Absolute Poetry 2.0
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Un mare a destra

di orizzonti e improvise luci

Articolo postato lunedì 19 settembre 2005
da Christian Sinicco

Massimo Gezzi è nato nel 1976 a Sant’Elpidio a Mare (AP). Si è laureato in Lettere Moderne con una tesi su Bartolo Cattafi e, a Gubbio, per questo suo lavoro, ha ricevuto il Premio Internazionale Montale 2002. Nella sua prima raccolta, Il mare a destra (Edizioni Atelier, 2004), riopera la mimesi del quotidiano, "sfugge dalla presa" della realtà e orienta la composizione grazie a concetti che riemergono “nella mente” e che, repentinamente, legano il loro "corso a uno stupore", insinuano con "palpebre sfrangiate" una particolare fenomenologia. Si ringrazia l’autore per la gentile concessione.

17 commenti a questo articolo

> Un mare a destra
2005-10-03 07:33:46|di francesca sallusti

La poesia ha un dovere, un dovere verso l’umanità, una responsabilità molto grande sul benessere e la conseguente sanità mentale del genere umano.
Non è un passatempo, uno sfogo di se stessi, come spesso accade,una presunzione, ma sopratutto non deve essere soggettività nel senso che un poeta dovrebbe essere una persona che esplora se stessa con la forza e la volontà poi di distaccarsene per entrare in una comprensione oggettiva, pulita e chiara e donarla poi al mondo.
Leggendo i poeti di oggi, io pur sforzandomi non riesco a vedere la poesia e il suo impegno ad esprimere, attraverso un intenso lavoro di ricerca, la salvezza.
Non vedo in nessun poeta l’affrancamento da questa pietosa forma di soggettività.
Quello che leggo non mi fa stare bene e nemmeno male, non mi fa riflettere, soltanto dopo qualche riga provo pigrizia e una pesantezza ad andare avanti nella lettura.
Non c’è niente in tutte queste righe che mi apra il cuore o renda il mio respiro più audace, niente che abbia la potenza di rendermi di nuovo carne.
Io vedo inibizione e cecità.
Questa non è una critica rivolta a te, ma è un parere che io ho della poesia di oggi, e ho molto a cuore questo argomento essendo anch’io una poetessa.
Ho deciso di scrivere a te perchè leggendo la tua poesia ho sentito una vicinanza più intima, un colloquio più sincero con la poesia rispetto ad altri "poeti".
Io, se devo farti una critica, è la stessa che faccio a me stessa e ad altri poeti che mi sono vicini: la sintesi del linguaggio, perché non penso che una poesia con tante parole e digressioni, spiegazioni sia efficace.
Io mi sforzo di tendere verso questa sintesi.
Se a te interessa sapere delle mie poesie, anche forse per capire meglio quello che ho detto, puoi andare a vedere sul sito di Lorenzo Carlucci (http://www.cis.udel.edu/ carlucci/)


> Un mare a destra
2005-09-22 13:25:20|

ho dimenticato la firma
Adriano Padua


> Un mare a destra
2005-09-22 13:23:57|

Lorenzo mi sembra assurdo che tu in una seria discussione usi parametri quali maggior intelligenza, maggior capacità di comprensione, maggior furbizia, maggior cultura. A me è passata la voglia che avevo di discutere se gli argomenti sono questi. Mi dispiace perchè la ritenevo comunque una discussione interessante e dignitosa. Tu non ci perdi niente ma forse puoi riflettere sulla vacuità di quello che sostieni se usi questi metri di giudizio mentre si parla di poesia. Mi sembrano argomenti sterili, giudizi personali e ridicoli. Per fortuna le tue poesie non sembrano avere cadute di stile della medesimaintensità.
P.S. bello sapere cosa i poeti pensano di sè. Grazie Massimo Gezzi.


autobiografismo e coscienza
2005-09-22 05:46:16|di Lorenzo

Benché sia tardi, e sia purtroppo molto stanco, non resisto a scrivere due righe poco meditate su alcune parti della dichiarazione di poetica di Massimo Gezzi. Ho qualche dubbio sulla conclusione da trarre dal film di Pasolini. Se "l’innocenza è una colpa",
la coscienza sembra essere la pena conseguente. Qual’è la "soluzione" (vitale, culturale, poetica) a questa "condizione"? Tu, Massimo, parli de "la consapevolezza di questa tragica condizione". A me pare che la consapevolezza, la coscienza sia essa stessa la pena per la colpa. La consapevolezza E’ questa "tragica condizione". Ancor più tragica sarebbe questa condizione, per chi cadesse nella trappola della coscienza, cercando nella "consapevolezza di questa tragica condizione" una via di fuga da questa tragica condizione. Forse per questo motivo (per quanto sia stato espresso qui in termini meramente astratti) si è guardato e si guarda alla "poesia civile" come a un’opzione migliore del solipsismo. Una cosciente e colpevole scelta di scagliarsi dal piano della coscienza al piano dell’azione, o dell’azione politica (il tuo mare nelle vene, forse?). Io vedo in questo un altro tragico fallimento, un’altra trappola della coscienza. Mi piacerebbe molto sapere quali nozze tra la poesia civile e l’autobiografismo tu, Massimo abbia in mente. La tua dichiarazione di poetica sembra suggerire una tale unione nel senso indicato da Pasolini nella vita e nell’opera sue. Ma nei tuoi testi non sembra esservi traccia di questo. Vi si sente l’eco sola di un certo intimismo. Credo dunque di capire che tu abbia in mente, un altro livello su cui fare incontrare autobiografismo e poesia civile, e mi piacerebbe molto se potessi dilungarti un poco su questo punto.
Credo io stesso che l’autobiografismo abbia ancora un senso, ma, suppongo, in una direzione differente da quella da te suggerita. Un autobiografismo senza "io", ovverosia senza dentro e senza fuori, il raggiungimento in poesia di una reale saggezza, una sorta di monismo poetico. Dobbiamo davvero cercare una scappatoia alla "tragica condizione" riassunta da Pasolini? Non peccheremmo in questo di ben poca saggezza?


intelligenza
2005-09-22 05:03:58|di Lorenzo

la presente è in risposta al commento di adriano padua sull’intelligenza. il mio commento, adriano, era a doppio taglio: indicavo una maggiore "intelligenza" come possibile causa della qualità della poesia di massimo gezzi e insieme come un suo possibile limite. ho usato forse "intelligenza" in modo un po’ troppo allusivo, ma volutamente ambiguo. una maggior capacità di comprensione, accompagnata da una maggiore "cultura", e imbastardita da un po’ di furbizia. cosa intendessi puoi capirlo, forse, leggendo la bella risposta di massimo gezzi, per la quale lo ringrazio di cuore e alla quale spero di poter replicare presto (a proposito, il "paparone" era ovviamente comico. il mio messaggio era diventato troppo tragico).


Cosa un poeta pensa di sé
2005-09-21 23:25:00|

Caro Lorenzo Carlucci (che non ho la fortuna di conoscere), accolgo il tuo invito a intervenire e dico quel che penso di sapere della mia poesia.
COme vedi, la poesia in cui credo tende ad inscriversi in una linea che, per comodità e per pigrizia, scelgo di chiamare del classicismo moderno, prendendo a prestito gli studi di Guido Mazzoni, che tanto e tanto bene ne ha scritto. "Poesia in cui credo" significa esattamente quello che è scritto: non voglio imporre a nessuno, cioè, un dover essere della poesia. Questa è la mia personale opzione stilistica, per ora. Può darsi che in futuro io ci ripensi, e sottoponga a profonda revisione tutto. Le cose che sto scrivendo, tra l’altro, cercano di superare Il mare a destra e di complicare un po’ le cose: giudicherai tu se ci sarò riuscito o meno.
Io credo ancora, per usare parole di Adorno, che l’"individuazione senza riserve" verso cui la poesia empiricamente autobiografica tende abbia ancora un senso. Copio qui sotto la breve riflessione che ho scritto per Marco Giovenale e per il prossimo RomaPoesia, da cui si capirà che non aspiro ad un autobiografismo ingenuo, che parta da sé e a sé ritorni:

"Io aspiro alla fusione di poesia civile e di poesia dell’io. Credo che i due obiettivi non possano più essere scissi: da un lato infatti sono convinto, come il Banfi maestro di Sereni, che una poesia che perda il contatto con la vita vissuta non sia altro che letteratura; dall’altro avverto sempre più l’impossibilità di sentirsi salvi e immuni dalla storia. Siamo membri di un sistema globale che ha nell’Occidente, che noi tutti alimentiamo, uno dei suoi pilastri fondanti. «L’innocenza è una colpa, lo capisci?», grida la voce di Dio a Riccetto nella Sequenza del fiore di carta di Pasolini (1968). E continua: «E gli innocenti saranno condannati, perché non hanno più il diritto di esserlo. Io non posso perdonare chi passa con lo sguardo felice dell’innocente tra le ingiustizie e le guerre». Una volta che chi fa poesia abbia maturato la consapevolezza di questa tragica condizione, mi pare impossibile continuare a far finta di niente: l’io che scrive, da allora, non può che diventare un io problematico, imputabile. Non si tratta, per me, di rinnegare l’onestà dell’Erlebnislyrik, ma di evitare che l’io, solipsisticamente, si faccia sorgente e meta della scrittura, dovendo costituire piuttosto il primo polo di un rapporto a due (io-mondo, io-storia), attraverso cui acquisire coscienza attiva della «radicale estraneità tra gli intenti degli dei e i propri, fra storia e biografia», punto di partenza, secondo Franco Fortini, della «poesia tragica e dell’azione politica»".

Sono consapevole dei limiti del Mare a destra, così come di alcuni suoi pregi (altrimenti non l’avrei pubblicato). Sono convinto anche che il discorso sul contenuto diventa sempre più rischioso (ho scritto un articolino per il numero zero de La Gru, su questo). E sono convinto, allo stesso modo, che certe posizioni apparentemente conservatrici, per un rovesciamento dialettico di cui ancora Fortini aveva ipotizzato l’esistenza, possono farsi carico di «immagini di integrità umana ricche di avvenire», mentre «posizioni più avanzate e intenzionalmente "democratiche"» possono invece risultare, per paradosso, conservatrici.
Sembra che io me ne freghi della lingua, in tutto questo. Non è così, ti assicuro. Ma non credo nell’idolatria della lingua, questo posso dirlo. Vorrei una lingua capace di veicolare il presente, certo. Ma il fine della poesia, per me, non è la lingua. La lingua è un mezzo, e le opzioni plurilinguistiche possono essere utili o dannose: dipende dal poeta, non dalla lingua. Fare della lingua il fine della poesia, per me, è uccidere la poesia.

A parte il passaggio (un po’ comico) sul "paparone", ti ringrazio comunque per le critiche e per il tuo commento: sì, è una cosa utile.

Saluti,
Massimo Gezzi


> Un mare a destra
2005-09-21 21:53:20|di Adriano Padua

Io ho fatto l’esempio di UNA (una soltanto)collana che pubblica alcuni poeti il cui rapporto con la lingua è quello di cui abbiamo parlato. Ce ne sono tante altre in italia. Non ho ovviamente nominato Sereni e Raboni. Non ho inserito Gezzi nella linea lombarda. Predecessori, nè maestri nè padri. Nè ho dubitato della sua intelligenza nonostante non mi piacciono le sue poesie perchè mi sembra una cosa poco ragionevole e poco adatta ad un dialogo nel quale è ovvio esprimere diversità di vedute e di gusti. Quest’equazione, effettuata secondo criteri estremamente soggettivi, miglior poesia= più intelligenza mi pare davvero poco intelligente. Una stronzata, insomma. Saluti


gezzi e i lombardi
2005-09-21 21:05:19|di Lorenzo

caro luigi, son d’accordo con te, e non ti sbagli. approvavo il giudizio di adriano sui lombardi ma NON la sussunzione di gezzi in quella categoria. secondo me gezzi scrive meglio e con piu’ coscienza di qualunque poeta di quel gruppo (per non essere vaghi, di qualunque poeta (salvo il riccia ;)) nell’antologia della "nuovissima
poesia italiana" (e, sia detto en passant, molto migliore di A. Padua)). forse perche’ e’ piu’ intelligente? trovo la sua poesia "dignitosa", e "quasi bella" qua e la’. e’ abbastanza? mi fa quasi innervosire quella misura/posizione/maniera imposta che le taglia il fiato. ho commentato i suoi testi perche’ penso possa essere utile. altri testi e’ inutile anche commentare.

PS. ma com’e’ che i poeti non si difendono? non sarebbe bello sentire cosa pensa un poeta di se?


> Un mare a destra
2005-09-21 20:28:16|di luigi nacci

pur essendo anch’io, per quanto riguarda la poetica e l’adesione ai modelli, un anti-lombardo (non contro i grandi, come sereni, ma contro chi crede di muoversi in quel solco sbandierando ancora l’epica di un quotidiano che ha esaurito tutto ciò che poteva dare), non credo sia giusto fare qui di tutta l’erba un fascio. non liquiderei così facilmente massimo gezzi (né l’assimilerei così facilmente alla linea di cui sopra). ’il mare a destra’ non mi pare un libro fermo ai primi gradini dell’autobiografismo autoreferenziale di cui parlavate. basterebbe citare questi versi per contraddirvi:
"è la gioia di averlo nelle vene / questo mare, che ormai si rapprenda / in un solo cristallo e poi giù, che rovini / si schianti per terra investendoti di schegge -"
o mi sbaglio?

(fermo restando che, nelle linee di principio, sono d’accordo con voi, lorenzo, adriano - ma credo che in questo caso specifico abbiate sbagliato esempio)


> Un mare a destra
2005-09-21 17:25:58|di Christian Sinicco

Devo essere sincero, la nota autobiografica ci può anche stare: mi rendo conto che ho chiesto a Massimo di fare una selezione, e quindi non ho selezionato io - avrei scelto altri testi da Il mare a destra, alcuni sono qui riportati, ma nella sua interezza il libro lo ritengo un tentativo buono.
C’è anche da dire che gli autori che ho il piacere di contattare (perché li ho letti e il loro lavoro mi è arrivato) rispondono ad una mia esigenza di differenziare le prospettive, senza alcuna pretesa di fornire una linea o essere rappresentative di una assoluta novità. La strada di Massimo parte da questo libro, che è scritto bene, ma questo non basta e credo che lo stesso autore e tutti i poeti lo sappiano. Vedremo cosa accadrà nei prossimi lavori.


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