di Luigi Nacci & Lello Voce

Luigi Nacci (Trieste, 1978) è poeta e performer. Nel 1999 ha co-fondato il gruppo de “Gli Ammutinati”. Ha pubblicato in poesia: Il poema marino di Eszter (Battello stampatore, 2005), poema disumano (Cierre Grafica, 2006; Galleria Michelangelo, 2006, con CD), Inter nos/SS (Galleria Mazzoli, 2007; finalista Premio Delfini e Lorenzo Montano), Madrigale OdeSSa (Edizioni d’if, 2008; Premio Mazzacurati-Russo), odeSS (in Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2010). Ha pubblicato inoltre il saggio Trieste allo specchio (Battello stampatore, 2006) e ha curato con G. Nerli Le voci la città. Racconti e poesie per ripensare spazi e accessi (Cadmo, 2008, con CD). Ha organizzato molti eventi letterari e dal 2008 collabora stabilmente alla realizzazione del Festival Absolute Poetry. Redattore della rivista di arti&linguaggi “in pensiero”, ha un piccolo blog: www.nacciluigi.wordpress.com.


Lello Voce, (Napoli, 1957) poeta, scrittore e performer è stato tra i fondatori del Gruppo 93 e della rivista Baldus. Tra i suoi libri e CD di poesia ricordiamo Farfalle da Combattimento(Bompiani,1999), Fast Blood (MFR5/SELF, 2005) e L’esercizio della lingua (Le Lettere, 2009). I suoi romanzi sono stati riuniti ne Il Cristo elettrico (No Reply, 2006).
Ha curato L’educazione dei cinque sensi, antologia del poeta brasiliano Haroldo De Campos.
Nel 2001 ha introdotto in Italia il Poetry Slam ed è stato il primo EmCee a condurre uno slam pluringue (Big Torino 2002 / romapoesia 2002).
Ha collaborato, per la realizzazione delle sue azioni poetiche, con numerosi artisti tra cui Paolo Fresu, Frank Nemola, Luigi Cinque, Antonello Salis, Giacomo Verde, Michael Gross, Maria Pia De Vito, Canio Loguercio, Rocco De Rosa, Luca Sanzò, Ilaria Drago, Robert Rebotti, Claudio Calia.
E’ Direttore Artistico di Absolute [Young] Poetry - Cantieri Internazionali di poesia.

pubblicato domenica 13 novembre 2011
Ei fu ( e speriamo mai più sia...) Per festeggiare (in attesa di iniziare a piangere per chi lo sostituisce) piace al sottoscritto offrirvi (...)
pubblicato giovedì 21 luglio 2011
C’è un aspetto particolarmente interessante nel dialogo che, a proposito di poesia, si è sviluppato tra Bordini e Mariani su queste medesime (...)
pubblicato domenica 6 marzo 2011
Da quando, nell’ormai lontano marzo del 2001, introdussi in Italia il Poetry Slam, a proposito di Slam ne ho viste di cotte e di crude. Dal (...)
 

di Stefano La Via

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a cura di Massimo Rizzante e Lello Voce

aggiornato domenica 27 novembre 2011
 
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Contro i ciofani poeti

di Luigi Nacci

Articolo postato mercoledì 15 settembre 2010

Contro i ciofani poeti


Nasci! Sii madre e padre per te stesso!
Attila József


Ho cominciato a scrivere l’anno in cui si è sciolto il Gruppo ’93. L’anno in cui è morto Emilio Villa. L’anno in cui Berluskaiser è sceso in campo per appoggiare un missino che oggi gli ha voltato le spalle. Quando sono approdato all’Università, nella seconda metà degli anni Novanta, non ero che uno studentello alle prime armi di una città di confino, di una Facoltà di Lettere decadente, che leggeva Ungaretti, Apollinaire, Govoni, Prévert, Pavese, Ginsberg, Kerouac, e che in cuffia ascoltava De Andrè, Fossati, Guccini, il primo Venditti, il primo Ruggeri, nient’altro che i soliti cantautori. I soliti poeti da Oscar Mondadori, e se non da Oscar da antologia adolescenziale. Sapevo nulla o quasi – il quasi dei manuali sottoscolastici, dell’infrasentito dire, del rapido mezzoletto in piedi in biblioteca – dei Caproni, Sereni, Fortini, Pasolini, Porta, Giudici, Rosselli, Zanzotto, Villa, Balestrini, Sanguineti, Pagliarani, Raboni, Roversi, Spatola, Vicinelli, Costa, e ancor meno – nemmeno un sentitodiresottovoce – della generazione dei FrascaMagrelliValdugaVoce (e di quelli venuti dopo nemmeno l’ombra di un borino fuoristagione). Informarsi su quanto stesse accadendo nel resto dell’Itaglietta attraverso internet was niet possible (ché Internet non c’era, e se c’era, era per me come il Cubo di Rubik; per non parlare dei mobile phones: il primo Motorola di mezzo chilo mi passò tra le mani alla fine del 1997), e le poche letture che venivano organizzate nella mia ridente necropoli erano per lo più sfoghi ottocenteschi, rigurgiti pocomitteleuropei, in un italiano malmasticato o in un annacquato vernacolo da oratorio.

Tutto è cambiato quando ho incontrato altri disperati scriba come me, nel 1999. Coetanei che vagavano incazzati e senza pace, saltando da un’oscura via di città vecchia all’altra. Non ci conoscevamo, eppure tutti desideravamo la stessa cosa. Cresciuti in un cimitero a cielo aperto, rivolto ad un gloriosasburgico passato che forse così gloriousfranzjoseph non era mai stato, volevamo mettere le parole nella voce, e volevamo che la voce cacciasse le lapidialvalorletterario e i bustidibronzo sei o sette piedi sottoterra. Volevamo tirar fuori la voce, e pure la faringe all’occorrenza, e pure lo stomaco, e gli intestini. Abbiamo iniziato a leggere in pubblico perché ne sentivamo la necessità, era una questione fisica, muscolare, duodenale. Pensavamo che le nostre parole avrebbero potuto rovesciare i volti tristi e cadenti che incrociavamo sugli autobus, avrebbero potuto mettere sottosopra i caffè storici, avrebbero svegliato le menti migliori della nostra generazione dal torpore che avvertivamo diffondersi mediaticamente. Niente di nuovo sul fronte euocentricoccidentale: pensavamo che la poesia avrebbe potuto ribaltare il mondo, come un devastante refolo di bora nera (Visions! omens! hallucinations! miracles! ecstasies!). Non sopportavamo la poesia da torretta d’avorio, da salottino volemosebbene, da iniziati orfici, da specializzandi in filologia romanza. Sì perché un po’ di poesia italica del secondo Novecento avevamo iniziato a leggerla anche noi. E ci sembrava spesso così lontana, spesso così muta, spesso così romanomilanese, spesso così arrogante nella propria pretesa di essere illuminante e foriera di chissà quale veritas accessibile a quattrogatti. A me (forse potrei dire a noi) piaceva gente tipo Majakoskij, gente che non le mandava a dire. Non solo gente così, anche gente che le cose le diceva pianopiano, o che le sussurravasssst, ma mai gente che le mandava a dire. E così nemmeno noi ce le mandavamo a dire. Ci criticavamo, ci facevamo male assai, ci distruggevamo, perché nella voce avevamo nidiate di Fenici, e ci piaceva abbattere l’opera altrui per vedere nascere qualcosa di nuovo dalla cenere. Avevamo poco, poco o niente in comune poeticamente, ma avevamo tutti la stessa cupiditas fremente di comunicare, fosse in strada o in un’osteria o in un teatro, dovevamo parlare a qualcuno, anche se oltrelerighe, anche se con parole imprecise, ritmi sbagliati, rime facili. Il passo successivo, quello di organizzare dibattiti, rassegne, festival, è stata la naturale prosecuzione del cammino precedente. Volevamo confrontarci, guardare in faccia gli altri poeti che leggevamo in riviste o antologie, parlare con loro, ascoltare le loro voci, volevamo criticarli e volevamo da loro essere criticati. Abbiamo chiesto finanziamenti, imparato cos’è la burokrazia, cercato spazi, noleggiato attrezzature, prenotato alberghi, riempito ristoranti, portato a zonzo poeti ciofani e non, li abbiamo sistemati nei nostri letti, gli abbiamo offerto i nostri vinelli, regalato i nostri versi ciclostilati e li abbiamo pagati (quasi sempre, anche se poco, anche se un misero rimborsospeseminime). Pensavamo che la poesia non fosse solo lì, nella pagina, e nemmeno solo lì, nella voce, ma anche nel corpo del poeta, ragion per cui del corpo del poeta avevamo bisogno (e rispetto!), lo dovevamo toccare, dovevamo mangiare alla stessa tavola, espletare i nostri bisogni nello stesso bagno.
Se non avessi incontrato quegli scribammutinati, se non li avessi cercati, se non ci fossimo cercati a vicenda, forse avrei smesso di scrivere a vent’anni (e forse sarebbe stato meglio, starete pensando, e non fate peccato a pensarlo). Perché di essere pubblicato su “Poesia” non me ne fregava un cazzo. Volevo fare come Cecco: il mondo arderlo, tempestarlo poi annegarlo poi mandarlo a picco. E poi rifarlo.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio bombarolo molti ciofani poeti italioti sono venuti allo scoperto. Alcuni volevano solo mettersi in vetrina, altri invece no, avevano cose da dire, alcuni addirittura sapevano dirle bene, le cose. Basti pensare al furor antologico di quegli anni (e mi fermerò al 2006, perché mi pare – ma smentitemi pure – che di lì a poco la spinta si sia smorzata): L’opera comune. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 1999; I cercatori d’oro. Sei poeti scelti, 2000; I poeti di vent’anni, 2000; Gli Ammutinati, 2000; Nodo sottile, 2000; Nodo sottile 2, 2001; Dieci poeti italiani, 2002; Nodo sottile 3, 2002; Parco poesia. Primo festival della Giovane poesia italiana 2003; Quattro poeti, 2003; Tutta la forza della poesia. Il talento, l’esperienza, la scintilla, 2003; Lavori di scavo. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 2004; Di sale, sole e di altre parole. La nuova generazione in poesia a Trieste. Iz soli in sonca in drugih besed. Nova generacija v tržaški poeziji, 2004; Nuovissimi poeti italiani, 2004; If music be the food of love, play on, 2004; Oltre il tempo. Undici poeti per una metavanguardia, 2004; Nodo sottile 4, 2004; Parco poesia 2004; Conatus. L’utopia come bisogno, la poesia come soluzione, 2005; Poeti circus. I nuovi poeti italiani intorno ai trent’anni, 2005; Samiszdat. Giovani poeti d’oggi, 2005; La qualificazione urbana e altre poesie, 2005; Il presente della poesia italiana. Nuova antologia di poesia contemporanea, 2006; Poeti italiani underground, 2006; Incastri metrici, 2006. E come non menzionare i Quaderni di poesia italiana curati da Franco Buffoni, usciti a partire dal 1991 e arrivati quest’anno al decimo volume? Si potrebbero aggiungere alla lista altre antologie, nonché quelle che hanno messo accanto ad autori ciofani autori più maturi, come ad esempio Ma il cielo è sempre più blu. Album della nuova poesia italiana (2002), Poesia del dissenso I e II (2004, 2006), Nuovi poeti italiani (in "Nuova Corrente", n. 52, 2005), o La linea del Sillaro (2006). Che si tratti di antologie generiche, in cui gli autori vengono selezionati sul gusto easy del curatore, attraverso criteri localistici, anagrafici, oppure antologie di movimento, nate per sostenere un’idea forte di poetica, poco importa. Un montón de jóvenes aveva voglia di tirare la testa fuori dal fango e dire ‘oh, estoy aquí y tengo palabras para vosotros!’ (cfr.: qui). E c’erano anche ciofani che avevano voglia di tirare fuori dal limo le mani, gli avambracci, i bicipiti. Per fare riviste, o metter su convegni, reading (e negli ultimi anni anche slam). In Piemonte il gruppo della rivista “Atelier” e Sparajurij; in Lombardia Dome Bulfaro, che è riuscito a coinvolgere molti ciofani attorno al progetto di PoesiaPresente; in Veneto il Porto dei Benandanti; in Friuli Venezia Giulia Gli Ammutinati e i Trastolons; in Emilia Romagna il gruppo della rivista “Daemon”, e poi iniziative promosse da ciofani come Matteo Fantuzzi, Stefano Massari, Alessandro Ansuini, Isabella Leardini; in Toscana si sono dati da fare ciofani come Francesca Matteoni, Marco Simonelli, Alessandro Raveggi, Martino Baldi; nelle Marche Luigi Socci, Valerio Cuccaroni e il gruppo NieWiem, Alessandro Seri e il gruppo di "Licenze poetiche"; nel Lazio i ciofani che hanno collaborato a Romapoesia, oltre a "La Camera Verde"; in Puglia Rossano Astremo e Luciano Pagano. Et cetera et cetera. Sono nomirandom, i primi che mi sono venuti in mente (non si offendano quelli che ho dimenticato), ciofanpoeti che ho conosciuto, che ho visto lavorare alacremente per un’idea, non per soldi e nemmeno per gloria, ché la gloria transit e la poesia non ti fa andare in television, né trasforma un contratto a progetto in uno a tempo indeterminato. Molti dei citati continuano ancora, hanno ancora voglia di sporcarsi le manine e, a dire il vero, più tanto ciofanpoeti non sono. Stiamo tutti veleggiando verso i 35, i 40, 45. Per il mercato del lavoro siamo fuoritarget, invece per il pascolo della poesia nostrana, dicono i pastorelli attempati, siamo ancora vitellini che si devono fare (e poi un giorno, d’un tratto, ci diranno in quarta di copertina che siamo manzidamacello, ah).

Quello che mi domando è dove si siano ficcati i ciofani poeti d’oggi. Quelli di 20, 25 anni, per intenderci. Oh ciofincelli, dove siete finiti? A parte scrivere versi, leggiucchiare, studiacchiare all’Università, lavoricchiare precariamente (uh, non vi lamentate mica, perché anche noi, che abbiamo più artrosi di voi, c’abbiamo dei contratti da sputarci su fino a esaurire la saliva), scribacchiare su feisbuk e sui vostri privateblogs, farvi anche giustamente i cavolfiori vostri, aparteciò, in do’ state?
Le letture, i dibattiti, i convegni, i festival, li organizzate?
Le riviste, di carta o sul web, le case editrici, clandestine&senzaschei, le fondate, le fate?
Con altri poeti, per demolirvi amorevolmente, vi incontrate?
I poeti che vi hanno preceduto, li leggete?
Le poesie degli altri, le recensite, le stroncate?
Una poetica, ce l’avete?
Il mondo, lo volete fare a pezzi?
Rispondete a queste domande, ciofinetti, e solo poi dite se avete pubblicato un libro. Il libro viene alla fine. Serve a mettere un punto. Se pensate che il poeta debba starsene tutto il dì placidamente disteso sul sofà di casetta a rimuginare sul destino proprio e delle altrui genti, allora non rispondete. Se pensate che il compito del poeta si esaurisca nella scrittura, non rispondete. Se pensate che il poeta non debba insudiciarsi le mani, non rispondete. Lo so che vi provoco. Ma vi provoco perché vi voglio vedere in faccia. Perché mi interessa sapere se esistete. E per piacere, non dite che tutto è cambiato, che apparteniamo a generazioni differenti, che la vita l’è dura. Non dite che avete spedito i vostri dattiloscritti a qualche seniorpoet e non avete ottenuto risposta. Non dite che avete chiesto a qualche seniorpoet di essere invitati e non siete stati invitati. Non dite che i seniorpoets non vi danno spazio. Non dite quello che gli altri non vi danno. Dite se voi date qualcosa. Se avete braccia per sgomitare. Se avete orecchi per seguire il consiglio del dèmone (Stănescu): trasforma il tuo occhio in parola / il naso e la bocca / l’organo virile della procreazione, / i piedi che corrono, / i capelli che hanno preso a imbianchire / la troppo spesso curvata spina dorsale – / trasformati in parole, in fretta, finché c’è tempo!
Dite se avete la forza di lottare per quello che desiderate o se (Guy Debord) vi accontentate di desiderare quello che trovate.

106 commenti a questo articolo

Contro i ciofani poeti
2010-09-17 08:52:52|di enrico dignani

Oh quasi da non credere, si parla chiaro.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 08:38:04|di Luciano Mazziotta

"Ragazzi, quando è stata l’ultima volta che siete andati ad una lettura per il piacere di ascoltare e non perché eravate invitati a leggere? Quando avete avuto il piacere di ASCOLTARE, stando nell’ombra comoda di una platea?"

Dai, su, su
poeti, rispondete, giovani!
Quando siete andati a una lettura?
Dai poeti! Interrogàti! Quando avete letto l’ultimo libro.
Quando avete fatto ricerca sulle vostre poesie?

Poeti non-ciofani, o io, Luigi B., teti abbiamo sbagliato a scrivere in questo post (nessuno dei tre è tra i 20 e i 25 anni, ma poco di più), o vorrei ricordarvi che nella storia della letteratura un poeta di 25 anni è un contemporaneo di un poeta di 35 anni, e nel nostro mondo un uomo di 25 anni è quasi un coetaneo di un uomo di 35 anni.

Fabiano, Luigi, scusa, scusate, uomini, poeti di tutto il mondo,
questo paternalismo è diventato insostenibile. Condivido tutto quello che ha scritto Luigi B.:

"Starete esagerando voi o sono io di non rendermi conto di parlare con i nuovi Ungaretti?"

Maestri ci vogliono, non poeti zazzeruti, diceva sempre Majakovskij.

Ribadisco: Collaborazione, anche se sto cominciando a sentirmi un partner elettorale.

Luciano


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 07:12:02|di Fabiano

ho letto tutti gli interventi qui e su UP del Fantuzzi (un ciao tutti).

Da diverso tempo girello in poesia, dal 2004 esattamente, quando sono apparso come un marziano su un pianeta sconosciuto. Non avevno nemmeno internet e padroneggiavo (male) un PC a carbone.Poi il tempo è passato e si son fatte cose, visto ggente.
Ho scritto (e tutt’ora scrivo) per diverse riviste (carta e rete), ho curato dal 2006 al 2010 una rubrica mensile di poesia per un portale, ho fatto (e faccio) scouting, e ora ho un programma radio fisso per offrire (ancora!) poesia, usando altri mezzi.
Mi occupo anche di organizzare cose per festival. Si fa tutto –come molti di noi (Sinicco e Fantuzzi docet)- no profit, con la fatica e l’impegno però di fare le cose BENE in un ottica di scambio e rispetto per la poesia e le persone.

Io sono uno di quelli, come tanto qui (Baldoni, Nacci, Fantuzzi, etc) che sono usciti da un lasso di tempo molto attivo e prolifico, abbiamo lavorato negli anni e nessuno ci ha regalato nulla. Nulla. Praticamente mai. A volte nemmeno l’attenzione di una lettura. Ma abbiamo tenuto duro, animati da una utopia forse tutta nostra e con alle spalle l’esperienza viva di Maestri vivi e vegeti che in più di una occasione hanno anche fatto muro, saturando attenzione e mercato. In parallelo, però, vivi: con la possibilità di andarli ad ascoltare. E tutti noi abbiamo letto, molto.
Ma abbiamo tenuto duro, lavorando e scambiando molto di persona ed è proprio con l’incontro di persona che molte delle conoscenze si sono poi trasformate in amicizie, non di rado molto salde. E magari non è che noi si fosse invitati al Festival X o lettura Y.
Magari ci si andava per ascoltare e vivere di persona l’evento facendo parte del pubblico, per ascoltare, e capire anche. A fine festival/lettura poteva capitare di conoscere l’autore A o B, scambiare due parole. Poteva capitare che dopo mesi ci si ritrovasse a Vattelapesca per un’altra lettura o festival, magari perché invitati a leggere o nuovamente perché curiosi di ascoltare e quindi facenti parte del pubblico.
Magari si recensiva un libro senza nemmeno conoscere l’autore, ma per il gusto di leggere e parlare qualcosa che ci era piaciuto.

Un atteggiamento era però già serpeggiante e negli ultimi2/3 anni ho visto esplodere incontrollato: quello del mordi e fuggi, della scalata feroce all’avere un nome, “dell’aiutino”, come nei quiz Tv dove il concorrente non sa una mazza ma “con l’aiutino” sfanga la risposta e magari la botta di culo (non sa, indovina tirando a caso!) gli assicura il premietto. Tanto qualcosa a casa lo si porta.
Un atteggiamento che ho visto e vive ora più che mai. Giovani autori, “emergenti” che non sanno una mazza, non leggono una mazza (scusate, ma il web serve anche a questo: leggere, se non si possono acquistare libri), ma che chiedono l’aiutino per avere la rivista, lo spazio web, spesso in un concorso folle di mutuo scambio. Io faccio a te e tu fai a me, cosi abbiamo uno spazio per uno. Senza dialogo, senza (soprattutto) interesse, perché sono contatti presi non per conoscere o leggere, ma per avere.
Il dramma (e a mio avviso lo è) è che chi scrive poesia, spesso (non sempre, ma molto spesso) non legge. Punto. NON LEGGE. E non gli interessa farlo.
Legge magari l’amico perché gli è stato regalato il libro (spedito magari per avere l’aiutino su un sito) ma non legge. Al massimo si sorvola, magari proprio coi nuovi mezzi (FB su tutti) per lasciare in pegno la propria attenzione minima col commentino.
Chi precede “l’emergente” (in questo caso noi), non è nemmeno visto come un autore, ma come un concorrente o un ostacolo, a meno che non vi sia possibilità “pro domo propria”.

Da quando ho iniziato il programma radio, sono stato BOMBARDATO di pattume, puro pattume spedito via mail, da giovani che è palese non si interrogano minimamente sulla qualità della propria produzione. Ma uno spazio lo trovano sempre e se io dico no (spiegandone però le ragioni - costa tempo, emergenti, lo sapete? Ed è un segno di attenzione nei vostri confronti e di quanto fate, comunque) io sono immediatamente dimenticato perché lo spazietto, l’aiutino appare altrove. Salvo poi tornarmi, con la lista delle apparizioni in rete come a dire: visto?
Quando Fantuzzi mi cassò (a piene mani) il mio primo libro, mi diede anche dei consigli che poi ho messo in pratica, mediando certo con la mia sensibilità o conoscenza, ma ascoltando (era ancora il tempo dell’ascolto e della critica sensata).
Precedentemente, lo aveva fatto Raboni (fui cassato anche da lui), che però mi contattò per il secondo libro mettendo in mezzo la redazione di Scheiwiller (ma spirando qualche tempo dopo).
Hanno lo steso peso Fantuzzi e Raboni? Si. Perché spesero del tempo per insegnarmi qualcosa e forse entrambi sapevano che quell’insegnamento sarebbe finito da qualche parte.
La strada è continuata, io ho 40 anni e quello che ho fatto è alle spalle con altro (e molto) da fare davanti.

L’atteggiamento (mi ripeto) che leggo e vedo e vivo ora, per come mi si pongono giovani che approcciano la scrittura, è arrivare forsennatamente ad avere spazio e soprattutto un libro (l’editoria bassa ci marcia facendosi le palle d’oro). Non è più necessario lavorare sui propri testi con rigore e coscienza. Si chiede l’aiutino che è la scorciatoia. Ciechi e disinteressati a terzi: caterpillar lanciati nella costruzione dell’ego.
Velinismo da poesia, tronisti del quarto d’ora sul sito dell’amico.
Ragazzi, quando è stata l’ultima volta che siete andati ad una lettura per il piacere di ascoltare e non perché eravate invitati a leggere? Quando avete avuto il piacere di ASCOLTARE, stando nell’ombra comoda di una platea? A me piace ancora, andare ai reading. Troppo spesso però, ciò che ascolto non mi piace più. Lo trovo vuoto, le poesie che leggete non dicono nulla.

Sarà perché non avete nulla da dire, ma volete sentirvi dire?


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 02:56:01|di Luigi B.

@ fantuzzi (e Nacci):

Leopardi era discretamente ricco e possedeva una biblioteca affacciata giusto sull’ermo colle. Il sole, la primavera e l’odore di ginestra.
Ungaretti al fronte: si certo. Poi leggiamo anche un po’ di corrispondenza di Ungaretti, dove al posto del poeta c’è l’uomo che fa cose per diventare poeta.

E non c’è mica bisogno di andare in guerra per scrivere buone poesie. C’è bisogno di tempo e percezione (ed un altro paio di cose che non sto qui ad elencare).

Io non so voi nello specifico e i navigati poeti in generale come ve la siete passata. Ma la vita di ognuno è distinta. Io non sono cresciuto con una biblioteca alle spalle, con qualcuno che mi insegnasse il greco o un contesto che mi spronasse a farlo. Nel mio piccolo paesello in terronia non c’è una biblioteca e la prima libreria l’hanno aperta due anni fa: bisognava che facessi 50 km in autobus per comprare un libro o vederne uno da lontano. A scuola la maggior parte degli insegnanti non parlava in italiano e nemmeno cercava di farlo. Lavoro e studio da quando ho 13 anni e di tempo ne ho sempre avuto molto poco. Ho preso una laurea ed ora lavoro, ma per mia sfortuna non faccio il professore o il maestro o altri tipi di lavoro meno "vincolanti". A questo si aggiunge il fatto che ho una vita, che di persone interessanti nel mondo ce ne sono poche oppure si nascondono e che se a 20 anni invece di fare lo schiavo in osteria avessi conosciuto tre terzago probabilmente avrei fondato un gruppo di poeti. E invece non è successo. Ho fatto in modo che accadesse a 27 anni, e non sapete che fatica. Tutto questo non per raccontarvi una storia triste (che triste non è, ma molto simile a quella di molti miei ccoetanei), ma per dire che le circostanze, per quanto una persona si possa impegnare, non possono non tenersi in considerazione. Questo non giustifica nulla, al massimo motiva.
E poi, un’ultima cosa: ma con tutta questa sfacciataggine che mi pare manchi di accortezza e accoglienza, voi cosa avete fatto di memorabile? Siete per caso dei Leopardi o degli Ungaretti? Non starete mica pretendendo da noi ciò che voi non siete riusciti a fare? perché è esattamente ciò che traspare.
Sto seriamente cominciando a pensare che stiate prendendo sul serio ciò che pare fosse partita come una provocazione per "smuovere" gli animi. Starete esagerando voi o sono io di non rendermi conto di parlare con i nuovi Ungaretti?
Luigi B.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 02:32:27|di Luigi B.

Caro Nacci,
tu dici che ti frega dei poeti giovani perché da loro puoi imparare. Poi però dici che “una collaborazione così strutturata (non) si risolva in un botta e risposta via email” e che “i rapporti si coltivano negli anni” e che se avessi incontrato solo dieci poeti come Terzago forse non avresti scritto questo post.
Allora il problema è tuo, non dei poeti giovani. La tua è la cosidetta euristica della disponibilità: ovvero un giudizio basato sulla propria esperienza personale. Come quando uno sfigato viene sempre mollato e a 40 anni si ritrova a pensare che le donne siano tutte troie. Un classico, insomma.
Ma l’uomo è fortunatamente limitato così come le sue esperienze – che se hanno bisogno di anni per ancorarsi da qualche parte sono ancor più limitate. E con un atteggiamento del genere – che tra l’altro non mi pare affatto fuori luogo, anzi! – non credi che il tuo giudizio sui poeti giovani sia un po’ troppo affrettato e superficiale? Della serie: di tutta un’erba un fascio?
Qualcuno ti ha giustamente chiesto di informarti su ciò che fanno i poeti giovani prima di sputare sentenze da un pulpito che io non vedo (e non perché sia tu, ma perché i pulpiti io proprio non li vedo sotto i piedi di nessuno). E tu hai elencato tutta una serie di attività e pare che di poeti giovani ne conosca abbastanza. Allora mi risulta ancora più inspiegabile il tuo articolo e l’aria di sufficienza da poeta navigato che si è fatto il culo con cui ti rivolgi ai giovani poeti che a tuo avviso si grattano la pancia tutto il giorno. Ma perché, non ti è bastato vedere ciò che hanno fatto i poeti giovani che hai conosciuto e recensito negli ultimi 5 anni? Semplicemente non mi è sembrato un atteggiamento corretto.
Se poi dici che predico il laissez-faire, vuol dire che non mi hai ascoltato bene, nonostante la mia preghiera ad inizio risposta. Dove hai visto una predica al lassaiz-faire? Piuttosto mi sono limitato a dire che di prediche (e predicatori) ce ne sono sempre di più e non ne servono altri. Serve piuttosto una predisposizione all’apertura tra le parti in gioco: più che guardare cosa altri fanno, un cominciare a fare ognuno il suo ma insieme agli altri. Più che dire cosa fare e che c’è bisogno di fare, un continuare a fare magari sempre più invadente e numeroso. È così, a mio avviso, che si può fare “muro-contro-muro”. Creare una comunità, che è ciò che più manca alla poesia: unire gli sforzi piuttosto che star lì ognuno a coltivare il suo praticello. Se, per esempio, le parti coinvolte (più o meno direttamente) nell’absolute poetry che si terrà a giorni fossero state più numerose, credi che non ci sarebbe stata più risposta? Più appoggio? Più attenzione? Ma le innumerevoli piccole comunità poetiche sparse in giro per l’Italia, se non sbaglio, se ne sono sbattute altamente del taglio dei fondi etc etc. Perché sono cattivi ed egoisti ed italioti? Forse. Perché molte di queste comunità sono così distanti da monfalcone da non sentirsene parte, da non saperne dell’esistenza addirittura? Molto probabile.
Io non mi incazzo perché non mi rispondi dopo due giorni: posso accusare il colpo e, nonostante le insopportabili sofferenze, continuare a sopravvivere. Mi incazzo però nel momento in cui ci si lamenta che nessuno fa nulla due giorni dopo che qualcuno ha avvertito che ha voglia di fare qualcosa, che sta facendo qualcosa. E Non mandando la solita plaquette di poesie da postare en-passant per contare i “bravo” nei commenti, ma per invitare l’altro ad un progetto che chi lo ha proposto non ha mai pensato fosse solo il suo. Quindi ti invito a rileggere la mail e la mia risposta al tuo articolo e a dirmi da dove esattamente hai inferito che io non sarei capace di lavorare in un luogo dove a decidere non è una sola persona. Dall’averti ricordato che qualcuno che fa c’è e che forse ti stai sbagliando? O per non essere riuscito ad aspettare più di due giorni prima di ricordartelo? Ma scusa, cosa pretendi? Che stia qui a farmi arrotolare nel giornale di ieri come un pesce morto dai tuoi j’accuse di poeta navigato? Non volevi provocare? Adesso ti tieni i poeti incazzati. E scusami tanto se ho la pretesa o l’ingenuità di credere di difendere quella parte di ciofentù che il culo se lo fa proprio come te lo sei fatto tu e senza supponenza e senza rompere le scatole a nessuno con vittimismi tipo “ma non mi ascolta nessuno” o, peggio, “è la solita mafia” etc. etc. Sono il primo a rinnegare questo tipo di atteggiamento. Poiché io non ho bisogno che qualcuno mi ascolti, ma di comunicare con qualcuno. Il che è ben diverso.
Ti sbagli di grosso se pensi che io possa essere così ingenuo (anche se mi piacerebbe da matti) da credere di poter essere accolto come un fratello da uno sconosciuto solo perché ci appassiona la poesia. Come ti sbagli se credi che io possa essere grato a qualcuno e confidare in lui solo perché si chiama Luigi Nacci e scrive su Absoluteville. Ho vissuto abbastanza e in luoghi molto diversi e credo di aver capito come funziona il mondo, bene o male. Quello che io posso fare e che continuerò sempre a fare è credere sempre in una possibilità fino a prova contraria.
Ora, se non ti dispiace, vado a letto perché domani devo svegliarmi per andare a farmi il culo in un luogo per nulla piacevole facendo cose assolutamente inutili fino ad almeno le ore 19. Un po’ come la maggiorparte delle persone vive e dovrei – visti i tempi – ritenermi anche fortunato per questo. Tu, se ti riesce, fai una cosa: scrivi un altro pezzo dove elenchi e parli delle innumerevoli iniziative dei poeti giovani che ci sono in giro e che magari non sono ancora giunte al “grande” piccolo pubblico della poesia. Poi, se t’avanza un po’ di tempo, rispondi alla redazione Poesia2punto0 con un “Grazie per averci contattato, ne siamo lieti. Ne parleremo in democrazia partecipata e vi faremo sapere al più presto nel caso in cui fossimo interessati. Ad ogni modo, in bocca al lupo!”, però cerca di farlo prima di qualche anno: dopo potrei anche essere morto. La gioventù non è mica una questione di tempo.
Luigi B.
P.S.: se riesco a venire, magari proseguiamo il discorso al festival. Ma non potrò trattenermi degli anni, perché dovrò tornare per continuare a farmi il culo.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 01:39:01|di fabio teti

lo leggo lo leggo (tomorrow).(e: scrivere criticamente su Mesa è troppo per me, al momento. ma intanto ci tappezzerei i muri sul serio, pel bene della patria).


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 01:34:25|di matteo fantuzzi

era per dire che a 25 anni il buon leopardi aveva già dato il meglio di sé e verso i 25 anni il buon ungaretti non se la passava tanto bene al fronte !

teti, va a cagare (me lo hai chiesto te) e leggiti questo bel lavoro su pagliarani ;)http://universopoesia.splinder.com/...

ps. analisi su mesa sempre gradite. se ne vuoi fare una sei il benvenuto.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 01:21:27|di fabio teti

Nacci, (e Fantuzzi)

se mi sono sentito chiamato in causa, sicuramente nel tuo pezzo, come in quello di Fantuzzi, qualcosa mi ha punto sul vivo. Però entrambi, a mio avviso, avete affogato nella genericità un discorso che poteva avere molte meno reazioni ma assai più sostanza. Perché singolarmente, possono arrivare le risposte, ma le domande devono essere precise. E perché singolarmente, le ragioni per cui non si è ancora fatto nulla di concretamente attivo, scrittura a parte, possono essere tantissime, spesso (anche con rabbia) ineludibili. Comprendono anche l’istruzione e l’eventuale Università, quello è un discorso che si potrebbe approfondire. Ma è per tali motivi che si può rispondere, come ho fatto, allora, "cazzo, Leopardi e Ungaretti datemi almeno il tempo di leggerli". e, forse, rispondere con un esempio ancora diverso vale a spiegare meglio il mio punto di vista: due post, e relativo spazio commenti, sono stati utilizzati per chiamare a reazione e raccolta e azione un tot di giovani con velleità latamente culturali, se non di scriba, me ad esempio. fa bene questo ai ciofani? anche. ma non è meglio, chessò, tartassare ogni spazio disponibile per fargli conoscere e leggere un autore come Giuliano Mesa, di cui è uscita da un mese in un silenzio allucinante l’opera completa, e che chiunque voglia solo tenere una penna nel taschino dovrebbe aver letto almeno una volta? (con lo stesso "non si discute" di Leopardi e Ungaretti). ecco che dico, facciamo anche queste cose, se i ciofani ci stanno a cuore. dirigiamo bene gli sforzi e gli impulsi. a un ventenne fa molto meglio un "va a cagare, leggiti questo" che un "certo certo, volemose bene, dacci anche le tue poesie". se un minimo di rigore e di crudeltà verso sé stessi non la si apprende ora, poi non se ne ha più la forza e il motivo.

’nite,

a risentirsi.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 01:15:49|di Luciano Mazziotta

Epperò Luigi,
(preferisco parlare per nome e non per cognome)
ti sei concentrato su qualcosa cui avevo dato poco peso nel mio intervento. Dicotomia "convegno alto" - "convegno basso"...mica si tratta di misure?
Non è un "convegno"...allora scusa, sostituisci a "convegno" "incontro", e ad "alto" sostituisci "di poeti più o meno noti" - in termini molto superficiali (ma nel caso di Castelbuono è veramente molto ma molto complesso...ne parleremo in altra sede)
Castelbuono, non mi sono incazzato: c’è sempre da imparare negli incontri! Cuevas, Voce, Inglese, Buffoni, Nacci..è stata un’opportunità per portare in sicilia della buona poesia.
Detto ciò, speravo in risposte, riflessioni, spunti di riflessione (meno contro i ciofani - stile: cos’è un convegno alto, non ne ho davvero idea? - e più stimolanti)sugli altri punti. Ma ci saranno sicuramente altre opportunità.

Sui convegni! tu dici "ORGANIZZANE TU"..., io dico ORGANIZZIAMO.

A proposito...i "non-ciofani-poeti" sono dei "lettori-di-ciofani"?...c’è tanta roba, come scrivevo prima, nell’editoria e nei blog letterari.

Da Rebstein a Poetarum Silva a Imperfetta Ellisse

Per non parlare delle case editrici che danno spazio ai ciofani: L’Arcolaio, Kolibris, Zona, Lietocolle, financo Manni e Perrone.

Un saluto

Luciano


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 00:59:58|di Luigi Nacci

@ Alessia

Non abbiamo fatto nessuna rivoluzione. Sulle barricate ci stava (e ci moriva) gente come Petőfi...

Dove siamo? Siamo qui. E siamo in ascolto. E continuiamo a incazzarci.

E ti chiedo: hai mai pensato, o stai pensando, di formare un gruppo, con altri poeti?


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