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Una gara di transcreazione tra Haroldo de Campos e Antonio Porta

con un inedito di Antonio Porta

Articolo postato domenica 2 ottobre 2005
da Lello Voce

Rosemary Liedl Porta, che ci segue con affetto e ci incoraggia, ci ha fatto un regalo davvero prezioso: il testo inedito di una traduzione che Antonio Porta fece di alcuni versi del poeta giapponese Basho, stimolato dall’arrivo di un libro di Haroldo de Campos, probabilmente Yugen, (cuaderno japonès), che il poeta brasiliano gli aveva inviato.

Come mi riferisce Rosemary, il testo fu poi consegnato ad Haroldo, a mano, in Brasile, da una comune conoscente dei due poeti

«So per certo che Haroldo de Campos ha ricevuto la traduzione dalle mani di Adelina Aletti. La sua reazione è stata di un sorriso divertito.» Un sorriso sornione e felice che ho conosciuto bene e che mi accompagnerà come un discreto incoraggiamento per sempre.

Per HAROLDO DE CAMPOS
Antonio Porta traduce Basho
a gara

Al vecchio stagno
rana tuffa
è acquasuono

Al vecchio stagno
rana salta nel
è acquasuono

Al vecchio stagno
rana saltuffa
suonacqua

Al vecchio stagno
tuffo di rana
è acquasuono

Milano, 9.2.1986

Posto qui anche le immagini del dattiloscritto originale di Antonio Porta e quella della bella dedica che gli fece Haroldo e che recita:

«Ad Antonio Porta,
questo invito azzurro
ad una giostra
giapponese-italo-brasiliana
Con la mia “simpoetica”
fraternità
paulista-milanese.

Haroldo de Campos

Milano 85

FURO IKE IA
KAWASU TOBIKOMU
MI ZU NO OTO»

Inutile sottolineare quanto sia grato a Rosemary di questo regalo, anche a nome di Ivan de Campos e di Carmen Arruda Campos, che ieri - via e-mail - mi assicuravano che Haroldo ci guarda sorridendo dall’undicesimo cielo, quello dei poeti che sanno rischiare al gioco del sogno e della lingua.
lv.

PS - Rosemary mi scrive queste righe che chiariscono bene il contesto del rapporto tra Haroldo ed Antonio:

Antonio e Haroldo si conoscevano da lunghissima data e si frequentavano in giro per il mondo nelle letture di poesia. Nel 1985 si erano incontrati a Milano alla Feltrinelli. E’ tutto da scoprire il giovane adolescente che è stato fulminato dalla poesia mentre era in Cile nei primi anni 50 dove la famiglia aveva una hacienda. Lì il futuro poeta Antonio Porta era fra il pubblico delle letture di poesia e aveva conosciuto Neruda e Haroldo e così tanti altri poeti, che poi ha voluto tradurre insieme a Marcelo Ravoni e che sono stati pubblicati nell’antologia Poeti ispanoamericani contemporanei, pubblicato da Feltrinelli nel 1970. Solo una piccola precisazione e la prova che la poesia se si incontra da giovanissimi può "fulminare" e creare nuovi poeti. Rosemary

Portfolio

La dedica di Haroldo

19 commenti a questo articolo

> Una gara di transcreazione tra Haroldo de Campos e Antonio Porta
2005-10-06 18:30:28|

@lorenzo e francesca Ma come argomentare? Forse dovremmo lanciare una discussione on line su questo tema . Che cos’è la poesia. Senza punto interrogativo. Per me da sempre uno dei manifesti poetici chiave è di Eugenio Montale

I LIMONI [by E. Montale]

Ascoltami, i poeti laureati

si muovono soltanto fra le piante

dai nomi poco usati: bossi ligustri o

acanti.

Io, per me, amo le strade che riescono

agli erbosi

fossi ove in pozzanghere

mezzo seccate agguantano i ragazzi

qualche sparuta anguilla:

le viuzze che seguono i ciglioni,

discendono tra i ciuffi delle canne

e mettono negli orti, tra gli alberi

dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli

si spengono inghiottite dall’azzurro:

piu’ chiaro si ascolta il sussurro

dei rami amici nell’aria che quasi non

si muove,

e i sensi di quest’odore

che non sa staccarsi da terra

e piove in petto una dolcezza inquieta.

Qui delle divertite passioni

per miracolo tace la guerra,

qui tocca anche a noi poveri la nostra

parte di ricchezza

ed e’ l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose

s’abbandonano e sembrano vicine

a tradire il loro ultimo segreto,

talora ci si aspetta

di scoprire uno sbaglio di Natura,

il punto morto del mondo, l’anello che

non tiene,

il filo da disbrogliare che finalmente

ci metta

nel mezzo di una verita’.

Lo sguardo fruga d’intorno,

la mente indaga accorda disunisce

nel profumo che dilaga

quando il giorno piu’ languisce.

Sono i silenzi in cui si vede

in ogni ombra umana che si allontana

qualche disturbta Divinita’.

Ma l’illusione manca e ci riporta il

tempo

nelle citta’ rumorose dove l’azzurro si

mostra

soltanto a pezzi, in alto, tra le

cimase.

La pioggia stanca in terra, di poi,

s’affolta

il tedio dell’inverno sulle case,

la luce si fa avara - amara l’anima.

Quando un giorno da un malchiuso portone

tra gli alberi di una corte

ci si mostrano i gialli dei limoni;

e il gelo del cuore si sfa,

e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarita’.


> Una gara di transcreazione tra Haroldo de Campos e Antonio Porta
2005-10-06 16:30:33|di molly

capitata qui per caso, anzi per dolo dell’allieva.
leggo Damiani, prima volta: reagisco con piccola noia -l’occhio nel mentre s’affioca. preferisco cocci aguzzi, quando è ora, anzi occasione: sono decisamente ignorante; pesco versi di rado e chiedo perdono.
ciononostante cito Lorenzo, copio e incollo:
"Damiani smuove una pietra che è la lingua italiana, senza la pretesa di scagliarla d’un tratto oltre chissà quale infinito, ma con la gioia d’essere uno dei pochi a trovare il punto in cui, quella pietra morta della tradizione, può diventare una pietra bianca e leggera e luminosa e viva."

[..]"l’ippopotamo, prima che il nome di una bisteccheria o di un mito biblico, è il nome di una creatura. Una creatura che, se ti dessi il tempo o avessi la curiosità (ma anche, sì, la disciplina e la sensibilità) di osservare per qualche lungo istante, potrebbe darti sollievo o sgomento."

due punti di accumulazione notevoli. mi hanno dato da pensare, per esattezza e compostezza di moto descrittivo. due affondi che scrivono lettere, per tornare al vostro gioco di spada.
il rap in risposta a lorenzo mi è parso goffo, invece; mi ha fatto gli occhi voyeur: avrei preferito non leggere.
ultima nota: mi pare di aver letto un "qual’è" (di Lorenzo) e molti perchè invece di perché. capita a tutti.
resto in vista.


Domande e risposte
2005-10-06 15:19:19|di L’allieva

Ciao.
scusate, ma mi interesserebbe conoscere una risposta di Adriano e di Francesco alla domanda di Lorenzo; non mi sembra di averne trovate. Ho trovato invece un po’ di parolacce, ma non nel post originario (davvero AlLitterati ci sembra un insulto??? A me piace come definizione).

Mi sorge poi un’altra curiosità: perché negare con tanta insistenza di aopartenere a una scuola? E’ da sfigati? A me piacerebbe, anche se si insegnassero solo allitterazioni.

L’allieva


> Una gara di transcreazione tra Haroldo de Campos e Antonio Porta
2005-10-05 17:43:36|di Lorenzo

per esempio, se ti va, commenta le mie cose sul blog, dato che mi hai chiesto di postare una poesia.

Lollo


> Una gara di transcreazione tra Haroldo de Campos e Antonio Porta
2005-10-05 17:42:12|di Lorenzo

e pace sia. pero’, che si parli!

Lorenzo


> Una gara di transcreazione tra Haroldo de Campos e Antonio Porta
2005-10-05 17:25:23|

e dai Lorenzo facciamo la pace
effeffe
ps
senza ironia


> Una gara di transcreazione tra Haroldo de Campos e Antonio Porta
2005-10-05 15:09:51|di Lorenzo

Non ho imparato a memoria i tuoi versi, ho usato il copia-incolla come fai tu... Comunque ho provato a leggerli onestamente. Ti ringrazio per l’esauriente e molto informativo commento. Posta quello che ti pare (so dove andrai a pescare, pesca pure!) e sputaci sopra. Comunque alcune mie poesie sono postate gia’
su questo blog, tra i post piu’ vecchi.
Se vuoi leggere un messaggio a te rivolto senza bile anzi con molta umilta’ vai a vedere sul post dei tuoi Canti da Ring.
(scusa per gli apostrofi al posto degli accenti, ma non ho apostrofi su questa tastiera...)

Lorenzo


> Una gara di transcreazione tra Haroldo de Campos e Antonio Porta
2005-10-05 10:01:03|

Lorenzo caro:

a prima botta il cul t’avrei bottato

che rotta minchia avesti e l’è peccato

perchè il livore tuo acido e in bile

a primo acchito il m’a paru gentil

e la difesa strenua de l’amico

come in un corso dottorale un tomo

di ipocrisia artificia e scienza antica

parea d’un senso il mito ed anche bono

e chiudo qui perchè piu avant non posso

vò rimirando in pace il pesce rosso

Francesco Forlani

ps
comunque vedo che i miei versi li hai imparati a memoria. te ne sono grato e mi fa anche sperare che un giorno riuscirai anche a capirli
ppss
se sei d’accordo posterei una tua poesia ma devi sceglierla tu


Su Damiani e altro
2005-10-05 02:26:46|di Lorenzo Carlucci

Caro Forlani, grazie per la risposta. Anche se mi sembra un po’ infantile chiedermi di rimando perchè mi piace Damiani, quando si stava discutendo delle TUE scelte poetiche (dato che gruppo non si dà), sono ben felice di risponderti, come posso.

Innanzitutto ti ricopio qui la poesia di Damiani, con la sua scansione metrica, e non tuttattaccata come hai fatto tu da bravo post-futurista, così magari tu e altri vi renderete conto almeno che è scritta in endecasillabi.

ELEGIA

Gli ippopotami dolci che nell’acqua

erano tutti immersi (si vedeva

solo la punta della schiena) amore

te li ricordi? Oh come erano teneri

e dolci. E tu dicevi: "Dove sono?

Perché mai dici che son belli se

non si vedono?". Oh, amore, erano

nell’acqua e forse non sapevi il nome

italiano quand’ io dissi: "Tesoro!

ci sono gli ippopotami che tornano

giustamente nell’acqua dopo avere,

con gli altri mammiferi dal mare

emancipati, visto il mondo". E quando

uno dei due riemerse, il dolce tiepido

dell’acqua e i baci della sua compagna

lasciando, per respirare e per mordere

un po’ la mota all’argine (che schifo!

pensammo, e io dissi: "Deve proprio avere

la bocca sporca!") e fece uno sbadiglio

spalancando d’un tratto tutta quanta

la bocca, oh come era candida e rosa

con gli zannoni! E tu come improvvisa

per lo stupore in un moto dolcissimo

subitaneo scattasti!, e quanti baci

t’avrei voluto dare, ma dovevo

andare avanti, ché le altre macchine

s’erano tutte accumulate dietro

e erano un branco minaccioso e stupido.

Proverò in primo luogo a indicarti come, per ARGOMENTO, FORMA e TONO, la poesia si collochi naturalmente nel contesto della tradizione letteraria italiana e latina. Non perché questo di per sé ne faccia la qualità, ma perché penso che sia un pregio se il contesto culturale di una poesia è chiaro e limpido. Si capisce almeno a chi vuol confrontarsi il poeta, qual’è la sua posizione, o perlomeno quella iniziale. Per argomento e per forma l’Elegia sugli ippopotami si colloca facilmente nella migliore tradizione letteraria italiana e latina. L’argomento (l’osservazione di una scena di vita animale, occasione di riflessione sull’uomo e sulla sua posizione nella Natura) lo puoi ritrovare, per fare un esempio facile, in Umberto Saba (Il maiale, La Capra, A mia moglie), e affonda le sue radici nel mondo antico. Da qui allo stile. Come si vede, l’elegia è composta di endecasillabi sciolti. Il tono è tra il colloquiale (dialogico e affettuoso), la riflessione interiore e, propriamente, l’elegia. Questo tono, lo sai bene, lo ritrovi in molta della poesia antica, e lo ritrovi, declinato, nella poesia del Novecento. Lo stesso contenuto morale della poesia (il finale, doloroso strappo dalla contemplazione del mondo animale, e il ribaltamento che avviene con il termine "branco") è "tradizionale": ancora, lo ritrovi per esempio in Saba, con tono diverso e differente esito, nelle poesie citate sopra.

Passiamo ora al giudizio di merito. Per me il pregio principale di Damiani sta nella "naturalezza" della sua lingua. Poiché "naturalezza" è un termine scivoloso, provo subito a precisarlo. La sua naturalezza è il premio di un lavoro, cosciente o incosciente che sia, di ricerca linguistica. Io leggo in Damiani, per quanto riguarda la lingua, un lavoro profondissimo di ricerca (non sbandierata), il cui esito è palpabile in un raro e felice e prezioso incontro tra la naturalezza del parlato (e ti preciso, del parlato moderno) e il canto che E’ nella lingua italiana. Equilibrio in cui il canto che regge l’elegia quasi sparisce, come spariscono le fondamenta di una bella cattedrale. A quanto pare sparisce a tal punto che qualcuno come te, che inneggia al canto, ma il cui orecchio è educato soltanto da fanfare e tamburi di guerra, non lo sente più. Questo incontro tra la naturalezza del parlato, lo stile "alto" ed il canto della lingua appare come un equilibrio, ma è equilibrio fondato su uno sforzo immane. La sua apparente leggerezza è la luminosa ombra di un lavoro di reale ricerca letteraria e linguistica. Damiani smuove una pietra che è la lingua italiana, senza la pretesa di scagliarla d’un tratto oltre chissà quale infinito, ma con la gioia d’essere uno dei pochi a trovare il punto in cui, quella pietra morta della tradizione, può diventare una pietra bianca e leggera e luminosa e viva.

C’è forse un problema, nel pubblico che tu rappresenti, di cecità, o di malafede: tu mi dici che gli ippopotami sono una catena di bisteccherie francesi. Ma questo non è meschino? Io ti dico che gli ippopotami sono anche animali che nuotano nei mosaici del museo di Napoli, animali il cui carattere è stato cantato e osservato dagli antichi come un curioso misto di ferocia ed innocenza, animali che ancora
oggi si chiamano, in russo, "behemoth", proprio come una Bestia della Bibbia. Ma ancora, perché sia chiaro che non penso che una poesia possa affidare la sua efficacia alla presunzione dell’esistenza di una tale eco letteraria o culturale nel lettore,
ti dico ancora che gli l’ippopotamo, prima che il nome di una bisteccheria o di un mito biblico, è il nome di una creatura. Una creatura che, se ti dessi il tempo o avessi la curiosità (ma anche, sì, la disciplina e la sensibilità) di osservare per qualche lungo istante, potrebbe darti sollievo o sgomento.

Infine, dato che credo che la lingua porti con sé, naturalmente, un contenuto, una posizione, ti dico come e perché penso che Damiani aggiunga qualcosa alla tradizione nella quale è felicemente radicato. La sua riuscita linguistica e formale ne è già una testimonianza, ma trovi inoltre nella sua poesia una viva e profonda riflessione su temi un po’ più "universali", concedimi la parola, dei tuoi vent’anni o dieci di sinistra. La sua poesia ti porta direttamente sull’orlo del dilemma umano (o, se vuoi, soltanto "moderno"): le cose, le creature che vediamo, godono di un ordine e di una armonia che paiono "felici", ma noi sappiamo, o la nostra coscienza diabolicamente ci suggerisce, che tale armonia è basata sul nulla. La poesia di Damiani porta a questo dilemma della coscienza in modo diretto e con una "velocità" unica. E propone, anche una risposta. Ma qui mi fermo, magari ti incuriosisci e lo leggi senza occhiali.

Di cuore ti dico che quel che sopra è scritto è solo una povera ombra del bello e del vero, che dovrebbe trovarsi direttamente nella Poesia. Ma, ahimé, siamo finiti e dibattiamo.

NOTE IN CALCE:

- Se vuoi sfidarmi a duello fai pure. Sappi che prima che sguaini la tua spada forse ti colpirò con lo schiaffo di un tuo verso (da: "Perché nel passaggio sono cazzi"):

"Mi pare di aver sentito un’altro tempo."

Complimenti per il refuso!

- Per giustificarti meglio la questione dei "poeti ai quali un poeta si confronta": Per spiegarmi il tuo amore per il canto mi citi un po’ tutti, da Dante a Esenin. Va bene, ma se questi sono i tuoi poeti di paragone, e se quello di Ottonieri è Bob Dylan, mi pare evidente la distanza che corre tra voi e loro.

- Ma sei un maestro di scuola che dai sempre i voti? Speriamo che non insegni italiano ai francesi poverini!!

Lorenzo


> Una gara di transcreazione tra Haroldo de Campos e Antonio Porta
2005-10-04 16:36:34|di Christian Sinicco

Lorenzo, Adriano, ragazzi (oramai sempre di meno, ma vale lo spirito), siete meravigliosi. Trovo trasporto nei vostri battibecchi (bene massimo), e vi mando un caro saluto - sono in preda a dubbi terrificanti, e ad esaltanti performance! Ciao

a prop. meraviglioso il funk cool:-)


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