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L’INVENZIONE DELLA TRADIZIONE

di Gianluca Pulsoni (articolo pubblicato su LA GRU n°1)

Articolo postato mercoledì 21 settembre 2005
da Christian Sinicco

“Il grande poeta di un’età letteraria è pur sempre poeta popolare e non lo è in alcun modo meno di quanto poté esserlo qualsiasi antico poeta popolare in un periodo illetterato. L’unica differenza tra i due concerne qualcosa di radicalmente diverso dalla modalità originaria della loro poesia, vale a dire la propagazione e la diffusione , insomma la Tradizione”. (1) Si dovrebbe dunque ripartire da qui, dalla Tradition e da come essa va “interpretata” nel rapporto con la “creazione” e il linguaggio. La poesia italiana, e necessariamente di riflesso l’attuale stato della “nostra” lingua italiana, dovrebbe potersi interrogare e riflettersi sul significato e valore della parola Tradition. “Uscita” dalla guerra, la lingua “nostra” è ritornata alla vita, a cantare grazie ad uno sforzo comune di impegno intellettuale e “umanista”, in senso lato, propugnato da un naturale “ritorno a Dante”, spinto soprattutto all’inizio dall’impegno di personalità quali Contini e Pasolini e “espresso” dalle tensioni di cui si facevano portavoce riviste che erano più laboratorio e progetto che altro. (2) E questo movimento “complessivo”, questo sforzo, mirava necessariamente a un’urgenza: cosa fare per dare olisticamente “profondità” e “verità” concreta alla propria “voce”? Bisognava “usare” la tradizione, forzarla. L’unico modo di esprimerle amore passava necessariamente non nella sudditanza ad essa, ne tramite l’imitazione: ma nella compenetrazione tra la necessità creativa di un profondo “odio” e un costante esercizio di ammirazione. Non si dovrebbe mai finire di amare intensamente la tradizione... E cosa hanno fatto i “grandi” di allora? Se ne sono serviti, l’hanno “tradita”, con tutte le implicazioni che veicola questa parola. L’hanno... “inventata”. E questa necessità di un ritorno a Dante era (3) dovuta al tentativo di riprendere le tracce profonde delle rovine di una cultura ormai devastata. E solo una concezione “aperta”, plurale e orale della lingua italiana poteva rendersi “organica” alle esigenze di recupero e trasmissione “viva” che facesse dialogare “passato”, arcaicità e mito, e presente, pathos ed emozione, “veicolando” l’orale e l’ideologia di questa passione. E dunque... Dante. Ma soprattutto una riflessione sullo “stato” della lingua italiana come “terra” da cui si origina la poesia che oggi, per forza e portata di pensiero, è caduta in oblio. Ed è appunto a partire dalla lingua che, in questo foglio come in altri, dibattiti e letture, ci si dovrebbe interrogare e, diciamocelo, anche “parlare”. La koinè italica oggi è spaventosamente “media”, neutra. Di tono “grigio”. Cosa innaturale se consideriamo come l’ “italiano” sia, a differenza di quasi tutte le altre lingue europee “occidentalizzate”, il “sistema” più a-sistematico, più “aperto” e tendente all’informale, per coloritura e toni, per via anche di una linguistica rivoluzione mancata, (4) l’ “italiano poetico” di Manzoni dei Promessi sposi: non romanzo, non langue, ma Storia - della lingua - e storie - della finzione - “dette” da “poeta” da un poeta. (5) Così come non è esistita storicamente in Italia una “fissazione” della lingua, un tradizionalismo della “prosa”, esiste “oggi”, in un “oggi mediatizzato”, (6) la concretezza di una rovina. La perdita completa dell’orale, cioè della “profondità” della tradizione. E quindi bisognerebbe davvero “cominciare dalla fine”: porsi in una certa “tendenza” rispetto alle speculazioni odierne. Dire e ribadire come “tradizione” non sia “tradizionalismo”, non copia e imitazione ma dialogo e continuazione; propugnarsi nel manifestare “ideologicamente” l’importanza dell’orale e del suo perpetuo mantenimento, cioè della sua “propagazione” e “diffusione”; “aprire” la lingua e “fendere” le parole, ed anche “la parola”, alla tentazione del caso - neologismi, manierismi, parole straniere, accenti dialettali, calambours, imprecazioni, anatemi, glossolalie, frammenti autobiografici - ; valorizzare l’”operazione” fatta e non l’ “opera”, cioè il flusso e non il disegno, la “lingua”, la propria “inventata” lingua sottratta alla rappresentazione e contro il linguaggio; porsi in maniera “creativa” nella tradizione, cioè “tradurla” tradendola; porsi dal punto di vista del “vissuto”, producendo atti “riflessivi”; scrivendo, prendendo atto dei punti di vista di “chi” la lingua la “vive” e non può pensarla senza manifestare l’immediatezza di viverla. Così è la prospettiva pragmatica, contro il punto di vista “etnocentrico” di uno studio semantico. Così la tradizione contro la comunicazione. E nella cancellazione della linea del tempo e nell’ampliarsi dell’orizzonte dello spazio, postulare come letterale pre-testo “contro la comunicazione”, vorrebbe intendere spoliare l’assunto da qualsivoglia possibile equivoco: la poesia non è nell’ordine del quotidiano e delle idee, ma in quello “extraordinario” dell’emozione e del sentimento. (7) Non comunica, non ha bisogno di “messaggi”. Essa “tocca”. E la vita della tradizione è proprio ciò che la porta “in superficie”: la creatività “poietica” che grazia ex nihilo ed ex novo il linguaggio. intima come l’alterità, irriducibile alle singolarità. (8) Ed è appunto che è solo col porsi “contro” la comunicazione che si “dice” l’ “Altro”, lasciandolo parlare. Così, l’orale non cesserebbe; forse, non l’ha mai fatto. Ma questo, allora, ci aprirebbe ad un inquietante e arcaico enigma, “proprio” del fare poetico: che la lingua, “prima” di essere nell’ordine della comunicabilità, rientrerebbe nell’ordine della creatività. E con più “forza”.

Articolo pubblicato su LA GRU n°1. Si ringrazia l’autore e la testata per la gentile concessione.

Note:

1 F. Nietzsche Omero e la filologia classica, Opere complete, a cura di G. Colli e M. Montinari, Milano, Adelphi serie opere complete 1955 e ss.
2 Vedasi il caso della rivista “Officina”.
3 Ma forse oggi “è”di ritorno, come ha notato D’Elia nel suo articolo “I nuovi trovatori” (LA GRU no.0 Maggio 2005).
4 Questo termine, “mancare”, è da intendersi nel senso in cui l’usava Carmelo Bene.
5 Manzoni è caso “lampante” e agli occhi di tutti, ma si possono menzionare altri, di casi analoghi - Foscolo e Dossi, per esempio - in un contesto storico e culturale, l’Ottocento, in cui altrove si formavano con le nazioni e i nazionalismi anche le loro espressioni a loro più veicolate e chiuse, le lingue. E quando nel Novecento si verificherà anche in Italia un “ritorno al romanzo”, cioè ad istituire una lingua, si evaderà l’intento “esercitando” soprattutto una verve “sperimentale”ed “eversiva” (la “scena” romana dei Gadda e della Morante).
6 La locuzione è dell’antropologo “dei mondi contemporanei” Marc Augé.
7 Più propriamente, questo intendimento si “incarna”nelle prospettive e nelle pratiche di una poesia “anti-demagogica”: Poe, Baudelaire...
8 Celeberrima è la “tenzone” intellettuale tra Gorgia e Parmenide, contro la “comunicabilità” e la relativa “traducibilità” della lingua.

3 commenti a questo articolo

> L’INVENZIONE DELLA TRADIZIONE
2005-10-10 12:13:10|di Christian

Lorenzo, a parte le virgolette, cosa mi dici di ciò che è scritto?


> L’INVENZIONE DELLA TRADIZIONE
2005-10-02 19:41:45|di Lorenzo

uh quante virgolette...!!


L’INVENZIONE DELLA TRADIZIONE
2005-09-22 12:39:43|di Christian Sinicco

Consiglio di leggere anche il documento word di Gianluca Pulsoni, con delle integrazioni al presente articolo. Voglio anche dire che tra gli articoli de La Gru questo di Pulsoni, a mio giudizio, può risultare interessante per un dibattito sull’operatività (nuova? influenzata forse ma comunque da provare nell’efficacia) di una poesia, in momento come quello attuale, nella sociologia dell’ambiente, che a molti pare confuso, anche se a me spesso pare ottuso.


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