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Giampiero Marano, L’anti-utilitarismo di Bataille e Latouche


[ da Dissidenze ]

Articolo postato lunedì 26 dicembre 2005
da Marco Giovenale


[Ripropongo qui una recensione di G.Marano uscita diverso tempo fa e ora ripubblicata sul suo sito dissidenze.com:]



A distanza di pochi mesi l’una dall’altra compaiono per la prima volta in italiano le traduzioni di due testi, Il limite dell’utile di Georges Bataille (Adelphi, Milano, 2000) e La sfida di Minerva di Serge Latouche (Bollati Boringhieri, Torino, 2000), strettamente imparentati, nonostante la diversa formazione culturale e collocazione cronologica degli autori (filosofo-scrittore il primo, morto nel 1962, sociologo accademico e specialista del terzo mondo l’altro, tuttora vivente), all’insegna della critica serrata "da sinistra" alla civiltà occidentale moderna e al concetto di progresso, inteso come continua infrazione di tutti i limiti, che ne riassume e rappresenta l’ideologia di fondo.

Il libro di Bataille, che consta in realtà dei frammenti di una versione della Part maudite abbozzata fra il 1939 e il 1945 ma mai terminata, ruota intorno alla suggestiva immagine del mondo come «vortice di materia in esplosione», evocata nelle pagine iniziali. All’origine dell’universo e della vita umana, paragonabile allo «sfavillio delle stelle» e non indirizzata ad «altro fine che questo sfavillio», c’è un atto di misteriosa prodigalità, una dissipazione di energia che l’individuo moderno non può più comprendere, in quanto le sue azioni sono dettate esclusivamente da una «morale utilitaria» volta alla tutela di interessi particolari. Sintomo di un profondo "decadimento" non determinato dalla barbarie degli istinti ma, al contrario, dall’ipertrofia della ragione, l’ossessione per l’utile, cioè per la produzione e la conservazione di beni, è tipica della società moderna o borghese sviluppatasi dopo la Riforma protestante.

In opposizione al lusso e all’ostentazione della Chiesa cattolica, i protestanti esaltarono i valori della parsimonia e del risparmio, rescindendo lo stretto vincolo che metteva in rapporto il dispendio e la festa con il sacro (tant’è che, ricorda Bataille, i puritani inglesi cercarono perfino di sopprimere le celebrazioni natalizie): è proprio da questo momento, si può dire, che ha inizio la trasformazione del mondo in prodotto. In che senso? Benjamin Franklin, nel Settecento, espresse l’ideologia della modernità, l’attitudine a mercificare la realtà, con la famosa "parabola della scrofa" nella quale Max Weber ravvisò un’espressione pressoché perfetta dello spirito capitalista. Il denaro, come la scrofa solitamente uccisa in occasione delle festività, non va finalizzato ad altro scopo che alla sua riproduzione: "immolare la scrofa", cioè arrestare irrazionalmente il processo di accumulazione, costituisce la massima forma di spreco poiché nega al proprietario la possibilità di disporre di una discendenza numerosa che si riproduca a sua volta, e all’infinito.

All’utilitarismo e al razionalismo borghese Bataille contrappone l’antica prassi del dispendio improduttivo, di cui ravvisa un’applicazione esemplare presso gli aztechi. Il sovrano azteco manifestava la sua "gloria" nel potlatch, ossia impiegando ritualmente le grandi ricchezze accumulate in commissioni di opere d’arte, in feste, in guerre ma anche nel gioco e in elargizioni a beneficio del popolo. Se per gli europei l’attività commerciale è imperniata sul cardine dell’interesse, gli aztechi non vendevano merci ma le scambiavano secondo il principio della reciprocità del dono: «il ’mercante’ era a tal punto l’uomo del dono che, non appena rientrato da una spedizione, la sua prima occupazione era quella di offrire un banchetto al quale invitava i suoi confratelli, che congedava colmi di presenti». In un’ipotetica querelle tra fautori del modello occidentale e terzomondisti, Bataille propenderebbe senza dubbio per questi ultimi, nonostante non sia inscrivibile a nessun titolo nel numero dei pensatori reazionari alla De Maistre; né potrebbe valere l’obiezione che le società antiche fossero basate sulla disuguaglianza mentre quelle moderne sono egualitarie: secondo Bataille, infatti, «la produzione industriale moderna eleva il livello medio senza attenuare la disuguaglianza tra le classi e, tutto sommato, pone rimedio solo casualmente al disagio sociale». Inoltre l’accumulazione capitalistica, creando masse di individui in costante competizione tra loro, distrugge proprio quei vincoli di solidarietà comunitaria che il dispendio improduttivo praticato dagli aztechi rafforzava con la festa e il sacrificio: anche se il mondo del sacro, della festa e del dono appare perduto per sempre, secondo Bataille «ogni uomo dovrà vedere un giorno che i comportamenti utili non hanno di per sé alcun valore, che solo i comportamenti gloriosi arrecano luce alla vita, solo essi hanno saputo valorizzarla. La borghesia dovette svilire questo valore per sviluppare i propri affari».

Che le civiltà gloriose non esistano soltanto nell’idealizzazione degli utopisti e del pensiero filosofico ma rappresentino una realtà storicamente accertabile e ancora viva almeno in alcune parti del pianeta è dimostrato dal saggio di Serge Latouche. La domanda da cui prende le mosse la ricerca di Latouche è sostanziale e non va letta come una semplice provocazione: «è veramente ragionevole il comportamento razionale dell’uomo moderno? E un sistema così basato sulla sfrenata competizione economica e tecnica, sotto il segno della ragione occidentale, corrisponde realmente a un modello di saggezza?». In questo interrogativo è contenuto il senso della "sfida" lanciata da Minerva, la dea della phronesis, del buon senso (in base al quale l’efficacia di un’azione dipende dalla capacità dell’uomo saggio di sottomettere il proprio volere al potenziale delle cose), a Prometeo, la razionalità occidentale maschilista, imperialista ed etnocentrica che, fondata sull’esprit de geometrie e sul calcolo degli interessi, si è imposta gradualmente in tutto il mondo a partire dal Seicento.

Due furono le principali conseguenze del trionfo di Prometeo: l’espulsione della ragionevolezza non solo dalla sfera economica ma, evento di una gravità estrema, anche da quella sociale; la demitizzazione e l’eliminazione del trascendente e della tradizione, come osserva Latouche senza con ciò aderire a un punto di vista confessionale. Se la società del razionale è dominata dall’economia e dal lavoro, il mondo del ragionevole è fondamentalmente ozioso e contemplativo perché, a differenza di quella, conosce la distinzione tra mezzi e fini. Nella prospettiva del ragionevole il lavoro e la ricchezza non possono costituirsi come fini autonomi ma tutt’al più come mezzi: la razionalità, invece, è compiutamente autoreferenziale, simile a un ingranaggio che gira a vuoto su se stesso con ritmi frenetici.

A questo proposito Latouche narra un aneddoto significativo: un esperto viene incaricato dalla FAO di persuadere i piccoli allevatori del Madagascar, che possiedono generalmente una sola mucca, ad accettare prestiti per l’acquisto di una seconda mucca. Accettando la proposta, essi avrebbero potuto, con i proventi ricavati dalla vendita del latte, pagare i debiti e comprare anche una terza mucca, incrementando la produzione (è una variante della "parabola della scrofa" di cui sopra...). Recatosi di persona da uno di questi allevatori per spiegare l’iniziativa della FAO, l’esperto riceve un netto diniego così motivato: «Senti, quando ho finito di mungere la vacca mi resta appena il tempo per osservare il tramonto del sole». Il senso di una simile risposta è evidente: per l’uomo del terzo mondo, cioè per l’uomo "naturale", il significato dell’esistenza non coincide con la produzione e la ricchezza ma con un bene più elevato e difficilmente razionalizzabile, la contemplazione del bello. E se desta stupore il fatto che in Messico come in Africa o in Groenlandia il prezzo degli oggetti d’artigianato prodotti all’ingrosso è più alto di quello al dettaglio, va anche tenuto presente che in quelle regioni il compratore all’ingrosso paga in più la noia e il fastidio comportati da un lavoro ripetitivo. Un’altra manifestazione della "oziosità" caratteristica delle società non occidentali consiste nella palabre africana, assemblea che riunisce tutto il villaggio chiamandolo a deliberare su controversie interne alla comunità o su questioni di politica "estera" e che si protrae per ore fino a quando non si sia raggiunta l’unanimità sulla decisione da prendere. È importante sottolineare come nella palabre, definita da uno studioso «il luogo per eccellenza del politico», non conti tanto la coerenza e la razionalità dell’argomentazione ma l’abilità retorica e persuasiva, che dà luogo a vere e proprie performance spettacolari e gare di abilità tra i contendenti, solitamente considerate dagli spettatori occidentali un’inutile perdita di tempo.

Nell’ultima parte del saggio Latouche rivolge lo sguardo all’Occidente e prende in esame le attuali esperienze alternative all’economia capitalistica che, raccogliendo l’eredità del cristianesimo sociale e del socialismo utopico del XIX secolo, sono spesso incappate nell’ostilità di un ambiente plasmato dal pensiero unico ma hanno mostrato una vitalità superiore al socialismo reale. Il commercio equo e solidale, le banche del tempo negli Stati Uniti e in Europa, i sistemi di scambio locale (LETS, all’inglese, o SEL, alla francese) sono tutti esperimenti socio-economici destinati a scontrarsi frontalmente con il concetto e la pratica di giustizia tipiche della mentalità egemone, secondo la quale l’economia di mercato è intrinsecamente giusta perché "efficiente". Domina invece la scena del commercio equo e solidale il dibattito fra quanti sostengono la necessità di entrare nel libero mercato (affrontando il paradosso di mettere in vendita la miseria del mondo) e quanti sono favorevoli alla creazione di uno spazio economico completamente avulso e non compromesso con il mercato. Latouche propende per quest’ultima ipotesi, osservando come la posta in gioco non stia tanto nell’adeguamento alle logiche del capitalismo ma nella capacità di creare bisogni "altri": «La produzione alternativa deve e dovrà basarsi su una distribuzione alternativa, una finanza alternativa, un consumo alternativo. Non si tratta di concepire la ’nicchia’ come una oasi conviviale nel deserto umano del mercato mondiale, ma come un organismo in crescita che fa arretrare il deserto. La sfida di Minerva consiste anche e soprattutto in questo».

Di qui l’urgenza di un’azione culturale, prima ancora che economica, attraverso cui persuadere quante più persone possibile della bontà di quel progetto di "rifare il mondo daccapo" (ovviamente considerato delirante dai seguaci del razionalismo dell’homo oeconomicus) che nell’era della globalizzazione selvaggia diventa sempre più vitale poter concepire e articolare. Le presunte certezze della scienza dovranno cedere a una "nuova retorica" - a un sapere, cioè, non più fondato sul calcolo e sulla dimostrazione razionale ma sulla verosimiglianza della doxa e sulla saggezza - nella cui genesi un ruolo decisivo spetterà all’arte come esperienza del dono; perché, scrive Latouche, «riscoprire il ragionevole è anche riscoprire che, sotto lo spesso strato d’inquinamento e di utilitarismo, il mondo e la vita si donano in un’immensa e totale gratuità».




[ estate 2000 ]

4 commenti a questo articolo

> Giampiero Marano, L’anti-utilitarismo di Bataille e Latouche
2006-01-02 19:46:38|

"Naturale" nel senso di "reale". Il buon selvaggio non c’entra.
[GM]


> Giampiero Marano, L’anti-utilitarismo di Bataille e Latouche
2005-12-27 14:21:10|

sul valore positivo di esperienze economiche "ulteriori", sono pienamente d’accordo.

en passant, sottolineo anche che parlando di "efficienza", ovviamente stiamo parlando solo di un oggetto ideologico. il sistema di produzione capitalista non è per nulla efficiente e si basa proprio sullo spreco. ed è proprio la dimensione dello spreco, dell’identico in gran copia, alla base del fascino della merce.

gh.


> Giampiero Marano, L’anti-utilitarismo di Bataille e Latouche
2005-12-27 11:23:04|

grazie di questo intervento, Gh.

sono daccordo con la messa tra parentesi del mito del buon selvaggio. ma forse qui G.M. fa - direi - riferimento semmai alla constatazione (effettiva, effettuabile) di una perdurante materiale differenza, positiva e da difendere e anzi da importare, di alcune civiltà rispetto al modello occidentale.

l’esperienza del dono e del dispendio sono tangibili. si possono fare tuttora. certo, sono complesse e per fortuna non riassorbibili in dualismi (noi/loro). ok. ma è anche vero che la durezza e violenza e ingiustizia di una parte del pianeta antropizzato è tale da far spiccare l’"alter" (alla latina: il secondo tra due) nettissimamente. e lo rende oggetto di attenta osservazione.

marco


> Giampiero Marano, L’anti-utilitarismo di Bataille e Latouche
2005-12-27 08:58:17|

bellissima recensione. ottimo anche il merito: che in termini di teoria della letteratura dovrebbe farci ripensare anche al problema del realismo (nel senso di "efficienza" del testo nella ripoduzione del reale, e quindi di "utilità" dello sforzo letterario).

non mi piace l’espressione che trovo ad un certo punto: "per l’uomo del terzo mondo, cioè per l’uomo "naturale"", che crea un’equazione basata sul mito del buon selvaggio in cui, come al solito, sta tutto il pericolo di qualunque critica al progresso, etc.. tuttavia, bel pezzo.

gh. b.


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