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Ricciardi, nel sole

L’infomale come esperienza della possibilità

Articolo postato domenica 11 settembre 2005
da Christian Sinicco

Jacopo Ricciardi ha pubblicato le raccolte Intermezzo IV (Campanotto, 1998), Ataraxia (Manni, 2000), Poesie della non morte (Libri Scheiwiller - Playon, 2003); il suo modo di procedere in poesia è “vasto quanto un luogo poiché lì è qui ma quando/ ci si avvicina al luogo qui e lì già accade tra la/ parola e l’universo che si toccano”. Si ringrazia l’autore per l’inedito "Vita del sole".

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13 commenti a questo articolo

> Ricciardi, nel sole
2005-10-05 19:06:14|di francesca sallusti

Ho dimenticato il nome. Francesca Sallusti


> Ricciardi, nel sole
2005-10-05 18:47:34|

La scrittura di Yacopo Ricciardi ha la sostanza della scrittura cuneiforme degli antichi sumeri ai nostri occhi.

Lettere nelle parole e parole nelle frasi.
Tramite questa scissione, tramite questo valore indipendente della lettera dalla parola e della parola dalla frase tutto ha inizio.
Tutto si concentra in questo impegno di donare regalità e spessore ai singoli elementi.
Quando leggo le opere di Yacopo mi rendo conto che la compattezza dell’intero poema(in questo caso colosseo) è nella inimicizia dell’interezza.
In questo modo lui da inizio all’origine del mondo, tramite questa sacralità di ogni singola parte.
Come un organo che prende vita, pian piano, dimesso, e che fa di ogni sua articolazione una complessità necessaria paradossalmente a tutte le altre.


> Ricciardi, nel sole
2005-09-18 18:44:00|di Lorenzo

con quest’ultimo messaggio sono proprio d’accordo. Ricciardi svia sistematicamente il meccanismo di referenzialità tanto al livello del nome quanto al livello della struttura sintattica, retorica etc. In particolare riesce a disinnescare gli automatismi di lettura e ricezione operando insieme a livello micro- e macroscopico del componimento (dall’accordo verbale, al non sequitur sintattico, ai balzi semantici (da pianoforte a chitarra, come dice l’anonimo autore dell’intervento), all’errore nell’accordo di genere, etc). Inoltre,
a mio parere, Jacopo ha la capacità di fare tutto ciò restando all’interno della poesia. Il processo di "sviamento" abbozzato sopra non è, infatti, un fine in se stesso.

*Per rispondere a nacci: appena avrò
tempo ti porterò degli esempi qui. Intanto, se vuoi, ho messo in rete un
po’ di materiale (bozze!) su Jacopo:
http://www.cis.udel.edu/ carlucci/
(vai alla sezione "Art" e lì c’è un link
su Jacopo) [NB: c’è una TILDE prima di "carlucci" ma sembra che qui non venga visualizzata!! Per raggiungere il sito basta cercare il mio nome su google].*


http://www.cis.udel.edu/~carlucci/jacopo

> Ricciardi, nel sole
2005-09-18 12:53:18|

Io direi che i versi di Jacopo opera in me nello continuo spostamento da una possibile mimesi; mentre sto per visualizzare la scena, lui non è che la scena successiva la ribalta, ma si sposta semplicemente da un tasto all’altro e da un pianoforte ad una chitarra. Per dirla con una similitudine:-)


> Ricciardi, nel sole
2005-09-16 10:10:13|di luigi nacci

lorenzo, a questo punto ti propongo di tirar fuori dei versi di jacopo e di esemplificare quello che vuoi dire! se proprio dobbiamo (vivi)sezionare il buon ricciardi, perlomeno sia fatto alla luce del sole :-)


> Ricciardi, nel sole
2005-09-16 06:46:42|di Lorenzo

Christian, mi pare che quello che dici si possa adattare a qualunque poeta, o alla maggior parte dei poeti. Forse per questo credo che "l’evocazione" non sia un tratto peculiare della poesia di Jacopo. Forse però trovo qualcosa di esatto in ciò che dici, in questo senso: l’evocazione in genere "rimanda ad altro", ma tu scrivi "diventa altro", e su questo credo di concordare. Ma cosa diventa? Un’immagine diventa un’altra immagine? Per qualce meccanismo? Per similitudine, per mimesi? Siamo di nuovo al non dir nulla, di preciso. Io posso intenderlo così, questo diventare altro dei versi di Jacopo: essi sono progettati come strumenti per la produzione di un’azione, nella mente del lettore. Dunque essi, ciascuno di essi, dall’essere la traccia di un’azione mentale dell’autore, diventa altro, ossia diventa la causa di un’azione mentale del lettore. Questa azione mentale del lettore NON è la semplice comprensione linguistica del verso, altrimenti non staremmo di nuovo dicendo nulla.


> Ricciardi, nel sole
2005-09-14 15:41:05|di Christian Sinicco

Evocazione: ogni segmento della poesia di Jacopo, per me, diventa altro, imprime alla mia immaginazione e sensibilità ulteriori corde... Quando leggo Jacopo, a parte trovare, scoprire, una delicatezza nel posare il testo, spesso mi fermo e immagino, e vi è un accumulo, e poi, nel continuare la lettura, i rimandi si sovrappongono per riarticolarsi in alcuni punti (come la ripetizione a cui si incollano nuovi arti del testo, ma sto già parlando di lavori come poesie della non morte).


> Ricciardi, nel sole
2005-09-14 01:00:11|di Lorenzo

caro luigi, dato che nei messaggi tuoi e di sinicco dal "magma" si passava al "caos", ho pensato male! scusatemi SE ho frainteso... ma vogliamo illuderci che quando si parla di poesia il termine "caos" venga usato in modo preciso, magari nella sua accezione "scientifica"? Nel migliore dei casi, credo, viene usato con una vaga connotazione filosofica. Più spesso, invece, è un sinonimo gagliardo di "casino".

Sinicco parla poi di "evocazione".
questa categoria è secondo me fuorviante nella lettura di Jacopo, ma prima di dire perché preferisco chiedere a Christian cosa intende con "evocazione", precisamente.


> Ricciardi, nel sole
2005-09-13 21:39:10|di luigi nacci

lorenzo, se avessi letto doplicher, avresti capito che ho usato "magmatico" in senso profondamente non cucchiano, lungi da me: il magma è il magma, il "casino" invece non mi interessa (sopr. riferito a jacopo - comunque appena pubblichi qualcosa su di lui, please, comunicamelo!)


> Ricciardi, nel sole
2005-09-13 19:36:38|di Lorenzo

Colosseo si situa all’inizio del processo di ri-aggregazione. Notare che si tende ad una ri-semantizzazione del linguaggio in senso affatto differente dal solito. non si ripudiano i risultati della poesia "non mimetica", se ne mietono invece i frutti. il modo in cui le parole di Ricciardi si riappropriano di una sfera semantica e di una denotazione e’ del tutto originale. "magmatico" e’ un aggettivo che ho visto spesso appioppato alla poesia di Jacopo (credo che l’origine sia Cucchi, poi l’ho visto ripetuto anche nel commento a Colosseo per il premio Montano). a mio parere e’ un aggettivo che non dice molto. potrebbe avere un significato preciso se si pensasse al magma o alla lava come materia prima scomposta da un intenso calore (intellettuale, nel nostro caso) e poi abbandonata ad un processo di aggregazione secondo leggi naturali e lungo le pendici di un vulcano (ossia a contatto con altre strutture), ma credo venga usato in genere solo per dire che il testo e’ "incasinato" :)
la poesia di Jacopo e’ ancora tutta da studiare, si’! Io stesso ho cominciato ad accumulare, da tempo, un po’ di materiale di studio. Lo mettero’ presto in rete sul mio sito, sperando di trovare qualche interlocutore. Qualcosa di piu’ esatto di "magmatico" lo ha scritto Giovenale in una recensione apparsa sul web non ricordo dove. aggiungo a Doplicher, che non conosco, un altro termine di paragone secondo me molto attinente per studiare/capire Ricciardi: Nichita Stanescu, poeta rumeno del secolo scorso. Ringrazio Sinicco per i saluti e l’interesse. (Scusate per gli apostrofi usati come accenti ma scrivo da tastiera statunitense).


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