Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

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Amelia Rosselli, rivoluzionaria della poesia

L’Unità, 2006

Articolo postato venerdì 10 febbraio 2006
da Lello Voce

«L’inferno, tessuto da mani perfette»: è un verso tratto da Sleep , la sua raccolta forse più nota, ed è anche una sorta di riassunto della vita, della lingua, della poesia di Amelia Rosselli, di cui ricorre il decennale dalla tragica morte. Figlia di Carlo Rosselli, esule antifascista assassinato a Parigi insieme al fratello, è stata una delle voci più originali, profonde ed innovative dell’ultimo scorcio del secolo scorso. Nomade dall’Italia a Parigi e poi in Inghilterra e negli Stati Uniti, ha fatto del suo varcare, violare, intrecciare confini un linguaggio poetico particolarissimo, materiato da un italiano assolutamente ‘artificiale’ in cui convergevano prestiti e calchi anglofoni e francofoni che si fondono con ‘naturale’ maestria ad invenzioni spericolate, che spesso si presentano, afasicamente, sotto le mentite spoglie dell’errore, o dell’anacoluto.

Se è vero che la poesia, fatta com’è di parole che vogliono sempre significare altro dal proprio significato letterale, è una lingua di ‘errori’, allora la lingua della Rosselli è poetica per eccellenza ed elezione. Ed oltre alle lingue in lei, europea sino al midollo, si fondevano le tradizioni spurie di una parte consistente di un continente fatto di culture così prossime e insieme così ostili, da Dante, agli elisabettiani, a Joyce, a tanta poesia francese. Poetessa apolide in una nazione che si riconosce prima di tutto nella poesia, e che perciò la ghettizza, la neutralizza con la noncuranza, la strada di Amelia Rosselli è stata difficile, irta, il suo è stato un continuo ‘scendere e salir per l’altrui scale’. L’inferno in cui ha camminato è stato prima di tutto un inferno ‘linguistico’: «la vita scritta su carta, là scorre il mio seme folle alla morte», e, se ha ragione Mengaldo nel sostenere che la sua lingua è una «scrittura-parlato intensamente informale in cui per la prima volta si realizza quella spinta alla riduzione assoluta della lingua della poesia a lingua del privato", va poi detto che essa è una lingua parlata da un soggetto assolutamente politico, conscio sino in fondo dell’alienazione profonda inerente alla ‘unicità’, alla singolarità ‘privata’ del soggetto e della lingua. Dichiarerà lei stessa: «la lingua in cui scrivo volta a volta è una sola, mentre la mia esperienza sonora, logica, associativa è certamente quella di tutti i popoli e riflettibile in tutte le lingue".

La vita e l’opera della Rosselli sono la prassi di questa contraddizione tra l’assoluta necessità della poesia e il suo essere ‘parziale’, imperfetta, eppure indispensabile, come ogni utopia che si rispetti: «E cos’è quel / lume della verità se tu ironizzi? Null’altro / che la povera pegna tu avesti dal mio cuore lacerato. / Io non saprò mai guardarti in / faccia; quel che / desideravo dire se n’è andato per la finestra, /quel che tu eri era un altro / battaglione che / io non so più guerrare; dunque quale nuova libertà / cerchi fra stancate parole?».

E’ questa ‘centralità’ della poesia che di lei ricorda Nanni Balestrini: « Era completamente calata nel fatto di essere un poeta, tutta la sua vita ruotava intorno a questo, o almeno questa era l’impressione che dava, era come se fosse completamente avvolta dal mondo della scrittura e della poesia. Era un personaggio inconfondibile e praticamente inclassificabile. Io e anche altri miei compagni di strada avevamo un grande interesse per lei, per questa sua originalità assoluta. Era venuta a una riunione del ‘63, la volta in cui c’era anche Patrizia Vicinelli, e ci fece una fortissima impressione. »

Ma Amelia Rosselli, pur così contigua alle posizioni del Gruppo 63, non è certo riconducibile a quelle, né ad altre poetiche di gruppi o di tendenze. Apprezzata tanto da Pasolini, quanto da molti neo-avanguardardisti, ella rimane, anche poeticamente, una nomade: «Quando nel 1963 apparvero le Variazioni belliche, - ci dice il critico e poeta Gabriele Frasca - con il loro incessante ritmo formulaico, e quei famosi lapsus su cui sùbito insisté Pasolini (ma sono in realtà pun, e messi proprio a incagliare la presunta fluidità della lingua), si ripropose una questione che ha riguardato tanti ‘fuoriclasse’ della nostra letteratura (penso a Emilio Villa e ad Antonio Pizzuto, di cui fra l’altro quest’anno, ma pochi lo ricorderanno, corre il trentennale dalla morte). Il fatto che non appartenessero a nessuna delle consorterie all’epoca impegnate nell’occupazione dei posti di potere dell’industria culturale, e che potessero al più vantare solo l’attenzione di qualche (per quanto entusiasta e prestigioso) lettore, ha fatto sì che le loro opere non ebbero mai i riconoscimenti che meritavano. In breve: non solo la Rosselli non la si poteva ingemmare sul ramo di qualche genealogia poetica locale (niente montalismi, ermetismi nemmeno a parlarne, neoavanguardismi neanche a pensarne), ma appariva chiaramente, per formazione humus e, se si vuole, ‘trauma’, incredibilmente poco propensa a effettuare (come invece sempre si fa da noi) le consuete scorrerie nella tradizione letteraria (dalla parte dei modelli o degli antimodelli... fa lo stesso). La compresenza degli stimoli, la natura posticcia (creata ad arte, come dovrebbe sempre essere) del suo italiano (lingua ‘smaterna’ e innaturale, e alla fin fine, e alla lettera, ‘degenerata’), l’intensa (magari assordante) vocalità della sua pronuncia, cui fa da contraltare un’attenzione maniacale al dato musicale, sono altre delle motivazioni della sua sfortuna (e, a conti fatti, e quasi per gli stessi ingredienti, ma con diverse miscele, di quella che perseguitò, e perseguita, Villa e Pizzuto). »

Proprio per questo ascoltare la Rosselli è oggi indispensabile, e, a parere di un’autrice come Rosaria Lo Russo, anche e soprattutto per il suo essere donna: «Amelia Rosselli ha rinnovato dalle fondamenta la poesia italiana del secondo Novecento: la sua rivoluzione metrica e stilistica non ha pari nel canone italiano. Il motivo di questa rivoluzione silenziosa è propriamente una certa sensibilità poetica femminile che riguarda un altro modo della percezione e della intellezione del reale che sono della donna e del suo linguaggio, cui fa accenno la Rosselli stessa in margine ad un suo scritto. Argomento scottante, su cui ancora bisogna criticamente indagare per definirlo e conoscerlo, ma che sostanzialmente riguarda, diciamo, una certa poetica del corpo e della voce come motori primi e mobili della scrittura poetica. La Rosselli, la sua dramatis persona di poetrice, di poetessa/attrice straordinaria dei suoi versi, con la sua voce abissale e multilingue, è l’emblema vivente di questa ricerca, che fu anche della Vicinelli, per esempio.»

Una delle poche iniziative che la distratta cultura italiana le sta dedicando è proprio Amelia Rosselli... e l’assillo è rima, un documentario di cui Rosaria Lo Russo è autrice insieme a altre due artiste: «Già tre-quattro anni fa, insieme a Loredana Magazzeni, avevo progettato per la radio, per la Rai, una serie di puntate dedicate alle autrici di poesia fra la fine dell’Otto e tutto il Novecento italiano, nella convinzione che sia possibile costituire un “contro-canone” poetico femminile, o forse, più semplicemente, che fosse giusto, doveroso, necessario, dare voce tematizzare e storicizzare la poesia delle donne, diversa da quella maschile, per stili e temi, e soprattutto derivante da una cultura sommersa che proprio nella contemporaneità esplode. In seguito ho conosciuto una giovane regista di documentari, Stella Savino, appassionata di poesia e poetessa anche lei, e parlando di quel progetto che mi stava a cuore abbiamo pensato di fare un documentario sulla poesia delle donne in Italia, nel Novecento. Con il passare del tempo la scelta si è focalizzata su Amelia Rosselli perché di tutte è la più grande, ovvero la più significativa proprio per ragioni stilistiche e tematiche. Va da sé che il documentario non ha ricevuto alcun finanziamento, ed è stato prodotto a nostre spese, e soprattutto per la buona volontà, diciamo così, di Stella Savino e della piccola casa di produzione Lookoutfarm di cui fa parte. Nessuno ha pensato di celebrare Amelia nel decennale della morte, nessun comune o provincia o regione patrocinatori hanno potuto o voluto finanziare l’impresa. Chissà come mai: forse perché il patriarcato non è ancora abbastanza morto qui da noi...» Ma come sta la poesia delle donne oggi, rispetto agli anni in cui lavorava Amelia? «Gli anni in cui ha operato la Rosselli sono stati gli anni d’oro della poesia italiana del secondo Novecento. Per la poesia delle donne furono per l’appunto gli anni ’60 e ‘70 a vedere una fioritura importante di questa energia poetica sommersa, grazie al movimento femminista, ovvero alla vitalità del pubblico di quegli anni, in cui era diffusa la coscienza della rivoluzione femminista, in cui il femminismo era per così dire ‘normale’ presso il pubblico, cosa che oggi non è più. Le donne allora erano una forza politica visibile e credibile e volevano le loro poetrici a rappresentarle sul palco: penso alla Sexton in America, alla Rosselli e alla Vicinelli qui da noi. Queste poetesse avevano un humus culturale popolare femminile e non solo, che chiedeva loro di esprimere la “sensibilità” femminile del reale, del mondo, della storia. Oggi a parlare di questo siamo in pochi e sembra quasi un discorso obsoleto, folkloristico, da festeggiamento dell’8 marzo, , non un dato acquisito della civiltà, come dovrebbe essere! Invece io ritengo che la poesia “femminile” (dizione di comodo, che cela in sé significati specifici) sia un fenomeno macroculturale con enormi valenze sociali e politiche, transpersonale, transnazionale. E che chi rifiuta questo punto di vista lo faccia ancora per paura, sì, per paura della potenzialità di eversione sul linguaggio che la poesia delle poetrici ha: la libertà fa ancora paura. La libertà mentale e sociale delle donne fa ancora paura agli uomini e , quel che è peggio, alle donne (il burqua può essere anche invisibile, può stare anche sull’anima oltre che sul viso, a schiacciarla). Rivoluzionare il linguaggio significa rivoluzionare la realtà, la percezione del reale e dei suoi valori e disvalori. E anche a sinistra, oggi, questo meccanismo è mal visto purtroppo. Chi ha (ancora) paura di Virginia Woolf ? »

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