Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

pubblicato martedì 19 novembre 2013
Blare Out presenta: Andata e Ritorno Festival Invernale di Musica digitale e Poesia orale Galleria A plus A Centro Espositivo Sloveno (...)
pubblicato domenica 14 luglio 2013
Siamo a maggio. È primavera, la stagione del risveglio. Un perfetto scrittore progressista del XXI secolo lancia le sue sfide. La prima è che la (...)
pubblicato domenica 14 luglio 2013
Io Boris l’ho conosciuto di sfuggita, giusto il tempo di un caffè, ad una Lucca Comics & Games di qualche anno fa. Non che non lo conoscessi (...)
 
Home page > e-Zine > Pneuma-lettura

Pneuma-lettura

sui luoghi dell’ascolto di Roberto Paci Dalò (prima parte)

Articolo postato martedì 11 ottobre 2005
da Christian Sinicco

Sono di ritorno dalla serata finale di Absolute. Entro a casa, mi metto il pigiama intontito e stanco; ascolto i vasti silenzi della periferia di Trieste. Nelle pause della bora i rumori del condominio. Sono le 4. Ma non riesco a dormire, c’è qualcosa ancora di elettrico. Inizio a leggere Pneuma.
Mi coglie di sorpresa la citazione da La voce di Narciso, di Carmelo Bene: "Nella scrittura vocale, poesia è la voce. Il testo è la sua eco."
Queste parole immediatamente mi riportano all’intervista del giorno prima, di sabato, a Nanni Balestrini: questi parlava della metamorfosi del concetto di opera, dalla scrittura all’oralità - ed io aggiungo in tutte le sue possibili accezioni di esecuzione.
Accezioni o eccezioni?
Mi chiedo questo, e nel frattempo prendo come esempio Lo Dittatore Amore. Melologhi di Rosaria Lo Russo e Fast Blood di Lello Voce.
Mi rispondo unicità, autenticità, dell’opera e del poeta. Ma se il testo è eco della voce, allora deve aprirsi, deve essere sì testo, e ipertesto, e intratesto, e moltiplicare i suoi effetti.

Seconda citazione da L’invenzione del silenzio. Poesie, testi, materiali dopo l’Ottantanove di Heiner Müller: "Il visibile/Può essere fotografato/OH PARADISO/DELLA CECITA’/CIO’ CHE ANCORA SI ASCOLTA/E’ IN SCATOLA/TURATI LE ORECCHIE FIGLIO/I sentimenti/Sono di ieri Non si pensa/Nulla di nuovo Il mondo//Si sottrae alla descrizione/Tutto l’umano/Diventa estraneo."
Ciò che si ascolta è in scatola. Veramente il nostro procedere a modelli - penso anche alla scienza - si è impossessato della conoscenza, i prodotti insinuati nella letteratura? Quale epistemologia ci salverà? Quale riflesso-rigurgito della realtà in scatola ne esce? Il prodotto come aprirlo, come violarlo, come esploderlo-esplorarlo affinché sia poesia?
Non solo il visibile può essere fotografato; no, siamo già nella cinematografia, oltre... A questo punto rivedo i videofondali di Giacomo Verde, il foglio che brucia portando le sue lettere nell’apocalisse dello schermo, il poeta che infrange la voce nella performance, l’ein mail di Rilke, ovvero il nostro essere qui e lì, individuo in presenza dell’opera e nel passaggio, e di volta in volta si vive perché siamo in sua presenza e siamo noi gli intepreti, sia nel dare una semplice lettura che nel fare, o nell’ascoltare, alla vista dell’atto dell’interprete; e l’opera è sempre presente, ma in modi diversi, grazie alle sue qualità. E quella caratteristica dell’opera (ed ora della realtà), ovvero la sua molteplice interpretabilità, nel caso del poeta-performer, diventa parte del processo di creazione, si fa snodo; il prodotto-deriva di questo fare è quasi irripetibile, costringe l’interprete-attore che voglia ripercorrere l’opera (nella sua multimedialità, come in Fast Blood, ma anche nell’interpretazione di Lo Russo) ad essere capace di una ri-opera-azione, deve poter violare questo complesso.
Allora per questi motivi possiamo aderire ad un’altra citazione che Paci Dalò percorre in Pneuma, che potrebbe apparire banale ad una prima occhiata o ad un primo ascolto: "Il teatro ha luogo sempre dovunque ci si trovi. [...] Desidero definire il teatro in termini così semplici perché in questo modo è possibile considerare teatro anche la vita di ogni giorno." (John Cage)

Pensare in modo impossibile, vedere cosa sia possibile realizzare (nei luoghi), ecco il lavoro di Paci Dalò, e questo è osservabile nel libro. Salto in avanti di una decina di pagine, e mi colpisce il progetto "Publiphono a Rimini. La città come risorsa infinita. Usando il classico sistema di diffusione sonora della spiaggia di Rimini - altoparlanti collocati ogni 50 metri - la creazione di una serie di opere per 20 chilometri di costa. Opere dove l’intreccio tra suono strumentale e ambientale è assoluto e disarmante."
A questo punto non so più dove finisce la performance e dove inizia la realtà, ma sono compiaciuto e me ne andrei a dormire, sognare. Ma si parla di nuova cosmogonia - altra citazione: "Solo con esitazione consegno questo libro al lettore moderno, poiché esso presuppone di fatto quella fusione di udito e di vista che gli antichi cinesi definivano luce degli orecchi. Per le culture superiori orientali e la mistica medievale europea, questa fusione non era affatto insolita; ma l’uomo moderno avverte ormai appena la grande imperscrutabilità del mondo acustico, la policromia, la poliritmia e la forza lineare del suono, da cui le antiche leggende cosmogoniche facevano procedere il mondo visibile e tangibile." (Marius Schneider).
E ancora, il passo precedente di Paci Dalò: "La concezione del suono sempre presente è quindi vicina alla tradizione indiana dove una delle metafore usate è quella della finestra che quando viene aperta permette di sentire qualcosa che nella quotidianità non si interrompe mai."
E sempre dell’autore (il nastro facciamolo scorrere avanti di qualche pagina): "Suonare uno strumento consente di ridurre la distanza tra la composizione e l’esecuzione." Punto il disco sulla poesia... Cosa sta accadendo? Quali forze si stanno misurando in Italia? Dove si situa l’opera, sempre di più nella visione sonora della poesia? In chi si incarna?

26 commenti a questo articolo

> Pneuma-lettura
2005-10-25 09:59:34|di Christian

A me piace molto Estetica. Teoria della formatività di Pareyson. Testo semplicissimo, quasi banale, ma geniale.


> Pneuma-lettura
2005-10-24 17:38:43|di Lorenzo

Davo una definizione "minimalista" di poesia, per indicare che tutti gli aspetti che sembrano stare a cuore ai diversi poeti (formale, sonoro, visivo, tattile etc), sono importanti per la poesia anche solo assumendo la più minimalista delle sue "definizioni" (espressione/produzione linguistica)... Tutto qui!
Per sapere se sono reazionario dovresti dirmi quali sono i testi di estetica ai quali ti riferisci...

Lorenzo


> Pneuma-lettura
2005-10-24 10:41:01|di Christian Sinicco

.....La poesia è un’espressione linguistica, come tale può, e, per esprimersi al suo massimo, deve, far uso di tutti gli aspetti del linguaggio (scritto, parlato, pensato), con il fine di produrre qualcosa di "bello", o, se si preferisce, di "efficace"....... Lorenzo, lasciamo stare le definizioni di poesia - a parte che non sono d’accordo sul fatto dell’espressione linguistica, o oggetto fatto di parole alla montale, che è riduttivo: lo dico perché nel momento in cui formi un’opera, come ben esprimi tu successivamente, non utilizzi solamente lo strumento del linguaggio, che certamente specifica il fare, ma il fare, come la poesia, è molto di più.
Sul resto condivido. Il discorso che affronto a partire da Pneuma, riguarda il concetto di opera aperta, ovvero fin dove arriva l’apertura dell’opera se l’opera é? Se l’esistenza dell’opera si specifica attraverso più modalità, come e quanto si apre? Sul piano dell’opera quali problemi intersecano?
Il fatto è questo, dove tu vedi forma e contenuto, io vedo opera. Dove tu vedi versi, io vedo idee, e idee che orientano altre idee perché l’opera scaturisce da un processo di formazione. L’opera compiuta non la vedo attraverso il linguaggio solamente, ma la vedo attraverso le sue informazioni, che mi orientano e che pure mi informano del processo di formazione. Te lo dico perché se no l’informale (e se vuoi tra i più giovani il lavoro di Jacopo Ricciardi) non potrebbe esistere, se non fosse discusso come opera. Ovviamente parlo anche di Yang Lian, ma non solo, anche degli italiani. Il ridurre l’opera a linguaggio come unica sua possibilità significa fare un discorso, dopo alcuni testi di estetica e di critica del Novecento, del tutto reazionario. Sei un reazionario?
:-) Un abbraccio, C


errata
2005-10-20 14:58:34|di Lorenzo

scusate evidentemente mi sono confuso: intendevo parlare di Gozo Yoshimasu, che e’ giapponese, e ho scritto Yang Lian, che e’ cinese... scusate per la confusione!

Lorenzo


> Pneuma-lettura
2005-10-20 03:21:54|di Lorenzo

premetto christian che non riesco molto a seguire il filo dei tuoi ultimi discorsi-pneuma... ma provo a sfiorare il tema (e, insieme, il problema del varco tra tipografici e performativi posto da luigi nacci qui sotto).
il porre così pesantemente l’accento sulla voce (a quanto pare più un concetto che un ente o una pratica) mi sembra dannoso per la poesia. il varco, e l’unico punto possibile d’incontro è, come sempre, la bellezza. si dovrebbero produrre testi poetici tanto belli da poter esser letti ad alta voce, e performati e recitati e modulati, ma anche letti, ruminati, guardati. a mio parere il preferire un aspetto della poesia ad altri, sia esso contenutistico, vocale, visivo, è un errore. E’ (ed è stato, a mio parere, per i primi teorici) soltanto un espediente dialettico per indicare che una certa produzione o una certa tradizione mortificano, di volta in volta, uno di questi aspetti. La poesia è un’espressione linguistica, come tale può, e, per esprimersi al suo massimo, deve, far uso di tutti gli aspetti del linguaggio (scritto, parlato, pensato), con il fine di produrre qualcosa di "bello", o, se si preferisce, di "efficace".
Uno degli esempi per me più convincenti di una sintesi riuscita tra tutti questi aspetti del linguaggio è Yang Lian. In questo poeta nessuno degli aspetti del linguaggio, come mezzo, viene sacrificato in funzione di un altro. I suoi testi hanno la compostezza della poesia cinese (vista), profondità concettuale (semantica), vengono composti e ricomposti durante improvvisazioni orali di spirito quasi sciamanico (voce), e insieme sono uno dei più riusciti esempi di "naturalizzazione" del linguaggio delle avanguardie (linguaggio interiore/pensiero). Essi nascono, almeno in parte, da improvvisazioni o "performance" dell’autore, e in tali improvvisazioni rinascono. Neppure l’aspetto "tattile" della poesia viene dimenticato: il poeta incide frammenti di versi su una lastra di rame durante la "recitazione". Ho assistito ad una di queste improvvisazioni ed ho avuto la chiara coscienza della totale onestà e sopratutto della ricerca di unità di questo poeta. In tale unità è il varco. C’è da dire anche che ciascuno dei singoli aspetti espressi nel lavoro di Yang Lian è convincente anche a prescindere dagli altri. Il testo non è affatto una eco (sarebbe del tutto inutile in quanto tale): è piuttosto una sorta di ricetta, una sorta di formula magica, di incantesimo che solo permette di dare il via ad un nuovo momento di improvvisazione, di ricreare se stesso e la poesia nella sua totalità ed unità di pensiero, espressione ed azione.

Sono ignorante circa la "scena" italiana dei performatori. Ho visto qualche urlatore di tanto in tanto. A quanto leggo sul blog non vedo cura per una sintesi, leggo piuttosto l’esaltazione della "voce", quasi la voce fosse il nuovo Dio di una teologia scolastica, del quale ogni attributo è predicabile.


> Pneuma-lettura
2005-10-15 14:59:52|di Christian

Lorenzo, ovviamente il fatto che ritenga una sola persona capace di assolvere con coscienza critica quel compito, mi sembra una critica a Camilliti. Lo volevo rimarcare, giusto perché non si pensi sia diventato improvvisamente buonista.
Questo pomeriggio scrivo e poi posto il secondo intervento su Pneuma.
Mi piacerebbe però si discutesse su queste tematiche, anche perché ritorneremo su Milano con l’intervento di Kemeny, che domani inaugura la casa della poesia probabilmente, Majorino pare stia male.


> Pneuma-lettura
2005-10-15 12:53:33|di Christian

Camilliti è un editore, ed io qui finisco la discussione sulle sue scelte. Testa e Tolusso sono gli unici che si possono in un qual modo criticare (anche perché hanno pubblicato più libri). Testa ha scritto una grande opera che è sarajevo tapes. La Tolusso con l’ultimo libro non è che m’abbia ispirato, ma è un libro che sta in piedi, come cattive maniere (che era più immaginifico, e abbandonava a tratti la misura "provata" e la sonnolenza). Alborghetti, con cui mi scrivo, è formalista, e a tratti involuto. Schiavoni ha scritto poesie erotiche (un libro), che non sono poi così male, ma vediamo cosa combina. Dal mio punto di vista, l’unico che ha una conoscenza critica (oltre che estetica) è Testa, tra questi. Ma queste sono le scelte di Camilliti (e forse anche degli esperimenti). Ed è importante che in questo momento io o te gli possiamo dire il nostro parere. Riguardo il rinascimento poetico, e la strizzatina al divino, di Camilliti, sarà perché si chiama Michelangelo:-)
Insomma non è un critico, ma è uno che le scelte le fa, pur sbagliando, ma alle volte anche c’azzecca - m’ha pubblicato:-)


il nulla non genera nulla
2005-10-15 06:48:04|di Lorenzo

Caro Christian, che ti devo dire?
Camilliti avrà pure, come tutti, il suo da fare, ma l’intervento che hai linkato non mi sembra offrire molti spunti di riflessione. E’ un atto di (buona) volontà, ma non molto di più. Nella nostra fantasia possiamo pure desiderare di iniziare un nuovo Rinascimento, un nuovo Classicismo o quello che ti pare, ma non si può voler creare un "movimento" ex nihilo. Ci vogliono autori, contenuti, testi, idee. La rosa dei primi autori della "renaissance" sognata da Camilliti a me sembra del tutto povera, ma sopratutto priva di una qualsiasi unità.
Dunque... che dire?

Lorenzo


> Pneuma-lettura
2005-10-14 13:03:28|di Christian

Ho appena parlato con Camilliti, mi ha telefonato. In pratica mi ha rimandato a questo suo intervento a Montiglio:

http://www.lietocolle.com/index.php...

Per quanto riguarda il suo impegno - lui fa l’editore, ha tanto lavoro da fare, vorrebbe partecipare al dibattito, perché legge, ma non riesce a stare dietro a tutto, e prima deve stare dietro alle sue cose.

Oltre questo intervento, ci sono i commenti di altri, sui temi innescati da Camilliti:
http://www.lietocolle.com/index.php...

C’è anche una news interessante, Salvi e Dentali faranno un’antologia. Dentali non lo conosco. Di Stefano Salvi mi pare di aver letto qualcosa, ma non mi ricordo dove (che sia su cepollaro.it?) Nella speranza che leggano migliaia di libri, e ne diano prova magari con una bibliografia (che pare non si usi più) gli auguro tutto il bene.


> Pneuma-lettura
2005-10-14 11:36:43|di Christian Sinicco

A me sta storia dei maestri mi sta un po’ sullo stomaco, nel senso che se devo stimare qualcuno, lo stimo perché vedo quello che fa, capisco perché lo fa, ci discuto. E qui la finirei con la faccenda dei maestri. Quello che ha detto nell’intervista Cucchi, sì, in effetti non è vero. I media a me non danno fastidio, mi dà più fastidio l’imbecillità di qualcuno - se poi la vedo nei media o la vedo per strada, che differenza? La strategia, conscia o inconscia, è quello di non considerare i media importanti (dividi et impera), spostare l’attenzione. Oggi non ci sono più persone che scrivono rispetto gli anni 70 credo (o tante di più); guardavo le statistiche di pubblicazione dei libri dove il vero scarto c’è stato tra gli anni 60 e gli anni 70, poi siamo saliti ma con calma. Il fatto è semplice: comunicare prima era più complesso (quindi il conoscersi tra autori, pur giovani: oggi no, uno mette le cose in rete), organizzarsi pure (c’erano altri fini, non esplicitamente quello della cultura, ma anche quello politico). La differenza dunque si basa, secondo me, esclusivamente dal fatto che i new media hanno portato alla ribalta una "generazione" che normalmente utilizza questi strumenti, e non è che ne rifiuta altri. E non deve rifiutarne nessuno aprioristicamente, ma fare esperienza e poi ognuno pensi per se stesso, cosa vuole. Ma non voglio andare a ripescare Pitagora e i versi aurei, mi basta capire che c’è chi fa discorsi facili, e chi invece lavora attraverso la vastità, le prospettive, si fa coinvolgere, e poi realizza. L’importante è che si legga (o si ascolti o si veda...): io mi son fatto un’impressione, che questi "giovini", tra cui mi ci metto, leggano poco e si confrontino poco (non tutti), e allora anche partecipando ad altri blog vedi universopoesia di Fantuzzi, cosa noto? Noto che la gente quando sai che tu hai letto quello e quello etc, ti dice stupita bravo (mentre tu pensi accidenti non ho letto quello e quello...). E un’altra becera realtà è questa, che alle volte se non avessi fatto spam (Nacci lo so che mi odia per questo:-) la gente mica si sarebbe messa a partecipare al blog, e non solo, da anni qui, con un gruppo, si invitano le persone, si cerca di spesarle. Ti pare che altri gruppi si interessino agli altri e invitino a loro volta, per conoscere, cosnoscersi? No, sono chiusi, pensano a fare la propria rivistina e a parlarsi addosso. E allora cosa è cambiato? Oggi, al contrario di ieri, si sa che quello esiste e fa le cose lì. Il cambiamento, se mai ci sarà, è perché gente lo vuole, e finché questa spinta non è data, tutto rimarrà così com’è, con un po’ di connessione adsl in più.


Commenti precedenti:
1 | 2 | 3 |>

Commenta questo articolo


moderato a priori

Questo forum è moderato a priori: il tuo contributo apparirà solo dopo essere stato approvato da un amministratore del sito.

Un messaggio, un commento?
  • (Per creare dei paragrafi indipendenti, lasciare fra loro delle righe vuote.)

Chi sei? (opzionale)