di Luigi Nacci & Lello Voce

Luigi Nacci (Trieste, 1978) è poeta e performer. Nel 1999 ha co-fondato il gruppo de “Gli Ammutinati”. Ha pubblicato in poesia: Il poema marino di Eszter (Battello stampatore, 2005), poema disumano (Cierre Grafica, 2006; Galleria Michelangelo, 2006, con CD), Inter nos/SS (Galleria Mazzoli, 2007; finalista Premio Delfini e Lorenzo Montano), Madrigale OdeSSa (Edizioni d’if, 2008; Premio Mazzacurati-Russo), odeSS (in Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2010). Ha pubblicato inoltre il saggio Trieste allo specchio (Battello stampatore, 2006) e ha curato con G. Nerli Le voci la città. Racconti e poesie per ripensare spazi e accessi (Cadmo, 2008, con CD). Ha organizzato molti eventi letterari e dal 2008 collabora stabilmente alla realizzazione del Festival Absolute Poetry. Redattore della rivista di arti&linguaggi “in pensiero”, ha un piccolo blog: www.nacciluigi.wordpress.com.


Lello Voce, (Napoli, 1957) poeta, scrittore e performer è stato tra i fondatori del Gruppo 93 e della rivista Baldus. Tra i suoi libri e CD di poesia ricordiamo Farfalle da Combattimento(Bompiani,1999), Fast Blood (MFR5/SELF, 2005) e L’esercizio della lingua (Le Lettere, 2009). I suoi romanzi sono stati riuniti ne Il Cristo elettrico (No Reply, 2006).
Ha curato L’educazione dei cinque sensi, antologia del poeta brasiliano Haroldo De Campos.
Nel 2001 ha introdotto in Italia il Poetry Slam ed è stato il primo EmCee a condurre uno slam pluringue (Big Torino 2002 / romapoesia 2002).
Ha collaborato, per la realizzazione delle sue azioni poetiche, con numerosi artisti tra cui Paolo Fresu, Frank Nemola, Luigi Cinque, Antonello Salis, Giacomo Verde, Michael Gross, Maria Pia De Vito, Canio Loguercio, Rocco De Rosa, Luca Sanzò, Ilaria Drago, Robert Rebotti, Claudio Calia.
E’ Direttore Artistico di Absolute [Young] Poetry - Cantieri Internazionali di poesia.

pubblicato domenica 13 novembre 2011
Ei fu ( e speriamo mai più sia...) Per festeggiare (in attesa di iniziare a piangere per chi lo sostituisce) piace al sottoscritto offrirvi (...)
pubblicato giovedì 21 luglio 2011
C’è un aspetto particolarmente interessante nel dialogo che, a proposito di poesia, si è sviluppato tra Bordini e Mariani su queste medesime (...)
pubblicato domenica 6 marzo 2011
Da quando, nell’ormai lontano marzo del 2001, introdussi in Italia il Poetry Slam, a proposito di Slam ne ho viste di cotte e di crude. Dal (...)
 

di Stefano La Via

aggiornato giovedì 24 marzo 2011
 

di Massimo Rizzante

aggiornato venerdì 29 luglio 2011
 

di Gabriele Frasca

aggiornato giovedì 5 maggio 2011
 

di Cecilia Bello Minciacchi,
Paolo Giovannetti,
Massimilano Manganelli,
Marianna Marrucci
e Fabio Zinelli

aggiornato domenica 18 marzo 2012
 

di Rosaria Lo Russo

aggiornato sabato 21 maggio 2011
 

par Pierre Le Pillouër

aggiornato giovedì 17 maggio 2012
 

di Massimo Arcangeli

aggiornato martedì 30 agosto 2011
 

di Sergio Garau

aggiornato lunedì 6 febbraio 2012
 

di raphael d’abdon

aggiornato sabato 2 aprile 2011
 

di Claudio Calia

aggiornato venerdì 2 dicembre 2011
 

di Yolanda Castaño

aggiornato martedì 9 novembre 2010
 

di Giacomo Verde

aggiornato sabato 4 giugno 2011
 

di Domenico Ingenito & Fatima Sai

aggiornato mercoledì 10 novembre 2010
 

di Chiara Carminati

aggiornato giovedì 13 gennaio 2011
 

di Gianmaria Nerli

aggiornato giovedì 16 settembre 2010
 

di Maria Teresa Carbone & Franca Rovigatti

aggiornato giovedì 17 marzo 2011
 

a cura di Massimo Rizzante e Lello Voce

aggiornato domenica 27 novembre 2011
 
Home page > I blog d’autore > La Scimia.... > Contro i ciofani poeti

Contro i ciofani poeti

di Luigi Nacci

Articolo postato mercoledì 15 settembre 2010

Contro i ciofani poeti


Nasci! Sii madre e padre per te stesso!
Attila József


Ho cominciato a scrivere l’anno in cui si è sciolto il Gruppo ’93. L’anno in cui è morto Emilio Villa. L’anno in cui Berluskaiser è sceso in campo per appoggiare un missino che oggi gli ha voltato le spalle. Quando sono approdato all’Università, nella seconda metà degli anni Novanta, non ero che uno studentello alle prime armi di una città di confino, di una Facoltà di Lettere decadente, che leggeva Ungaretti, Apollinaire, Govoni, Prévert, Pavese, Ginsberg, Kerouac, e che in cuffia ascoltava De Andrè, Fossati, Guccini, il primo Venditti, il primo Ruggeri, nient’altro che i soliti cantautori. I soliti poeti da Oscar Mondadori, e se non da Oscar da antologia adolescenziale. Sapevo nulla o quasi – il quasi dei manuali sottoscolastici, dell’infrasentito dire, del rapido mezzoletto in piedi in biblioteca – dei Caproni, Sereni, Fortini, Pasolini, Porta, Giudici, Rosselli, Zanzotto, Villa, Balestrini, Sanguineti, Pagliarani, Raboni, Roversi, Spatola, Vicinelli, Costa, e ancor meno – nemmeno un sentitodiresottovoce – della generazione dei FrascaMagrelliValdugaVoce (e di quelli venuti dopo nemmeno l’ombra di un borino fuoristagione). Informarsi su quanto stesse accadendo nel resto dell’Itaglietta attraverso internet was niet possible (ché Internet non c’era, e se c’era, era per me come il Cubo di Rubik; per non parlare dei mobile phones: il primo Motorola di mezzo chilo mi passò tra le mani alla fine del 1997), e le poche letture che venivano organizzate nella mia ridente necropoli erano per lo più sfoghi ottocenteschi, rigurgiti pocomitteleuropei, in un italiano malmasticato o in un annacquato vernacolo da oratorio.

Tutto è cambiato quando ho incontrato altri disperati scriba come me, nel 1999. Coetanei che vagavano incazzati e senza pace, saltando da un’oscura via di città vecchia all’altra. Non ci conoscevamo, eppure tutti desideravamo la stessa cosa. Cresciuti in un cimitero a cielo aperto, rivolto ad un gloriosasburgico passato che forse così gloriousfranzjoseph non era mai stato, volevamo mettere le parole nella voce, e volevamo che la voce cacciasse le lapidialvalorletterario e i bustidibronzo sei o sette piedi sottoterra. Volevamo tirar fuori la voce, e pure la faringe all’occorrenza, e pure lo stomaco, e gli intestini. Abbiamo iniziato a leggere in pubblico perché ne sentivamo la necessità, era una questione fisica, muscolare, duodenale. Pensavamo che le nostre parole avrebbero potuto rovesciare i volti tristi e cadenti che incrociavamo sugli autobus, avrebbero potuto mettere sottosopra i caffè storici, avrebbero svegliato le menti migliori della nostra generazione dal torpore che avvertivamo diffondersi mediaticamente. Niente di nuovo sul fronte euocentricoccidentale: pensavamo che la poesia avrebbe potuto ribaltare il mondo, come un devastante refolo di bora nera (Visions! omens! hallucinations! miracles! ecstasies!). Non sopportavamo la poesia da torretta d’avorio, da salottino volemosebbene, da iniziati orfici, da specializzandi in filologia romanza. Sì perché un po’ di poesia italica del secondo Novecento avevamo iniziato a leggerla anche noi. E ci sembrava spesso così lontana, spesso così muta, spesso così romanomilanese, spesso così arrogante nella propria pretesa di essere illuminante e foriera di chissà quale veritas accessibile a quattrogatti. A me (forse potrei dire a noi) piaceva gente tipo Majakoskij, gente che non le mandava a dire. Non solo gente così, anche gente che le cose le diceva pianopiano, o che le sussurravasssst, ma mai gente che le mandava a dire. E così nemmeno noi ce le mandavamo a dire. Ci criticavamo, ci facevamo male assai, ci distruggevamo, perché nella voce avevamo nidiate di Fenici, e ci piaceva abbattere l’opera altrui per vedere nascere qualcosa di nuovo dalla cenere. Avevamo poco, poco o niente in comune poeticamente, ma avevamo tutti la stessa cupiditas fremente di comunicare, fosse in strada o in un’osteria o in un teatro, dovevamo parlare a qualcuno, anche se oltrelerighe, anche se con parole imprecise, ritmi sbagliati, rime facili. Il passo successivo, quello di organizzare dibattiti, rassegne, festival, è stata la naturale prosecuzione del cammino precedente. Volevamo confrontarci, guardare in faccia gli altri poeti che leggevamo in riviste o antologie, parlare con loro, ascoltare le loro voci, volevamo criticarli e volevamo da loro essere criticati. Abbiamo chiesto finanziamenti, imparato cos’è la burokrazia, cercato spazi, noleggiato attrezzature, prenotato alberghi, riempito ristoranti, portato a zonzo poeti ciofani e non, li abbiamo sistemati nei nostri letti, gli abbiamo offerto i nostri vinelli, regalato i nostri versi ciclostilati e li abbiamo pagati (quasi sempre, anche se poco, anche se un misero rimborsospeseminime). Pensavamo che la poesia non fosse solo lì, nella pagina, e nemmeno solo lì, nella voce, ma anche nel corpo del poeta, ragion per cui del corpo del poeta avevamo bisogno (e rispetto!), lo dovevamo toccare, dovevamo mangiare alla stessa tavola, espletare i nostri bisogni nello stesso bagno.
Se non avessi incontrato quegli scribammutinati, se non li avessi cercati, se non ci fossimo cercati a vicenda, forse avrei smesso di scrivere a vent’anni (e forse sarebbe stato meglio, starete pensando, e non fate peccato a pensarlo). Perché di essere pubblicato su “Poesia” non me ne fregava un cazzo. Volevo fare come Cecco: il mondo arderlo, tempestarlo poi annegarlo poi mandarlo a picco. E poi rifarlo.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio bombarolo molti ciofani poeti italioti sono venuti allo scoperto. Alcuni volevano solo mettersi in vetrina, altri invece no, avevano cose da dire, alcuni addirittura sapevano dirle bene, le cose. Basti pensare al furor antologico di quegli anni (e mi fermerò al 2006, perché mi pare – ma smentitemi pure – che di lì a poco la spinta si sia smorzata): L’opera comune. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 1999; I cercatori d’oro. Sei poeti scelti, 2000; I poeti di vent’anni, 2000; Gli Ammutinati, 2000; Nodo sottile, 2000; Nodo sottile 2, 2001; Dieci poeti italiani, 2002; Nodo sottile 3, 2002; Parco poesia. Primo festival della Giovane poesia italiana 2003; Quattro poeti, 2003; Tutta la forza della poesia. Il talento, l’esperienza, la scintilla, 2003; Lavori di scavo. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 2004; Di sale, sole e di altre parole. La nuova generazione in poesia a Trieste. Iz soli in sonca in drugih besed. Nova generacija v tržaški poeziji, 2004; Nuovissimi poeti italiani, 2004; If music be the food of love, play on, 2004; Oltre il tempo. Undici poeti per una metavanguardia, 2004; Nodo sottile 4, 2004; Parco poesia 2004; Conatus. L’utopia come bisogno, la poesia come soluzione, 2005; Poeti circus. I nuovi poeti italiani intorno ai trent’anni, 2005; Samiszdat. Giovani poeti d’oggi, 2005; La qualificazione urbana e altre poesie, 2005; Il presente della poesia italiana. Nuova antologia di poesia contemporanea, 2006; Poeti italiani underground, 2006; Incastri metrici, 2006. E come non menzionare i Quaderni di poesia italiana curati da Franco Buffoni, usciti a partire dal 1991 e arrivati quest’anno al decimo volume? Si potrebbero aggiungere alla lista altre antologie, nonché quelle che hanno messo accanto ad autori ciofani autori più maturi, come ad esempio Ma il cielo è sempre più blu. Album della nuova poesia italiana (2002), Poesia del dissenso I e II (2004, 2006), Nuovi poeti italiani (in "Nuova Corrente", n. 52, 2005), o La linea del Sillaro (2006). Che si tratti di antologie generiche, in cui gli autori vengono selezionati sul gusto easy del curatore, attraverso criteri localistici, anagrafici, oppure antologie di movimento, nate per sostenere un’idea forte di poetica, poco importa. Un montón de jóvenes aveva voglia di tirare la testa fuori dal fango e dire ‘oh, estoy aquí y tengo palabras para vosotros!’ (cfr.: qui). E c’erano anche ciofani che avevano voglia di tirare fuori dal limo le mani, gli avambracci, i bicipiti. Per fare riviste, o metter su convegni, reading (e negli ultimi anni anche slam). In Piemonte il gruppo della rivista “Atelier” e Sparajurij; in Lombardia Dome Bulfaro, che è riuscito a coinvolgere molti ciofani attorno al progetto di PoesiaPresente; in Veneto il Porto dei Benandanti; in Friuli Venezia Giulia Gli Ammutinati e i Trastolons; in Emilia Romagna il gruppo della rivista “Daemon”, e poi iniziative promosse da ciofani come Matteo Fantuzzi, Stefano Massari, Alessandro Ansuini, Isabella Leardini; in Toscana si sono dati da fare ciofani come Francesca Matteoni, Marco Simonelli, Alessandro Raveggi, Martino Baldi; nelle Marche Luigi Socci, Valerio Cuccaroni e il gruppo NieWiem, Alessandro Seri e il gruppo di "Licenze poetiche"; nel Lazio i ciofani che hanno collaborato a Romapoesia, oltre a "La Camera Verde"; in Puglia Rossano Astremo e Luciano Pagano. Et cetera et cetera. Sono nomirandom, i primi che mi sono venuti in mente (non si offendano quelli che ho dimenticato), ciofanpoeti che ho conosciuto, che ho visto lavorare alacremente per un’idea, non per soldi e nemmeno per gloria, ché la gloria transit e la poesia non ti fa andare in television, né trasforma un contratto a progetto in uno a tempo indeterminato. Molti dei citati continuano ancora, hanno ancora voglia di sporcarsi le manine e, a dire il vero, più tanto ciofanpoeti non sono. Stiamo tutti veleggiando verso i 35, i 40, 45. Per il mercato del lavoro siamo fuoritarget, invece per il pascolo della poesia nostrana, dicono i pastorelli attempati, siamo ancora vitellini che si devono fare (e poi un giorno, d’un tratto, ci diranno in quarta di copertina che siamo manzidamacello, ah).

Quello che mi domando è dove si siano ficcati i ciofani poeti d’oggi. Quelli di 20, 25 anni, per intenderci. Oh ciofincelli, dove siete finiti? A parte scrivere versi, leggiucchiare, studiacchiare all’Università, lavoricchiare precariamente (uh, non vi lamentate mica, perché anche noi, che abbiamo più artrosi di voi, c’abbiamo dei contratti da sputarci su fino a esaurire la saliva), scribacchiare su feisbuk e sui vostri privateblogs, farvi anche giustamente i cavolfiori vostri, aparteciò, in do’ state?
Le letture, i dibattiti, i convegni, i festival, li organizzate?
Le riviste, di carta o sul web, le case editrici, clandestine&senzaschei, le fondate, le fate?
Con altri poeti, per demolirvi amorevolmente, vi incontrate?
I poeti che vi hanno preceduto, li leggete?
Le poesie degli altri, le recensite, le stroncate?
Una poetica, ce l’avete?
Il mondo, lo volete fare a pezzi?
Rispondete a queste domande, ciofinetti, e solo poi dite se avete pubblicato un libro. Il libro viene alla fine. Serve a mettere un punto. Se pensate che il poeta debba starsene tutto il dì placidamente disteso sul sofà di casetta a rimuginare sul destino proprio e delle altrui genti, allora non rispondete. Se pensate che il compito del poeta si esaurisca nella scrittura, non rispondete. Se pensate che il poeta non debba insudiciarsi le mani, non rispondete. Lo so che vi provoco. Ma vi provoco perché vi voglio vedere in faccia. Perché mi interessa sapere se esistete. E per piacere, non dite che tutto è cambiato, che apparteniamo a generazioni differenti, che la vita l’è dura. Non dite che avete spedito i vostri dattiloscritti a qualche seniorpoet e non avete ottenuto risposta. Non dite che avete chiesto a qualche seniorpoet di essere invitati e non siete stati invitati. Non dite che i seniorpoets non vi danno spazio. Non dite quello che gli altri non vi danno. Dite se voi date qualcosa. Se avete braccia per sgomitare. Se avete orecchi per seguire il consiglio del dèmone (Stănescu): trasforma il tuo occhio in parola / il naso e la bocca / l’organo virile della procreazione, / i piedi che corrono, / i capelli che hanno preso a imbianchire / la troppo spesso curvata spina dorsale – / trasformati in parole, in fretta, finché c’è tempo!
Dite se avete la forza di lottare per quello che desiderate o se (Guy Debord) vi accontentate di desiderare quello che trovate.

106 commenti a questo articolo

Contro i ciofani poeti
2010-09-17 00:52:10|di Luigi Nacci

Teti, lei mi piace sempre di più. Perché si arrabbia, e se si arrabbia significa che la faccenda le sta a cuore. Ed era proprio questo il mio intento: trovare gente incazzata come lei. Diriga questa passione (per quanto può valere il mio consiglio), oltre che nella scrittura e nello studio, anche da altre parti. Il senso arriva facendo. Se arriva. Io non mi sono arrogato il diritto di fare alcunché. Ho semplicemente fatto, il più delle volte in piena incoscienza. Ho sbagliato, il più delle volte. Ma ho sempre imparato qualcosa (su come funziona la macchina-homo). Non le dico: Teti, si metta ad organizzare un festival. Ognuno fa quello che più si addice alla propria indole, anche in relazione al periodo della propria vita. L’importante, secondo me, è fare. Mettersi al servizio delle scritture, delle sensibilità, delle storie altrui. Stare dentro la società. Starci dentro fino al collo.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 00:40:47|di matteo fantuzzi

beh, anche io su alessandro de francesco...
http://viadellebelledonne.wordpress...

attenzione però a pensare che ci sia acredine nelle parole mie o di nacci, è pragmatismo piuttosto. sappiamo che questo mondo ha oggi queste regole, ma queste regole non sono necessarie. anzi.

cosa ce ne viene in tasca da nuovi ulteriori autori (e critici), bravi e preparati ? che leggiamo buona poesia. che annusiamo buona critica. che troviamo innovazione (magari nella continuità, non tutti lavorano come de francesco, ma è importante innovare e non ripetere stancamente gli stessi canoni).

ma a me, e a nacci, e a sinicco e a chi vi pare in tasca... non viene nulla. non abbiamo bisogno di badanti che ci reggano il cucchiaio del semolino, ma saremmo ben lieti di conoscere altri modi di cucinarlo, altri pensieri, anche (e sottolineo anche) di persone anagraficamente ulteriori a noi. a 25 anni non si può fare nulla di buono ? ditelo a leopardi, sono cambiati i tempi, le contingenze economiche, la crisi ? spiegatelo a ungaretti.

il pepe al culo fa parte del ricordare che esistono dei doveri precisi nel fare letteratura e che il tempo dell’attesa non è infinito. basta riviste ? ci sto. inventate qualcosa che sia più e meglio, e più fruibile, e più accessibile di una rivista.

volete entrare in qualche vetusta redazione di pre-esistente rivista ? ci sto. mandatemi i desiderata per posta e vi mando i contatti. non esiste a mia conoscenza una rivista che di fronte a un volenteroso e capace innamorato della poesia non allarghi le proprie ali. però bisogna sbattersi, vale tutto il lavorio già indicato da nacci. e di pappa pronta...


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 00:29:51|di fabio teti

Luigi, è proprio perché so quello che hai fatto e che fai (e non credere: molti "nomi" è proprio attraverso i tuoi post su Absolute che li ho incontrati), è proprio per questo che quanto hai scritto questa volta mi pare assurdo. Comprendo anche ciò che dice Baldoni, ed è vero che se provocazione doveva esserci, tanto è stato. Però continuo a chiedermi (e tu a non rispondermi): lo abbiamo o non lo abbiamo il tempo per arrivare a dibattere, anche pubblicamente, con coscienza di causa? a me un miliardo di cose fanno girare le palle. un miliardo. e me ne occuperò. ma devo essere un minimo attrezzato per farlo, non credi? altrimenti è sempre e sempre inutile. tu mi chiedi (non personalmente, ma è lo stesso): Teti, cazzo stai facendo nella tua torre d’avorio o bloghettino? (e sono sprovvisto di entrambi). Come a dire: la sola prassi accettabile è quella di chi come te - per coincidenze e impegno e attitudine personale - si è trovato ad avere parte attivissima da subito sui piani dell’organizzazione e della promozione. Che ti rispondo? (per la terza volta): che io, Fabio Teti, prima di arrogarmi il diritto di organizzare e proporre e fare e disfare devo avere qualche cosa di sensato e di sorretto da dire, altrimenti non ha senso.


...una debole forza.
2010-09-17 00:28:17|di Alessia Dagri

Internet ti dà la possibilità di avere piccole soddisfazioni ogni giorno. Ricevendo piccoli e costanti "sì" non si accumula desiderio, l’Eros di cui parlava Walter Benjamin, la spinta a migliorarsi e a migliorare il mondo. Le prostitute che distraevano gli studenti all’epoca benjaminiana non sono altro che i "mi piace" alle note, alle immagini, alle frasette di due righe svogliate buttate di getto su uno "stato" facebookiano.
È la pazienza di attendere che ci manca, il costruire con calma. Non abbiamo tempo per costruire bene qualcosa, abbiamo la fretta di essere approvati su cose riuscite a metà. Tutti i nostri percorsi di vita sono frammentati, deviati in mille cose, non c’è coerenza né coesione. Come possiamo cambiare le cose se non sappiamo nemmeno chi abbiamo davanti allo specchio?
Inoltre volevo rigirare la provocazione: voi avete mosso qualcosa, ma adesso dove siete? Siete rimasti in pochi, e le scintille ribelli sono comunque un ricordo. Non dirmi che è la giovinezza il problema. In voi vedo quello che succede sempre nelle rivoluzioni: vengono inglobate dal dopo, assimilate, rese consuetudine. Cosa può essere così forte da far partire una scintilla che considererai già spenta a trent’anni?


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 00:24:20|di Luca Baldoni

E infatti conosco il tuo stile e non sono nato ieri :)...
Onore alla tua bravura di polemista culturale.


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 00:20:15|di Luigi Nacci



@ Luca Baldoni: eh, caro Luca... d’altronde, senza ’sta vis polemica pensi che avremmo visto così tante levate di scudi? :-)


Contro i ciofani poeti
2010-09-17 00:13:29|di Luigi Nacci



Caro Teti,

si è scusato e questo è già un passo. Se la mia ’scimia’ le pare stupida, fa benissimo a scriverlo. Lei le cose non le manda a dire, e questo mi piace.

Però, quando mi dice di farmi un giro e vedere cosa fanno i giovani, vede, lei pecca di nuovo di arroganza e presunzione. Lei mi accusa di non informarmi su cosa stiano scrivendo o facendo i giovani, ma sulla base di cosa, Teti, lei formula le sue accuse? Quando avrà tempo, di qui all’eternità, si vada a vedere tutti i giovani poeti, italiani e stranieri, che ho presentato su questo sito negli ultimi 5 anni, oppure i giovani poeti che ho invitato alle manifestazioni che ho organizzato negli ultimi 10 (anche Alessandro De Francesco, sa? Sì, proprio lui, l’ho invitato a Fiesole, 2 anni fa: qui). E faccia lo stesso con Fantuzzi (visto che in precedenza l’ha citato): vada a vedere quanti poeti ha presentato, o recensito, o invitato.

Fatto ciò, se troverà che abbiamo caldeggiato dei giovani poco convincenti, lo scriva (e lo motivi). Allora sì che potremo intavolare una discussione interessante.

Nell’attesa le auguro, di nuovo, buona fortuna,

LN


PRO i ciofani poeti
2010-09-17 00:01:08|di Luca Baldoni

Non ho dubbi - o meglio voglio sperare! - che l’intervento di Luigi avesse uno scopo principalmente polemico, cioè di punzecchiare, irritare, e far venire allo scoperto le voci dei più giovani tra noi. In questo è riuscito perfettamente come dimostrano le varie reazioni. Mentre nell’intervento di Fantuzzi mi pare di percepire (forse mi sbaglio) una eccessiva acredine nei confronti di questi 20/25enni che vengono trattati in modo così astratto e generico.
Come poeta 37enne mi sento di dover spezzare una lancia in loro favore, anche se mi sembra che siano perfettamente in grado di difendersi da soli.

Parto dall’inizio del brano di Luigi, la parte autobiografica, che ho trovato molto interessante. Dal resoconto mi pare di poter estrarre 2 elementi contrastanti: 1) le difficoltà che Luigi stesso ammette nel formarsi una cultura poetica anche contemporanea, nello staccarsi da quell’impasto di canone scolastico col quale quasi tutti arriviamo alle soglie dei vent’anni 2) il fatto che Luigi abbiamo avuto un esordio precoce, avendo già formato un gruppo poetico a soli 21 anni e esordito in volume a 26 se non sbaglio. Non voglio dire che queste siano cose impossibili da fare a quell’età o che non vadano incoraggiate, ma sicuramente molti hanno bisogno di tempi diversi, di un più lungo apprendistato e percorso di ricerca interiore. Sul fatto che questa ricerca non debba essere solipstistica sono d’accordissimo, ma ciò non toglie validità generale alla mia osservazione. Posso portare ad esempio il mio caso personale; per molti anni ho letto e letto e studiato avidamente poesia, e non che mancasse la tentazione anche di scriverla, ma semplicemente quei versi buttati giù agli angoli di pagina non mi sembravano per niente degni. E’ stato un processo di maturazione molto lungo, che poi di colpo si è sbloccato, così che mi sono trovato a esordire in volume a 33 anni senza aver mai pubblicato un verso in rivista o online. Prima, il fatto stesso che ancora non mi sentissi poeta - o a chi questo termine sembra eccessivo, scrittore di poesie? - non mi avrebbe permesso di concepire l’idea di organizzare festival, readings etc... I percorsi di ciascuno (giustamente) si frappongono e scompaginano qualunque inquadramento generazionale troppo rigido.

Ribadisco che lo scritto di Luigi mi pare animato principalmente da una vis polemica nella quale forse i ciofani sono un po’ cascati; non sono infatti convinto che Luigi pensi in verità così male di loro. Al contrario ho trovato brani dell’intervento di Matteo sgradevoli, e se fossi tra i 20/25enni mi sentirei particolarmente alterato. Seleziono solo un brano:

"e se volete fare ricordate che farete fatica, vi scontrerete con un mondo letterario dove tutti vorranno spararvi alla schiena al minimo successo salvo poi fare i vostri amiconi nel caso di un tornaconto,"

Ecco, se c’è qualcosa che i meno-giofani dovrebbero iniziare a fare, piuttosto che predicare ai più-giofani - è abbandonare questo tono da via crucis ogni volta che si parla di poesia. Sì la poesia non vende, ha una posizione marginale nella cultura contemporanea etc.. etc.., tutto questo è vero, lo sappiamo e conta e occorre esserne pienamente consapevoli. Ma, cari ciofani, vi scrive uno che può testimoniare che il mondo della poesia è anche una dimensione dalle grandi soddisfazioni. Preferisco anche qui non generalizzare ma usare il mio esempio personale. Ho passato molti anni all’estero e sono tornato in Italia 4 anni fa senza aver nessun legame o conoscenza col mondo letterario e accademico di qui. Nello stesso periodo è uscito il mio primo libro di poesia. Nella mia città, Firenze, ho conosciuto Marco Simonelli, un amico fraterno poeticamente e non; è tale la stima e l’affetto poetico che abbiamo l’uno per l’altro che faremmo di tutto per diffondere la poesia dell’altro quasi prima della nostra. Nei mesi successivi sono stato contattato da un certo Fabiano Alborghetti - a me allora del tutto sconosciuto, poi diventato carissimo amico - a cui era piaciuto il mio libro e ne aveva scritto una recensione. In seguito ho scoperto che grande poeta sia Fabiano, uno già conosciuto che liberamente, generosamente, aveva deciso di occuparsi di uno sconosciuto. Poi grazie a Luigi Nacci, col quale avevo solo avuto uno scambio di email tramite una conoscenza comune - sono sbarcato a Trieste per partecipare al convegno per i 100 anni dalla morte di Saba, un momento di gioia enorme perché su Saba ho fatto il dottorato, un dono che mi è stato offerto da una persona mai incontrata che aveva sentito parlare bene di me da qualcun altro. E sempre Luigi devo ringraziare se oggi sono tra i redattori di questo sito, e ho avuto carta bianca per presentare un progetto per me molto importante.

Per me le cose sono andate piuttosto bene negli angusti limiti del nostro ambiente, e nessuno mi ha pugnalato alle spalle. Economicamente potrebbe andar meglio, mentre della salute grazie al cielo non mi lamento! Da molti poeti, della mia generazione e non, ho trovato più disponibilità, affetto e comprensione di quanto all’inizio non mi sarei atteso. Gli altri (non pochi a dire il vero) che ho trovati spenti o insopportabili, li ignoro per mantenermi un buon kharma. Dunque siate pronti a farvi spazio, sgomitate se necessario, ma mai al prezzo di un’amicizia, di un rapporto umano. Vi renderete conto che insieme si è più forti, e troverete qualcuno al vostro fianco che vi incoraggia e sostiene senza secondi fini. La poesia, e il poeta, deve sapere e rappresentare la gioia tanto quanto il dolore. Altrimenti è unilaterale e finisce per strozzarsi.

Io sulla questione ciofani sono pronto a scommettere, e soprattutto darei tempo al tempo.
Good things come with time.


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 23:48:08|di fabio teti

no Luigi, qui il vettore dell’arroganza è evidente. se avessi avuto quell’interesse, avrei risposto in estate all’appello di Cuccaroni, che con Giammei ha aperto una rubrica di poeti nati negli ottanta, chiedendo pubblicamente si inviassero testi al vostro sito. bene, cerca pure tra le mail, non lo troverai il mio nome. è qui quello che cerco di dire: prima di prendertela coi ventenni, dagli il tempo di poter dire e fare e scrivere cose sensate, cose che si reputano importanti. e invece no, tu con arroganza scagli la tua scimmia: allora ti chiedo: io l’ho letta e l’ho trovata stupida, tu puoi dire lo stesso della produzione di tutti i ventenni con cui te la prendi? ti chiedi cosa facciano i giovani: fatti un giro sul sito di Alessandro De Francesco, vedrai che può esserci una strada non necessariamente comprensiva di palcoscenico per farsi il culo quadro. io credo solo questo: le accuse generaliste sono aria fritta: o fai i nomi o niente.

poi, io ho anche da scusarmi dei toni delle mie risposte, tali perché in fin dei conti il tuo messaggio lo condivido. ma è astratto, nel metodo cui tanto tiene, e gli apriorismi a me hanno sempre fatto venire l’orticaria.

per cui non preoccuparti per gli isolotti. si sopravviverà.

cordialmente,

f.


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 23:31:02|di Luigi Nacci



Teti, vede, lei pecca ancora una volta di arroganza. A lei interessa solo essere letto. E allora, visto che il mare è così grande, così bello, così rigoglioso di pesci&peti, perché non si dirige in qualche altro isolotto a far leggere le sue meravigliose poesie? Stia bene, e buona fortuna


Commenti precedenti:
... | < 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 |>

Commenta questo articolo


Un messaggio, un commento?
  • (Per creare dei paragrafi indipendenti, lasciare fra loro delle righe vuote.)

Chi sei? (opzionale)