui aggiungerei questo passo di
@Bulfaro, altrettanto aberrante: "Attenzione perché a forza di vivere seduti accade che anche il pensiero si sieda, l’animo si sieda".

queste sarebbero le profonde ed etiche domande che ci rivolgete, e alle quali stentiamo a rispondere? ma per piacere. de-trespolata, sù.
posso farla io una domanda? dico: ma davvero ritenete di essere i soli tre o quattro o cinque maestri esistenti per noi altri poveracci? ditelo subito perché allora getto tutti i libri che possiedo, tanto non mi servono a nulla.

Un saluto, e spero mi si perdonino i toni, dovuti all’esasperazione.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 11:38:50|di giuseppe nava

Secondo me è giusta l’idea di "responsabilità" che si va sottolineando (anche Terzago ha detto "faccio questo per responsabilità"). Però mi pare che l’indirizzo generale del discorso stia prendendo una piega sbagliata. Perchè sembra, dai commenti dei ciofani e dai commenti dei meno ciofani, che i primi debbano essere responsabili nei confronti dei secondi. Come a dire: i meno ciofani hanno dimostrato qualcosa, voi sarete altrettanto bravi? Questo è giusto ma non deve diventare una sfida. Anzi: deve essere sfida, ma deve esserlo contro tutti, contro il mondo, anche contro sé stessi; e non solamente contro i meno ciofani giusto perchè hanno rotto le palle (e per converso, contro i ciofani che non fanno un cazz’).
La responsabilità va presa non perchè ce lo deve chiedere qualcuno, ma perchè dal momento che scrivo e che desidero essere letto, sono responsabile di quello che scrivo. Se mi metto a fare una rivista, un convegno, quello che è, sono responsabile di questo. Bisogna metterci la faccia e il culo. Ma sempre meno lo fanno. Questa mancanza può essere rilevata come questione generazionale ma credo che travalichi le età.
Io nel mio piccolo recensisco, provo a dare commenti, consigli, pur sapendo di non avere un’autorità ma sempre nella speranza di ottenere in cambio un confronto. E tra quei tipi descritti efficacemente da Alborghetti - quelli che vogliono solo un "mi piace", che non si interrogano sulla qualità della loro produzione, e io aggiungerei che non si interrogano sulla poesia in toto - tra quei tipi dicevo ho trovato anche molti meno ciofani. Tante volte il confronto si risolveva in cose tipo "ah sì ok, ma quella è roba che ho scritto al liceo".
Per andare al dunque, secondo me più che un problema generazionale c’è un problema epocale. Nel senso che nella povertà dilagante (povertà intellettuale e morale), con l’aggiunta dell’esplosione dell’editoria a pagamento, e dello schifo delle italiche scuole, viene a mancare una... educazione poetica (ne aveva già parlato qualcuno in qualche commento precedente, chiedo scusa se non cito ma non riesco a ritornare su tutti i passi). Una educazione al confronto e alla responsabilità (ecco che ci torniamo) che comporta il mettersi a fare poesia. E badate bene: fare, non solo scrivere.
Io pontifico e qualcuno potrebbe anche ribadire "sì ma tu?". E’ vero, io non ho fatto molto. Se cronologicamente sono tra i meno ciofani, poeticamente sono invece ciofane, avendo iniziato a pensare seriamente alla poesia a 25-26 anni. Ho pubblicato un libro come tanti altri hanno fatto, come primo passo invece che come conclusione di un percorso, e difatti non ci ho ricavato molto in termini esperienziali. Quando ho pubblicato nessuno mi ha detto che poesia significa non solo scrivere e leggere, ma anche parlare, parlarne, ascoltare, leggere gli altri (e non solo i "grandi") e scrivere di loro, dedicare tempo, magari averne in cambio, leggere ancora... L’ho scoperto da solo, e non lo dico per vittimismo ma perchè così è. Anzi sto ancora scoprendo, sto cercando di andare verso quel "fare" tanto importante. Me ne sto convincendo sempre più, da tempo, e per questo mi sento in diritto di dare questa mia opinione. Per indole sono troppo riflessivo e ci metto secoli a decidermi per una cosa, i miei tempi sono ahimé lunghi. Però sono qui, e voglio fare.
E soprattutto spero che tutta questa discussione, che certo non è ancora finita, non si fermi poi a un tutti contro tutti, a un "ciofani vs. meno ciofani", che sembra ciao darwin... tiriamone fuori qualcosa. Facciamola diventare davvero una sfida, magari, ovviamente nel senso di un "gioco". Non lasciamo che il polverone, ora sollevato, ricada di nuovo. Puliamo un po’, cazzo.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 11:23:29|di Luigi B.

@ Bulfaro et Terzago:

qui non si sta mettendo in discussione il cosa, ma il come e le intenzioni.
Tutti sappiamo del lassismo e della ossessione per la mediaticità dei poeti ciofani (ed anche di alcuni meno ciofani). Nonostante questo, non mi riconosco affatto nei toni utilizzati da Nacci e, ancor meno, da quelli utilizzati da Fantuzzi. In quelli di Bulfaro, per esempio, si (anche se lo squallore degli anni 80 e 90 non ha nulla da invidiare a quello degli anni 70). Il tono è importante.
Non si capisce, poi, nemeno perché dei 35enni o 40enni debbano parlare come chi è ormai troppo vecchio per fare qualcosa (da solo o assieme ai giofani).
Nessuno sta nemmeno parlando di partecipazione solo sotto invito e con palco annesso. Ogni volta che ne ho avuto la possibilità io ai reading o a varie occasioni di incontro ci sono andato. Sono stato alle classiche conferenze dove il poeta-vate pontificava - con linguaggio forbito ma senza dire assolutamente nulla - le sue verità senza possibilità di replica. No, grazie. Sono stato ad altri tipi di incontri dove, con 10 persone o con 60, si cercava di portare avanti un discorso che fosse comune, coinvolgendo i partecipanti - quelli sul palco e quelli seduti. Molto meglio, più costruttivo.
Ogni volta che ne ho avuto l’occasione, ho sempre cercato la vicinanza non per eventuali ritorni (non ho una raccolta da pubblicare, né ho intenzione di pubblicarne alcuna e nemmeno ho componimenti da inviare a riviste affermate), ma per vedere se tale vicinanza avrebbe potuto aiutarmi ad essere migliore. Personalmente non ho alcuna difficoltà a riconoscere quando una persona è migliore di me perché ne sa molto di più e se ne ho la possibilita mi trasformo in una spugna.
Un paio di persone che potrebbero confermare ciò che dico esistono. E, caro Nacci, le ho contattate via mail. Anzi, via commento su Nazione Indiana, per esempio. Ed hanno risposto. Non mi hanno mica detto: ma noi non ci conosciamo da anni, non crederai mica che io possa stare lì a parlare con te solo perché mi hai mandato una mail? No. Mi hanno detto: se vuoi prendere un caffè raggiungimi qui, ma non ho molto tempo mi spiace. Che è stato come dire: io non ti conosco, se non sei pazzo o eccessivamente deficiente magari poi ce ne prendiamo un altro di caffè. E ti assicuro che di insulti me ne sono arrivati. Ma umilmente io li ho richiesti e, dopo averci riflettuto su, ne ho riso anch’io.
Ripeto che posso anche trovarmi d’accordo con ciò che si dice, ma non mi riconosco nei modi nè mi va di essere personalmente incluso nel fascio d’erba di Nacci. Poiché siccome personalmente credo di fare qualcosa davvero, quello che faccio lo difendo a spada tratta. Che poi sia fatto bene o male, questo non lo so. Ma è sicuramente un altro discorso.
Luigi B.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 10:04:15|di Francesco Terzago

@Luciano Mazziotta;
Io stesso condivido il senso di questo articolo. Nutro un certo disgusto nei confronti di tanti miei ’colleghi’.
Però è vero che ignorare del tutto una o più esperienze è pericoloso.
Sono nato nel 1986 e ho girato in treno tutto il nord Italia per andare a sentire qualcuno che leggesse poesia, ho passato tante nottate buttato sulla panchina di una stazione ferroviaria. Leggendo libri di poesia ho aspettato l’alba: il primo regionale per tornarmene a casa, a Padova. Ora credo che il problema stia anche nell’umiltà, io se faccio questo lo faccio per me stesso e non devo venire qui a cantarmela da solo. Faccio questo per responsabilità - perché solo confrontandomi con qualcuno, con un poeta, posso migliorare il mio lavoro. Per avere fiducia in ciò che faccio non è necessario che trasformi le mie esperienze in una narrazione da proporre a qualcuno (lo sto facendo in questo momento solo per esemplificazione - e avrei nella mia biografia delle esperienze che sole, se raccontate, varrebbero il voyeurismo di una pubblicazione). Vivo a Padova da tre anni, in tre anni ho portato a Padova molti poeti, da Pasquale di Palmo a Fantuzzi, passando per Turina, io stesso ho fatto parecchie letture, anche per la radio dell’Università; ora sto mettendo a calendario Ritrovato, Cornali, Giovenale e lo stesso Nacci e mi sto occupando di un progetto di writing e poesia, di poesia2.0 e di UltraNovecento, con la De Luca, la Avallone e Zanin. Ho pubblicato alcuni miei lavori su Voci della Luna, niente libricino dal torchio sotto casa. Perché?, perché lavoro ogni sacro-santo giorno da quattro anni a questa parte alla stessa maledetta raccolta di poesie, e ho la decenza di non volerla pubblicare fino a quando non ne sarò davvero convinto fino in fondo - e tutto quello che ho detto nel precedente intervento, che forse non hai letto, va a nozze con quanto sto dicendo ora - tutti i mezzi per irrompere nell’oggi che avevo là elencato sono validi (e ce ne saranno moltissimi altri) ma prima di tutto bisogna avere qualcosa da dire, e oltretutto qualcosa di ’detto bene’ (scritto bene). Io credo che come me ci siano molti altri - nati dall’Ottanta in poi, e la cosa che ci distingue, che ci fa stare bene, in pace con la coscienza, è solo il tentativo di una maturazione umana e, artisticamente, una sensibilità sempre all’erta - oltre il fatto di voler fare le cose in un certo modo, senza pressapochismi. Questo non vale anche per voi ’matusa’?

Quello del poeta è un lavoro 24 ore su 24, una forma laicale e moderna di pauperismo - ma, cielo, è quello che siamo chiamati a fare, che amiamo fare, direi proprio - la nostra vita.

L’unica critica che posso fare alla generazione che mi ha preceduto è la seguente: dovrebbe avere più fiducia in quelli che della mia fanno. "Il più bel fior ne coglie" è il motto dell’Accademia della Crusca, voi non dovreste setacciare parole bensì persone.
Garantire qualche spazio in più, qualche chiacchiera in più; scrivere ogni tanto una mail con un ’ciao come stai - come va il lavoro’. Le piccole cose che danno forza, non tutti hanno la mia stessa tendenza al ’crociatismo’, così molti si sono perduti nell’ombra, schiacciati da un lato dall’Accademia, che se non si è cocciuti sopisce, mortifica la creatività, dall’altro dall’incapacità di capire a chi rivolgersi e come farlo.

Dopo questo intervento mi farò schifo per qualche ora, ma andava fatto.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 10:03:31|

Poeti nati negl’anni Ottanta e Novanta il problema è semplice: serve un ricambio generazionale (e in questo momento secondo noi latita) per mantenere fertile una terra che solo un decennio fa era arida.
Se la terra resta fertile tutti godranno dei frutti, se la terra dovesse ritornare arida ci perderebbero tutti e il nostro lavoro per consegnarvi (e darci) qualcosa di migliore di quello che abbiamo ricevuto noi non sarebbe valso a molto.
Se ad esempio Luigi Nacci, Lello Voce, e Gianmaria Nerli si stancassero un giorno di tenere vivi absoluteville e absolute poetry, se non ci fosse più un ricambio, chi ci perderebbe di più? Loro tre? Non credo.

Mi rendo conto che per voi sia difficile immaginare lo squallore in cui ci siamo formati, ma chi è nato negl’anni Settanta è cresciuto in un ambiente ostile al confronto, ostile al pluralismo di voci in poesia, in buona sostanza, ostile alla poesia.
Tuttavia non ci siamo limitati al lamento ma ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo reso, in molti casi, fertile la terra arida.
Il problema che hanno posto Luigi Nacci e Matteo Fantuzzi non ammette giri di parole: i poeti nati negl’anni Settanta cominciano ad essere stanchi e logorati, perché la terra va coltivata tutti i giorni e servono tutti i giorni braccia forti, generosità, volontà, dedizione, cura, dono di sé.
Questo lavoro quotidiano, se avete un minimo senso pratico, non può farlo un cinquantenne (anche se per fortuna qualcuno ancora resiste e ci è d’esempio); prima di tutto lo potete fare solo voi nati negl’anni Ottanta e Novanta.
Se il ricambio generazionale non ci sarà ritorneremo ad una situazione peggiore di quella che molto faticosamente ci siamo lasciati alle spalle solo dieci anni fa.

E non basta una pira qua e là per tenere acceso in poesia il fuoco del confronto, servono tanti fuochi, piccoli e grandi minareti, sparsi su tutto il territorio italiano. Ognuno di noi è chiamato a non delegare (oggi non basta delegare ai propri versi); ognuno è chiamato a fare per quello che può, nel modo in cui crede, ma facendo tutto quel che può. Il timore che le nuove generazioni stiano tornando a praticare le vie più facili c’è, il timore che attraverso facili alibi scostino la vanga c’è. È un timore di cui quantomeno va verificata la reale fondatezza. Il post di Nacci ha ragione d’essere.

Attenzione perché a forza di vivere seduti accade che anche il pensiero si sieda, l’animo si sieda.
Certo non aspettiamoci molto da chi cresce abituato ad essere servito e si abitua a infossare nella poltrona un corpo giovane come se avesse ottanta anni. Ma di giovani che non poltriscono ce ne sono, tanti, ne sono convinto. A loro è rivolto il messaggio del post di Luigi Nacci, un messaggio che suona forte e chiaro: se vivono leoni dentro gusci di tartaruga questo è il momento di tirare fuori la testa.

dome bulfaro


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 09:45:31|di Fabiano

Caro Luciano, non è paternalismo, esprimiamo una opinione.
Noi siamo Nacci, Fantuzzi, Alborghetti, Mr. X e siamo qui creando l’occasione di un dialogo ALLA PARI, rispondendo alle domande.
Il fatto di poter parlare con noi tutti (o altri che interverranno e sempre "della nostra generazione") non vuol dire che la risposta deve essere sarcasmo.

Ripeto: noi rispondiamo alle domande.
Non dovrebbe tornare indietro sarcasmo.

Vorrei cercare di ipotizzare, quanti poeti reputati Maestri (citando a caso in tutti gli stili: Lamarque, Cucchi, Rondoni, Anedda, Conte, Cavalli, Frabotta, Magrelli, Valduga, Viviani) sarebbero disponibili ad un dialogo così esteso, a dare delle risposte chiare senza sufficienza o peggio, "dando il mena via" .

E non leggere quanto sopra come se fosse il nostro l’atteggiamento dei padri buoni che offrono il buon gesto.
Il nostro è un interrogarci, chiedendo a voi le risposte, perchè voi siete la parte in causa.
Siete in disaccordo? Argomentate.
Noi abbiamo trovato un buco. Ci stiamo davvero sbagliando? bene, argomentate, ma non con scuse accampate o retorica del pregiuzio o dell’attacco.
Dite che avete da dire.
Ditelo.


Contro i cefali poeti
2010-09-17 09:25:51|di tommaso scarcia

io non sforno libri. ho partecipato ad uno slam e ho fatto qualche spettacolino reading, sempre quando me l’hanno chiesto. perchè mi diverto e sono disponibile. poi certo, sono un po’ morto pure io in certi momenti ed a volte è una posa, la vita a volte è una posa. ma questa epica dei 35-enni vissuti che cercano la nuova generazione, è un po’ esagerata. la poesia è un’arte eterna, ma non trova più il consenso della gente, se non nelle canzoni, nei dialoghi di un film, per le strade sui muri... intendevo questo. poi io pourparler ou pour je ne sais quoi, esprimo un mio umile parere. in questo momento della mia vita credo che la poesia sia un’arte individualista. non riesco a pensare ad un movimento e poi non dobbiamo prenderci troppo sul serio. poeta era dante, lui ha visto l’eterno; poeta era lorca, pasolini, de andrè, picasso, caravaggio, de sica, brando, elvis. quelli col duende. tanti poeti ci son stati. credo che questo dibattito parli ai giovani che si divertono a comunicare le proprie emozioni o convinzioni in versi. ripeto Poeti è una parola grossa

Sincero ed umile
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