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POESIA DEL DISSENSO. Un’antologia di testi e autori

Recensione di Daniela Raimondi

Articolo postato giovedì 8 dicembre 2005
da Erminia Passannanti

POESIA DEL DISSENSO

Antologia di testi e poeti

(Edizioni Troubador Publishing Ltd, Leicester, UK, Collana Transference di “Contemporary Poetry and Cinema”) Poeti: Rossano Astremo, Fabio Ciofi, Gianmario Lucini ed Erminia Passannanti A cura: Erminia Passannanti Prefazione: Florian Mussgnug, Saggi: Luigi Nacci, Laura McLoughlin, Luigi Pagano, Fabio Ciofi. pp. 84, £ 7.99, € 12, $ 15 http://www.troubador.co.uk/book_inf...

Poesia e dissenso. Due parole chiave che ci mettono immediatamente in contatto con i temi su cui poggiano i testi dei quattro autori di questa raccolta poetica. L’origine etimologica della parola ‘poesia’ sembra anche portarci in questa direzione: poesia, dal greco. (Póiìsis) Poiésis, deriv. di poiêin: ’fare, produrre’. Fare poesia, produrre dissenso attraverso la parola.

Nelle loro sillogi, Rossano Astremo, Fabio Ciofi, Gianmario Lucini ed Erminia Passannanti esprimono in modo corale e individuale la loro divergenza ideologica nei confronti del potere. Un potere che, tuttavia, non viene circostritto al solo centro politico, ma è percepito in modo più ampio, spesso celato, nella realtà di questa nostra era post-industriale. Dissenso, quindi, che va al di là dell’applicazione marxista del potere come privilegio esclusivo di una ristretta classe dominante, e che si avvicina più al concetto di egemonia di Antonio Gramsci: “Lo Stato riesce a egemonizzare la cultura e in questo a controllarla.” Non più, quindi, una netta e facilmente distinguibile divisione fra classe dominante e classe dominata (e quindi fra cultura dominante e cultura dominata), ma il riconoscimento che, in un sistema considerato democratico e nella apparente mancanza di violenza, esiste un nuovo tipo di potere che viene esercitato grazie al consenso passivo delle masse. Come sottolinea Erminia Passannanti in Desiderio delle Masse: “Il trasformarsi del consenso in ignoranza è la condizione della sopravvivenza. Questa è la trascrizione delle percezioni dei rapporti di potere: d’abuso e legittimità.”

Come precisa Florian Mussgnug nella sua introduzione alla raccolta, oggi scrivere poesia del dissenso richiede atteggiamenti diversi da cinquant’anni fa, diversa consapevolezza di quali siano ancora le possibilità e le responsabilità etiche della parola. La raccolta si muove dunque in territori di dissenso nuovi. Territori intermedi che, come specifica Mussgnug: “superano la contrapposizione avanguardia-tradizione”. In un’epoca storica caratterizzata dalla caduta dei grandi ideali politici del passato, nella apparente sconfitta dell’umanesimo, la nuova voce del dissenso poetico rimane sempre e comunque la voce viva del poeta indignato, della rabbia intellettuale e della fondamentale incapacità di conformarsi. In un’intervista rilasciata nel 1971, Pasolini sottolineava l’impossibilità del poeta di adeguarsi ad una normalità percepita come costrittiva e opprimente:

“...credo che nel mio ultimo libro di poesie ci sia proprio questa specie di opposizione, che non è dialettica, è puramente oppositoria. [...] c’è questo, c’è un amore oppositorio, inconciliabile. La figura che domina le mie opere è quella che Fortini chiama ’ossimoro’, cioè il definire le cose per opposizione.”

In questa intervista, mostrata recentemente dalla Rai in occasione del trentesimo anniversario della sua morte, Pasolini reiterava che chi scrive poesia è, sempre e necessariamente, una voce del dissenso. Non tanto specifico dissenso politico, (Pasolini aveva da tempo abbandonato il dogma dei partiti) ma la voce dell’anormalità, della diversità, di chi vede il mondo sempre dal di fuori e al di là delle convenzioni, o conversioni. L’unica salvezza per il poeta, Pasolini diceva, è la disperazione. Ed è questo senso di profondo malessere esistenziale, riflesso di un altrettanto profondo malessere sociale, che predomina nella poesia dei quattro autori della raccolta.

Nell’era controllata dai mass media, nel predominio di una società de-umanizzata e meccanizzata, uno dei vocaboli che spesso ricorre nella poesia di Rossano Astremo è ‘inferno’. Lo si ritrova citato dieci volte nei suoi quattordici testi: “nel mio inferno non esisto per nessuno...questo inferno mi scuce l’anima...nel mio inferno fisso la TV senza pensare... il mio inferno mi fa tremare...”

Il suo inferno, altro non è che il riflesso di un inferno esterno, e nella sua poesia viene espresso da una lacerazione dell’io che sfiora l’auto distruzione: “per il solo piacere di farmi del male,/per il solo piacere di lacerarmi senza sosta... nella stanza che mi contiene chiudo il mio corpo per non esporlo alla luce”. Un inferno, quello di Astremo, che nasce nei “giorni in cui il potere ci toglie il fiato, potere che “perde peso e coscienza” ma non per questo risulta meno distruttivo. Potere nuovo che piega e contrae a suono ritmico chi, incapace di percepire l’oppressione, lo segue con la schiena arcuata/segno della ispida sottomissione...”

Nella poesia di Rossano Astremo si trovano spesso riferimenti ai media e alla assuefazione passiva della maggioranza di una realtà che viene riproposta totalmente storpiata: “fisso la TV senza pensare.” L’uomo, abbruttito dai media, è disumanizzato, fino a essere reso macchina: “perdo i miei pezzi di metallo.” Il malessere provato è devastante ed assume caratteristiche corporee. Si ritorce sull’individuo, infiltra la carne producendo nausea, vomito, putrefazione, fino a raggiungere l’auto-distruzione; ‘e scucirsi sino alla fine, imputridirsi fino a sparire.’

Esasperazione dei media, profondo malessere esistenziale, frammentazione del mondo e del proprio io, sono temi che tornano alla superficie nella poesia di Fabio Ciofi. Qui ci troviamo di fronte ad una meccanizzazione ancora più accentuata dei gesti e delle persone: “a riptere/gesti, a maneggiare cose...” Meccanizzazione che produce una perdita di identità, una vera clonazione della società: “Siamo senza nome per chi ci chiama... figli /dell’era dei cloni”. Nelle poesie di Ciofi traspare l’immagine di un mondo in stasi, o meglio “un mondo che serve il passato remoto”, che ha dunque perso ogni slancio esistenziale o senso di direzione:

“Nella mia inutilità, inutilità diffusa in modo consueto, per immagini per teconologie che forgiano nuovi peccati d’origine non reale, travestiti da seminari dove inculcare mete speranze che il solo pensarle dovrebbe produrre orrore.”

La poesia di Ciofi è caratterizzata dall’ironia e da un sarcasmo amarissimo, espresso in un linguaggio spesso colloquiale e provocatorio che rinforza ulteriormente l’idea di dissenso, il dissociarsi dall’assurdità che pervade un mondo che viene percepito come de-codificato e de-umanizzato:

“Guardando la televisione avvertire un dolorino al fianco, non quello di ivanilic, soltanto il risultato di una posa scellerata sul divano. Sentirsi ogni giorno al sicuro in una società minacciata come ignorare un siluro che incalza all’altezza del...”

L’elemento religioso, o meglio la menzione e dissacrazione di simboli e linguaggi religiosi, è un altro componente che caratterizza la raccolta. Il dissenso contro una religiosità falsa e istituzionalizzata contraddistingue soprattutto la silloge di Gianmario Lucini. Nei suoi testi la religione si trasforma in un’altra faccia del potere ed è abusata dalla figura del ‘re sacerdote’. Come per la poesia di Astremo, anche nei testi di Lucini ricorre l’immagine dell’inferno. Cosa ci salva da questo inferno? Non sarà Dio, e non sarà la parola, perché: “[il] grande inferno umano ogni giorno [viene] ricreato/con la parola”. Parola divenuta vacua e inutile, che lascia il poeta senza voce e viene interrata, quindi dimenticata. “Tutto il fiele/delle parole non ha prodotto che vittime”. Viviamo quindi “esiliati da Dio” impotenti e muti davanti ad un potere che tutto silenzia e tutto scorda mentre il popolo non fa che chiudere le palpebre:

“Ma l’amore non basta: ci vuole l’ottusità mentale del potere per essere certi della salvezza.”

Di nuovo, ci troviamo di fronte ad un mondo disumanizzato, dove “le persone a volte paiono cose” e veniamo controllati e corrotti da quel “in-quadrettato illuminato dalle sette torce dei vizi capitali”. I tentativi di emergere da questa alienazione si traducono in goffi voli nel nulla del sogno proposto dai media: “fuori dalla terra i nati dalla terra hanno costruito un mondo che incanta”. Voli inutili, sogni destinati a frantumarsi che riportano inevitabilmente al punto di partenza, non certo arricchiti e più coscienti della realtà, ma resi più ubriachi “dal polline del cielo e da l’ambrosia”. È dunque il canto della sirena, canto che attraverso totem e feticci, crea una felicità illusoria, “un regno ideale e perfetto” che risulta fittizio ma che conduce comunque al necessario consenso delle masse nel mantenimento dello status quo: “fuori il popolo puzza e s’ubriaca e si moltiplica conigliescamente brucando erba e avanzi di rifiuti”.

Nella poesia di Gianmario Lucini esiste un’aspra critica della religione istituzionalizzata. Nei suoi versi ritroviamo invece Dio in un barbone della Stazione Centrale. È l’Iddio figlio, scampato ai “Cunicoli della deferenza”. Un dio umanissimo e sofferente, fatto uomo e mai risorto, ma rimasto fra gli uomini; un Dio protagonista del dissenso che “biascica sommesse profezie fra la bava”. E il suo non può che essere un “santissimo volo” lontano dall’alienazione e dalla corruzione del mondo. Lucini sembra dirci che in questa nostra Italia “sguaiata e violenta”, lontano dalla religiosità istituzionalizzata, dal controllo onnipotente dei media e dalla politica, esiste dunque un’umanità ancora integra e incontaminata, spesso emarginata o in ombra, ma sempre caratterizzata da una profonda purezza:

“Ci sono oneste provvidenze alterne e capitoli speciali per gli ovi e le pecore di Dio. Basta un po’ d’umana misericordia corporale e vestiti dimessi e figli adottati a distanza. Il resto non c’entra nulla con la politica.”

Leggendo la poesia di Lucini, non può non tornare di nuovo alla mente Pasolini con le sue figure di emarginati, la sua religiosità laica e la spietata critica contro quel ‘nuovo potere’ che, trent’anni dopo, sembra risuonare nella realtà odierna con rinnovata forza.

La poesia di Erminia Passannanti, unica voce femminile nella raccolta, usa un linguaggio altamente evocativo ed emotivo. Nel suo spazio poetico si annulla totalmente la divisione fra il dentro e il fuori, fra il corpo e il mondo. Qui la voce del dissenso acquista un’impronta di carnalità dolente e sofferta che sembra rimbalzare continuamente fra la realtà esterna e il malessere interiore, che viene percepito in modo viscerale. Una fisicità sofferta e viva, ma sempre accompagnata dall’affannosa ricerca di una realtà al di là dell’inganno, al di là di un’esistenza ostile e spesso incomprensibile: ‘Mi faccio strada tra sassi ed erbacce/ La bocca spalancata ai petali/ Che esigono vita/ Il respiro la spiegazione di cosa/ Sia sangue terra acqua.”

Questa fisicità, sofferta ma profondamente viva, si contrappone con forza alla staticità arida e sterile del mondo:

“Non sono morta giaccio Con le mie perle al collo Una perla per ogni anno Perle negli occhi inganno Su questa nebbiosa pianura.”

Un mondo che, nei versi di Erminia Passannanti, viene percepito come mero teatro della falsità. Frequenti, infatti, i riferimenti alla teatralità, alla commedia in cui veniamo trascinati “per mano d’una teatralità/corale...copiata somiglianza/ e trasformazione del vero/ commedia della tragedia... Ma il palcoscenico come pietra negli occhi/di quest’opera di umana prece/era deserto.” A questa finzione Passannanti contrappone immagini di elementi primari che sembrano riportarci a un mondo ancora intatto: sangue terra acqua, e a questi si aggiungono spesso elementi corporei: ossa, ventre, bocca spalancata, lingua, piedi, occhi, utero. Elementi tangibili, vivi persino nelle loro funzioni più degradanti: ‘addome inflato,... budello che espelle una nerastra cannula...’. Sempre contrapposti con grande forza sensoriale ed evocativa alla falsità che ci viene quotidianamente somministrata.

Anche nei testi di Erminia Passananti sono frequenti i riferimenti a una religiosità che risulta essere lontana dai bisogni spirituali degli uomini e particolarmente repressiva nei confronti della donna. Una religione che ha perso ogni segno di umanità e di ‘pietade’. La Madonna è spaventosa, un feticcio di pietra freddo e inflessibile: “Di marmo era, e senza alcun rimpianto”. Nella poesia Correcta la crudeltà di un sistema religioso punitivo e istituzionalizzato mostra il suo lato più oscuro e il suo carattere particolarmente oppressivo nei confronti della donna, mortificando sopra ogni cosa la sua femminilità:

“dopo quaranta giorni, con purissima acqua Come all’ingresso d’una vita nuova, Si lavi il ventre della condannata, Il suo ventre defunto, Come si laverà quello futuro: Ella riprenderà abiti e brache.”

La figura femminile risulta dunque doppiamente vittima e doppiamente dissidente perché oppressa sia come individuo sia come sesso da un potere sociale che, nel caso della donna, diventa anche controllo sessuale:

“In altri spazi mi muovo, alterata. La veste a sciupare un’innocente rosa Giungendo ad impedirne La stagione di sposa

Per una mano d’una teatralità Corale da ricondurre Agli esiti del corpo In purezza.”

Ma il dissenso della Passannanti non diventa mai un grido nichilista e autodistruttivo. Nei suoi versi traspare un costante percorso di auto analisi, di puntigliosa ricerca lungo un “pelleggrinaggio dell’auto scoperta” spesso spietata, spesso impedita dai limiti della parola che può portare solo “alla soglia della pretesa”, o da un’arte che rischia di diventare un altro palcoscenico di finzioni e futili ripetizioni. Eppure nei suoi testi è presente il suo credere nell’uomo, nel suo pensiero e nella capacità rigeneratrice del dolore: “Ci si deve perdere/Per ritrovarsi”, dice il poeta. Noi siamo gli attori, partecipi e vigili sul palcoscenico del mondo, non solo riproduzioni, cloni, ma forza creatrice e rinnovatrice in continua evoluzione e movimento:

“Essendo io l’attore. Non mera riproduzione Imitazione riconoscimento Rinnovante. Di piedi dotato, e genuino Motivo del ragionamento.”

“Ci si deve perdere per ritrovarsi.” La sua silloge è un percorso di auto analisi che riflette, in modo laico e in tono dissidente, il percorso di purificazione della protagonista di Correcta. Nonostante tutto, non siamo morti. Non macchine, ma sostanza viva: sangue, terra, acqua. E pensiero. Forse non esiste forma più forte ed efficace di dissenso che l’inesauribile capacità di creazione e di rigenerazione che fa così visceralmente parte dell’universo femminile, e che traspare dai versi dell’autrice con grande efficacia ed energia.

Recensione di Daniela Raimondi, London, UK.

1 commenti a questo articolo

> POESIA DEL DISSENSO. Un’antologia di testi e autori
2005-12-10 14:07:48|

Forse sarà Luciano Pagano, nei saggi introduttivi?


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