Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

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La nuova poesia: un incontro con Gabriele Frasca

La Repubblica [ed. Napoli] - 2004

Articolo postato mercoledì 21 settembre 2005
da Lello Voce

Ripropongo qui un’intervista a Gabriele Frasca del 2004, sia per presentare uno degli artisti che saranno al Festival, sia perché mi pare che offra una serie di spunti di discussione piuttosto interessanti.

Definire Gabriele Frasca un ’poeta’ significherebbe fargli torto e questo non soltanto perché è anche romanziere, critico letterario, performer, traduttore, docente universitario, autore radiofonico, ma soprattutto perché da anni tutta la sua intensissima attività sta a dimostrare come certe vecchie etichette stiano strette a chi oggi lavora con la parola. Basti pensare alla sua ultima fatica, la riedizione presso la napoletana d’if del suo primo romanzo, Il fermo volere, in una nuova forma, che intreccia le parole ai disegni a fumetti di Luca Dalisi, facendo accompagnare il tutto da uno splendido CD Audio che contiene le elaborazioni sonore e musicali dei suoi testi realizzate dal musicista e ingegnere del suono inglese Steven Brown.
Quello che vale per Frasca, che certo è stato ed è un apripista, vale poi per moltissimi altri autori in Italia, che, invece dei soliti libri, pubblicano dischi, opere multimediali, video-clips, o che, addirittura, come Frasca stesso con i ResiDante, fondano vere e proprie band di poesia.
Che sta succedendo, Gabriele? La poesia sembra attraversata da un vento sonoro e multimediale: quanto credi che tutto questo possa mutare il rapporto tra il poeta e il suo pubblico?
La poesia, così come la prosa, sta semplicemente tornando a essere ciò che è sempre stata. Cinque secoli di silenziosa cultura tipografica sono solo una parentesi nella lunga storia, Foucault avrebbe detto «a pendenza lieve», dell’«arte del discorso» e della sua inseparabile gemella che ci riguarda tutti: «l’arte dell’ascolto». Ogni epoca può fare arte con i mezzi che si trova a disposizione, schizzare via più rapida di quanto ci sta già mutando, oppure ricorrere ai mezzi precedenti e già desueti, con i quali solitamente si cerca di tenere buoni e fermi coloro i quali, per loro stessa natura, sono in perpetuo transito. Se io metto su un congegno ad arte per tornare a ripeterti «sta’ buono lì, non è cambiato nulla», vuol dire che ho il mio interesse nel condividere la messa in stato con cui altre forze, mobilissime e fin troppo dinamiche, ci ripetono di stare tranquilli, perché tanto è tutto come prima. Ma se ti chiedo invece di «darti una mossa» e vivere veloce, allora vuol dire che io, con te, quelle forze le voglio fregare, e che non voglio starmene fermo ad aspettare che decidano la mia sorte.
Come si è venuta a creare una situazione del genere?
Che la poesia e la prosa stiano tornando a essere una cosa sola nell’«arte del discorso e dell’ascolto», è solo la benvenuta reazione a una delle maggiori truffe, o scorciatoie, intellettuali che ci ha regalato il secolo scorso: quella che ha ruotato, per inorridirne o gioirne (fa lo stesso), intorno al mito della «società delle immagini». Dall’avvento dei media elettrici noi non siamo per niente in una «società delle immagini», perché non c’è una sola immagine che non faccia altro che passarci attraverso, senza nemmeno lasciare sedimenti. Altrimenti, con tutti gli orrori che siamo destinati a vedere, magari non avremmo tollerato un momento di più di rimanercene sotto tiro. Se riusciamo a sopportare tutto questo, è perché quelle immagini non sono altro che chiacchiere, un infinito blabla in cui tutto può essere detto e contraddetto. Pensa soltanto, per fare un esempio di piccola portata, alla cattiva dialettica «mentire/smentire» dei nostri politici: uno dice una balla, di quelle colossali, poi la smentisce il giorno dopo, e va bene così, per quanto ci possano essere immagini documentarie che riprendono il nostro tizio mentre dice la cosa che poi smentirà. Insomma, il «visto con gli occhi» è sempre meno importante del «sentito con le orecchie», e quest’ultimo non conosce, o riconosce, il passato, ma solo il «qui e ora». È una questione di pertinentizzazione dei sensi: le pecore sentono il lupo con l’olfatto, e s’inquietano; ma se viene il pastore, che magari s’è messo pure il dopobarba, e comincia a ucciderle a una a una sotto i loro occhi, se ne stanno mansuete finché non è finita la mattanza. «La fede», diceva san Paolo, «procede dall’ascolto»; e Sade ricordava che, per i veri libertini, il senso che dona le impressioni più vive ed eccitanti è quello dell’udito. Cito un po’ di estremi per far comprendere quanto il problema sia serio.
Quali sono - a tuo parere - le ragioni che proprio oggi hanno indotto questo cambiamento di rotta?
Se la poesia e la prosa tornano «all’ascolto», è perché magari, nel momento stesso in cui siamo diventati tutti bersagli, qualcuno ha finalmente deciso di tornare a «cantarci» quali sono le forze che effettivamente ci tengono sotto tiro, e a farci così sentire quanto puzza il pastore, malgrado il dopobarba. Alla fin fine è stato sempre questo il compito dell’arte, come produttrice di senso. E il senso, ha ribadito recentemente Jean-Luc Nancy, «non deve accontentarsi solo di fare senso, ma deve anche risuonare». E magari, in frangenti come questi, suonare un campanello d’allarme.»
Napoli, la nostra città, come sta vivendo questo particolare momento di cambiamento?
«Napoli, come sempre, eccelle in slanci, vitalità, idee, intraprese coraggiose e rischiosissime, mancanze di mezzi, e disattenzione pubblica. E poi ci sono i consueti carrozzoni, mastodontici e vuoti; ma la loro dispendiosa inutilità, parla da sola. È storia vecchia; e chi decide di restarci, in questa città, lo fa mettendo in conto tutto questo. Ma le imprese editoriali, in grado di farsi carico dei fermenti cittadini, fortunatamente ci sono, e talune assai pregevoli: penso al quarto di secolo di attività ad altissimo livello di Bibliopolis, all’opera d’intensa militanza filosofica di Cronopio, che ha fatto conoscere in Italia autori come Nancy e Badiou e che attualmente pubblica la rivista filosofica più ambiziosa del nostro paese, l’espressione; e penso alla straordinaria parabola della d’if, che in pochi anni ha messo insieme un catalogo invidiabile, e che, con la collana gli anfibi, ha riconfigurato, riscoprendone tutta la forza, lo stesso oggetto-libro. E magari non è finita qui.»

15 commenti a questo articolo

> La nuova poesia: un incontro con Gabriele Frasca
2005-09-24 17:13:38|di A.Padua

Luigi sottoscrivo pienamente. Sono anche d’accordo sul fatto che criticare l’estabilishment politico-editoriale sia troppo facile. Rimane comunque indispensabile apprezzare chi scrive e agisce con altre logiche, anche se in apparenza si apparta. Faccio un altro esempio: Biaqio Cepollaro e le sue riviste e i libri in pdf.
Volevo poi far notare l’ultimo lavoro di Frasca. Un saggio per niente da "usuraio", di più di 300 pagine: La lettera che muore. Se qualcuno lo ha letto mi piacerebbe sapere cosa ne pensa. Sopratutto mi piacerebbe sapere se qualcuno giudica ormai concluso il discorso sulle tematiche che riguarda e delle quali avete discusso nei primi post. Riprendo parole di maria aggiungendo indispensabili punti interrogativi: il dibattito sulle potenzialità multimediali della poesia è stato superato dalla pratica? La rivoluzione è avvenuta? Pacificamente? E aggiungo: era una rivoluzione?


> La nuova poesia: un incontro con Gabriele Frasca
2005-09-24 14:19:33|di maria

No,io non ho progetti solidi alle mie spalle,e certo non sono nessuno per giudicare,anche se ho il brutto vizio di lasciarmi trascinare un pò troppo dalle passioni. Ed è da "pasionaria" che sono intervenuta nel dibattito- e ringrazio tutti voi per la pazienza- perchè in passato fui fraschiana convinta e devota,ma non è il parricidio un atto necessario alla propria crescita ed evoluzione?


> La nuova poesia: un incontro con Gabriele Frasca
2005-09-24 12:35:01|di Luigi Nacci

Lello ha posto la questione secondo me centrale tirando in ballo la parola "ideologia" e poi facendo una serie di nomi "simbolo" dell’andamento attuale: io i due fattori li unirei, diciamo che li unirei in una sola equazione: Cucchi, De Angelis, Rondoni, Riccardi e i nomi che ad essi si accompagnano, che ad essi si consegnano come dei pulcini all’ala maestra, hanno allo stato delle cose il potere editoriale-mediatico più forte, sono cardini del pilastro-estabilishment, ma questo non è il motivo reale per criticarli. Troppo facile. È come chi infanga Merlin-Temporelli perchè ha appena pubblicato nella "bianca" Einaudi e vuole sapere come ha fatto, a chi si è inginocchiato, etc; l’ideologia è prima nei loro testi, nella loro minima-debole-individualista-romanticamentepessimista-minimalista visione del mondo che al fondo si rivela pleonastica, come pleonastico è il barocco manierista, l’epigonismo post-mariniano (senza le sue tecniche). La loro weltanschauung è alla basa dell’opera, da quella deriva anche il loro stare nel mondo, e quindi il loro stare nel mondo editoriale, etc. - dobbiamo criticare l’architettura dell’opera, l’ideologia che sottesa sta, sub-dolamente nascosta, perchè c’è, anche se loro la rifiutano. Dopodiché, dopo aver criticato, bisogna rispondere con i fatti: con 1) la propria opera 2)il proprio essere nel mondo 3)il proprio rapportarsi al mondo delle lettere (o alle sue rovine). Esempio: Lello si comporta nella realtà seguendo la scia di quello che scrive. Il blog aperto a tutti, i tipi di festival che dirige, già questi due elementi ci dicono di lui qualcosa, e non qualcosa di diverso rispetto a quanto scrive. Poi uno potrà dire: "a me Lello Voce non piace, a me sì, etc", ma non c’entra, lui la sua struttura la mette "in chiaro", la palesa, e questo è sintomo di consapevolezza autoriale (e umana, che diamine, sì!). Idem Marianna che all’interno del bel Master di Siena (con altri due fenomeni: Valentina Tinacci e Gianmaria Nerli, grandi!) propone il suo metodo di analisi critica e di costruzione dell’opera, coerentemente, e non è empirico il suo fare, ma è supportato da basi epistemologiche forti. Queste persone citate, tanto per fare degli esempi, lavorano nella continuitò del pensiero e del gesto, onde per cui il loro stare al mondo è solido, è attaccabile ma non cadrà. Cerchiamo di fare lo stesso anche noi, diamo continuità al flusso che lega pensieri, versi e gesti, e contrastiamo le sponde del potere con il nostro esserci, qui, ora, con la parola che incarniamo sotto la nostra pelle. Il nostro armarci e stare in prima linea al fronte, senza sparare come cecchini, è già secondo me l’inizio di un altro corso.


> La nuova poesia: un incontro con Gabriele Frasca
2005-09-24 12:22:10|di Christian Sinicco

In effetti non avevo colto l’ironia. Riguardo l’aspetto dell’immaginario collettivo della squadra di calcio dovuto al fatto di essere andato in tv, credo su rai3 regionale e le emittenti locali, o per gli articoli sui quotidiani quando è uscito il mio libro, l’appellativo che gli altri usano, ovvero poeta, è una cosa incontrollabile. Nel preciso momento del gioco del pallone, è irrilevante, ma ad esempio all’ultima cena sociale per alcuni io sono diventato il poeta, per altri (quelli che mi conoscono da più tempo ovviamente no:-) A parte l’autoironia, credo che quando uno codifica che sei un poeta (e utilizza il suo immaginario, scatta qualcosa nella sua comunicazione con te, per via della sua esperienza, e per via anche dei media che hanno concentrato la sua attenzione su un nome), tu sei prima poeta, e poi quando qualcuno ti incontra anche ti domanda "ma cosa scrivi?" Bella domanda, a cui cerco sempre di svicolare rimandandolo ad un momento di ascolto (se c’è una lettura piuttosto che una performance) anche perchè in quel momento, questo vale per me, non ci sono le premesse per parlarne. In pratica per parlarne o hai letto o hai ascoltato, e per me è più rilevante. Dico tutte cose banali, anche se a Trieste io Luigi e altri siamo un po’ di tempo che stiamo costruendo qualcosa, ma anche divertendoci e con entusiasmo, pur nelle difficoltà e nella consapevolezza che la strada da fare è lunga, e che nulla è scontato. Per esperienza dico che se il poeta è quello che scrive, che non si confronta, che non comunica (perchè pensa che la massa non lo può capire), il ragionamento, pur nell’ironia, di Lello, o quello che hai espresso Marianna, vale. Se invece si comporta con l’umanità, ed io penso con la naturalezza, della sua condizione, e rivolto non a quello che ha fatto, osservando i germi di quello che farà, forse anche le sue attività collaterali contribuiscono alla poesia.
Mi rendo conto che le parole utilizzate non rendono molto quello che voglio esprimere, anche perché è un’astrazione e qualcosa, molto, si perde. Tutto questo per fare delle domande: che idea ha una persona del poeta, o della poesia? Quanto incide l’esperienza personale, ovvero la conoscenza di quello che fa, anche per giudicare la poesia?


> La nuova poesia: un incontro con Gabriele Frasca
2005-09-24 11:49:25|di maria

Innanzitutto ringrazio Lello Voce per la disponibilità e gli rispondo : caspita! e io che pensavo d’essere troppo pessimista! Anche se- sia detto per inciso- che a volte il tanto famigerato muro dell’establishment è poco più di un pretesto per chi si è comodamente assiso sul seggio "torinese" senza creare troppo scalpore. E penso da avere le mie buone ragioni a montar su tutte le furie quando mi si prospetta un decennio per far decantare il vibrato- o sono troppo impaziente?- A Marianna direi che,secondo me, definirsi poeta non è come indossare le nike o i levi’s,ma lo stesso che fare il fabbro ferraio ovvero l’hacker,purchè anche nell’azione di infettatore ci si creda sul serio...donde il sospetto che tanta pruderie dipenda proprio da un interrogativo di troppo. Allora io dico : o dentro o fuori!


> La nuova poesia: un incontro con Gabriele Frasca
2005-09-23 23:14:01|di Marianna Marrucci

Sì, sul presente della scrittura in versi -e soprattutto della rifrazione sociale di questa scrittura- direi che la tradizione della lirica moderna (su carta e per lettura solitaria a afona)abbia un peso sempre ben avvertibile. Piuttosto sarebbe interessante, secondo me, provare a riflettere insieme sul senso (o i sensi, magari diversi anche in base ai contesti regionali) che l’etichetta di poeta ha dunque nell’immaginario attuale: a me pare significativo, per esempio, che per i compagni di squadra di Christian lui sia prima un poeta -identità sociale - che uno che scrive. E a voi?


Troppo ottimismo troppa ideologia
2005-09-23 19:43:07|di Lello Voce

Cari amici,

scusate se intervengo solo ora e solo telegraficamente, ma il lavoro di organizzazione del Festival mi sta succhiando ogni secondo libero.

Per Maria, davvero non capisco a cosa ti riferisci: molti autori del 93 sono attivissimi, da Ottonieri a Caliceti ad esempio, per altri più che dar loro dell’"usuraio" proverei a domandarmi se per caso non si tratta di ’caduti’, nel senso che il muro di gomma dell’establishment è stato a volte così perfetto da annullare ogni sforzo. Sarebbe il colmo far colpa a loro se sono stati oscurati.
Non credo affatto poi che tutto sia così tranquillamente scontato come dici. Alte grida si levanoi ogni volta che si parla di nuovi media in rapporto alla poesia, e l’atteggiamento generalizzato è quello alla Cucchi o alla Rondoni o alla De Angelis: saremmo per loro vecchi arnesi nipoti dell’avanguardia. Loro invece sono nuovi con le loro cacchette di mosca su pagina.
Dunque c’è ancora tanto da fare anche perchè in Italia il potere letterario non lo gestiscono certo quelli del Gruppo 93.

Per Christian, l’ìincipit del mio pezzo è (pensavo) evidentemente ironico e provocatorio. Come notava Marianna, l’idea era quella di sottolineare come oggi essere un poeta significhi avere una serie di competenze molto diversificate e come, per molti versi, Frasca giocasse la sua partita linguistica su più tavoli.
Non credo alla morte delle ideologie, ma a volte troppa ideologia distorce lo sguardo e dunque credo che buona parte delle condivisibili opinioni di Christian siano però assolutamente pleonastiche. Sia detto senza polemica, ma solo con un pizzico di arguta filologia

un saluto a tutti.

Lello


> La nuova poesia: un incontro con Gabriele Frasca
2005-09-23 15:34:27|di maria

Ne ha fatto parte ,ne ha fatto parte a suo tempo e poi ha fatto parte per se stesso...comunque anche a me piacerebbe intervenissero i "grandi"...non hanno forse un debito con noi lettori?


> La nuova poesia: un incontro con Gabriele Frasca
2005-09-23 13:44:14|di Christian Sinicco

Sì, io son fiducioso, anche perché così posso godermi dall’altura e vedere le sterili battaglie tra gli eserciti, o sedere sulla riva e vedere i cadaveri passare; non so quanto tempo ci voglia ma il fiume è lì. Perdonami Maria, ma le letture della Bhagavad Gita e di altre cose zen spesso si rincorrono nei miei pensieri:-)
Quindi non faccio la X, lascio il segno vuoto, e giudico semmai il lavoro di alcuni (molti, sempre di più, finché lo potrò fare). Certo dove vedi che c’è tutto (1X2; efficacia referenziale, rilevanza sociale, o altri modi per categorizzare, la critica può avvalersi di molte metodologie) c’è più o meno la vittoria sistematica di un’operatività poetica su un’altra che non possiede queste caratteristiche, ma questo deve essere valutato attraverso il percorso del poeta, dell’artista.

Il gruppo 93 si è reso criticabile, e questo è un fatto positivo poiché ci ha permesso di avere una visione sul postmoderno in italia in allontanamento da alcuni metodi delle avanguardie (alle volte non criticabili, con dei veicoli promozionali lobbystici); semmai una volta esaurita l’ardita provocazione postmoderna (sto scherzando) il problema sarebbe la creazione della cricca... (Lello, dove sei, rispondi, sei anche tu una cricca? :-)
Ma io non sono così propenso a crederlo - aspetto che invece si evidenzia in chi ha accesso ad apparati più grandi, direi immondadoriani:-) A me degli altri e delle strategie e delle lobby e di altre cose non me ne frega (se mi toccano sì, non sto lì a guardare e l’altra guancia l’ho già utilizzata).
In ogni caso, tornando all’argomento, oramai tutto passa attraverso il dibattito culturale, e questo si svolge in rete.
La cosa bella è che, qui, su absolute, ognuno è amministratore (quelli invitati), e ci si parla francamente, e se tra gli amministratori iniziassero ad esserci anche lo stesso Cucchi (perché non lo invitiamo?:-), e si generasse confronto, anche scontro, beh allora si potrebbe generare qualcosa di positivo. Attenzione, io non vado a chiamare a raccolta nessuno, se non portano argomenti, se non discutono, si tagliano fuori. Ci possono essere trecento apparati editoriali mastodontici, ma oramai internet ha saltato tutto, e trasportando anche la sua ottica in manifestazioni si può far consolidare (nel confronto, tra le differenze, tra le prospettive dunque) quel rapporto con un pubblico che io ritengo indispensabile, perché è un rapporto tra uomini. Ed anche questo ti fa capire che chi non si muove così, si taglia fuori: questo accade perché una volta che uno pubblica inizia ad avere un ruolo, è naturale, e responsabilità. Insomma il poeta e la poesia devono essere criticabili, anche e soprattutto tra la gente. E qui convengo con te.

Il discorso, all’inizio dell’articolo, è improntato sullo svuotare il poeta di un ruolo (o di ruoli) e secondo me questo non è conciliabile con la civiltà necessaria a creare un’opera d’arte, e non è conciliabile con la critica. Quindi non mi sta bene, perché nella creazione di un’opera interviene tutto. Interviene la visione del mondo.

A prop. di Frasca, che sarebbe bello intervenisse pure lui nel dibattito, se non erro non ha fatto parte del Gruppo 93.


> La nuova poesia: un incontro con Gabriele Frasca
2005-09-23 09:57:33|di maria

Oh,caro Christian,io al contrario di te,sono molto più scettica al riguardo e non credo affatto che il problema sia la mancanza del confronto...in fin dei conti nel web si straparla. Meglio sarebbe se facessero meno chiacchiere e più poesia...ma in un modo nuovo,diverso. Il problema è alla base. Lo sai cosa risponderebbero se venissero qui adesso a dibattere con me e te? "ma cherì,il medium è il messaggio!". E invece non mi basta. Non mi basta più!


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