Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

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Pestilenziario.

note per un’arte cartografica

Articolo postato lunedì 8 agosto 2005
da Alessandro Raveggi

Alessandro Raveggi

Pestilenziario. Brevi note per un’arte cartografica.

La letteratura è, per essenza, la soggettività di una società in una rivoluzione permanente. (J. -P. Sartre)

Come il Giudizio Universale, anche la poesia ci trasforma, trasfigurandoci senza cambiarci. (Jean Paul)

Faceva domande per sapere e per ridere, come fai tu, lettore... (D. Diderot, Jacques le fataliste et son maître)

[queste note usciranno nel prossimo numero di "Re:" - ZONA, Arezzo settembre 2005 a cura di Tommaso Lisa e Alessandro Raveggi - il titolo del volume sarà "Litware. l’ennesima potenza della letteratura" con saggi su Balestrini, Sanguineti, Tom Robbins, Leopoldo Maria Panero, oltre alla traduzione del Manifesto AVANT-POP...]

Perché la letteratura, ancora, piuttosto che il nulla, in una società senza classi, della modificazione perpetua, nella comunicazione simultanea e planetaria, ridda di ruoli intercambiabili, di simulacri, di telegenie? Perché la buona letteratura piuttosto che la cattiva? Un reportage-fiction sulle grazie e le disgrazie della prostituzione di un William Vollmann piuttosto che uno di un’Oriana Fallaci sull’universo islamico in via d’espansione? Perché la letteratura buona può dirsi tale? Perché più legata al mondo come visione della complessità, à la Kundera, riconoscendo nella modernità inaugurata da Cervantes un’opposizione o linea alternativa alla modernità riduzionista-razionalista che tutto sottrae, sopprime, incamera, concentra? Questo perché più fedele al reale, come nessun romanziere o poeta ha forse mai concepito, anche il più invasato per l’ut pictura poiesis? O proprio perché più infedele in quanto pura consumazione, auto-telica mania e maniera modernista, art pour l’art, bijoux e cammei, festa dell’intelletto? Domande per certi aspetti vuote, per altri esistenzialiste, che prospettano il ruolo perpetuamente moribondo di una letteratura pura o purificata in un universo disumanizzato della diversione, del bric-à-brac avanguardistico su di un maxischermo al plasma, dell’estetizzazione di un presente labile per la propria celerità, prodotto incontrollabile di una vischiosa industria culturale, dell’iper-mercantilismo in cui tutto si scambia con tutto. “Si ha bisogno di artisti. Soltanto gli artisti sanno smuovere il cuore” vaticinava il Geremia Peachum de L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht, anticipando il passaggio da una regime di produzione ad uno di simulazione. Da cui la pletora dei panopticon dello spettacolo, nei quali ragazzetti e pulzelle tanto spudorati quanto impacciati, pervenuti dagli hinterland più malfamati della penisola, investono granelli di speranza per quei quindici minuti di celebrità o fama o fame di fama, in attesa di sparire nuovamente all’ombra di una tabaccheria, d’un negozio di scarpe, d’un banco d’ortofrutticolo qualsiasi (senza sottostimare i ranghi paludosi della disoccupazione che ci rendono grotteschi e schizofrenici faber fortunae suae, armeggioni del nostro destino a tempo determinato). Ed anche, nel nostro caso, la pletora delle piccole e medie pubblicazioni cartacee (o di tagliole digitali) offerte ad esordienti dai quindici ai settant’anni, scribacchini elegiaci o neoorfici della domenica ben contenti di tirare fuori di tasca migliaia e migliaia di euro per simil-fotocopie su carta da imballo abilmente tinteggiata con maliziosi colori pastello, solo per assommarsi al seguito di una corrente, parrocchia (quanto mai vero per una certa aria pretesca che tira, specie nella poesia, al giorno d’oggi...), gang o camorra letteraria intenta ad assicurarsi una serie interminabile di epigoni ed un ristretto numero di vati smaniosi di passare alla storia o di essere rubricati od inumati in un Meridiano... Ma questo forse ha a che fare con lo stato attuale della Letteratura come una foglia secca con la possanza di un autunno.

*

La posizione della letteratura nella semiosfera dove ogni sistema di segni confina e confluisce nell’altro, la letteratura, come modus operandi sul segno, di scalfittura sul segno (ovvero suo raddoppiamento e segno di segno, campionatura del reale quale gioco di bisturi) come sua estromissione-estraniazione dal sistema del linguaggio ordinario e sua re-immissione clandestina, per molti aspetti parassitaria, “carbonara” in quanto allo stesso tempo fuori ed all’interno di un sistema di significazione prestabilito e controllato dall’iper-mercantilismo (lo si voglia chiamare neo o post-capitalismo, post-fordismo o quant’altro), questa letteratura non può mettere altro in scena che l’affermazione semiologica di un sistema di significazione che si sviluppa per differenze, differimenti che sono supplementi, incarnandone il luogo, lo snodo di destabilizzazione, di sviluppo diacronico. Una sorta di idioletto, intermezzo tra parole e Langue, verbalizzazione che resiste ad una sua formalizzazione, non spazio del silenzio tra dèi raminghi che non ci sono più ed un capriccioso dio a venire che si sbellica alle nostre spalle giocando a rimpiattino, messosi probabilmente di comune accordo in precedenza coi suoi antecedenti... Una Litware come scrive Mark Amerika nel provocatorio “Manifesto Avant-Pop”, un software che può operare su differenti hardware, differenti supporti e materialità, ma che tuttavia rimane “sopravveniente” ad essi, un’anima minima lyotardiana - il quale estende il concetto d’avanguardia alla prassi artistica tout court - che si oppone dall’interno ad una nichilistica società mercificata dei consumi, di mortificazione del reale, in una marginalità attiva, in un’ennesima potenzialità.

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La letteratura non raffigura direttamente alcunché né in una retorica della Totalità deve poter pretendere di dar voce al non-identico, facendosi puro enigma, urto, shock, sfinge di adorniana memoria, più hegeliana dell’hegelismo, partecipando ad una poetica che diviene un’asfittica teologia negativa e ad una teoria delle arti che progetta alienazioni, decessi e poi recuperi ovunque. Né starà a segnalare melanconicamente quella patria trascendentale persa per supposizione romantica, un hòlos in cui è cancellata quella discrepanza tra forma e contenuto essenziale per la letteratura stessa, in vita proprio per quella sua instabilità e quel travalicar di confini in una forma, specie la romanzesca, mai in grado di contenere del tutto il proprio contenuto, il proprio senso, e per questo votata al trans-genere (niente di nuovo: l’ibridismo del romanzo lo intravide già Schlegel e lo mise in pratica magistralmente Sterne). Via i sogni dunque di pura autonomia o di assoluta eteronomia della letteratura, di ornamento da un lato o di didascalia dall’altro: l’ironia purissima e terribile delle assurdità in un vertiginoso consumatore della propria biografia come Kafka o le confabulazioni dianoetiche dei balbettanti automi della Literatur Des Unworts beckettiana non rispondono mai ad un assoluto rigetto della realtà. E degli stravizi di un naturalismo ingenuo o di ogni realismo che si voglia dire socialista od impegnato (a strillare per conto di qualcuno o qualcos’altro) manco a parlarne.

*

In un’oscillare tra puro consumo e messa tra parentesi credo debba pensarsi il ruolo della letteratura, tra soppressione del reale e consentimento di nuovi reali, formulazione paradossale di un complemento del reale, di quella che potremmo chiamare la finzione reale (per questo Raymond Federman parlava nel 1975 di una sur-fiction), una letteratura che è negazione ed affermazione ad un tempo e quindi figura che si nutre del contraddittorio, della contraddizione delle voci, dei punti di vista, dei sintagmi, dei versi, del loro agone. La letteratura può essere così un atto intenzionale e critico che scalfendo norme, tradizioni e sistemi, “intrecciandoli” in storie ed epos privati di sostrato epico (ma per questo non riducendosi a roman a thèse di un’ideologia mistificatoria né pensando di rappresentare LA Storia) apre la strada o meglio il solco per nuove storie. Non volendo ricadere in un’altra retorica, quella del nouveau, anzi recuperando il ruolo attivo di comunicazione circolante tra produzione e ricezione dei testi, tra tradizione ed innovazione, tra un non più ed un non ancora dove l’attitudine neo-barocca comune alle nuove narrazioni (quelle a cui si riferisce la moderna narratologia, dall’ipertesto al montaggio filmico, dal romanzo rosa al fumetto) trova il suo spazio ideale. Una comunicazione che pur fondandosi sulla menzogna, o meglio sul non-detto piuttosto che sul detto, sull’indeterminazione, non si riduce a mistificazione, ma che è scambio tra autore e lettore, due polarità basculanti e mai completamente rigide, che, riprese in re, consentono di superare la vexata quaestio, non del tutto prerogativa e fallacia post-modernista, della Morte dell’Autore. Una letteratura che diviene intermediario, ponte, pratica di una comunicazione senza fini apparenti, come suggeriva Octavio Paz ne Los Hijos del Limo. Una pratica fittiva ed estetica del bilico, direbbe Jauss, dove cominciamo ad interessarci al nostro disinteresse pratico per il mondo, costituendo un rapporto sotto l’egida del “godimento di sé nel godimento dell’altro”. Una correzione abbastanza soddisfacente del disarmante the medium is the message mcluhaniano.

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Il ruolo conseguente, ancora la posizione o meglio l’altitudine che uno scrittore, questo strambo responsabile di realtà né legislatore né scienziato né sacerdote, una sorta di jongleur e funambolo parodiante, sporto sull’ignoto, che dovrebbe oggi incarnare o forse ha da sempre incarnato - al di là del sistema di produzione o società in cui si trovi ad operare (sul segno) - la possiamo rintracciare in quel trickster romantico, quell’aeronauta Giannozzo del mai troppo valorizzato Jean Paul (mi riferisco al breve ma straordinario scritto Diario di bordo dell’aeronauta Giannozzo). Quel Giannozzo che salpa col suo pallone aerostatico dallo stimolante nome Pestilenziario, carico di tutte le empietà umane, munito di un binocolo da guerra nonché di un corno da postiglione (e qui: The Crying of Lot 49 di Pynchon non è anche una piccola allegoria sulla letteratura?), per svolgere il suo viaggio di scorribanda e perlustrazione aerea (da perlustro: attraversamento ma nondimeno purificazione) sopra le terre germane. Che salpa soltanto dopo aver udito proferire la parola revenant, ovvero dopo aver subito quella che potremmo dire: la vertigine del fantasma. Ed è proporre un’ovvietà che la letteratura sia arte di simulacri, del als ob, di ostensione del mondo testuale come se fosse un mondo, una replica che pur si distacca da esso senza determinabili fini di rispecchiamento. Però è anche dirla come arte per destinatari, mai stabili e stabilibili, in progress. Una circolazione, quindi, di fantasmi, una consumazione di fantasmi, con-summatio, sommatoria, conta e testimonianza che dall’alto della sua perlustrazione, mai però troppo alta od elitaria (d’altronde anche Giannozzo non è del tutto felice nel suo librarsi solitario nel cielo...), vede mere comparse, bruchi, attori boriosi impegnati in narcisismi d’ogni sorta, pedine pronte ad essere manipolate, teatrini del mondo conformista del “suo” borghese Biedermeier. Perlustrazione che, in una zona a metà strada tra alta e bassa cultura, borderline, si fa testimonianza parodica: provocare come fa Giannozzo, dislocare, e citar per invitare il toro ad attaccarti, richiamando il reale nel suo rischio, fissandolo negli occhi, rende ancor più palese il testo letterario come un appello, qualcosa che più di un giudizio od un assenso, di un critico indottrinato o di un gonzo ipnotizzato da Dan Brown, agogna una voce. Consapevoli del fatto ulteriore che, come scrive lo stesso Jean Paul nel suo Seebuch, “lo scherzo è inesauribile, la serietà no”.

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l’instance éthique travaille la littérature au corps (Jacques Derrida)

L’unica possibilità di un “ritorno al reale” o di una “responsabilità sul reale” - non il freddo documentarismo o la chimera dell’iperrealismo, ma l’affermazione che l’immaginario non è effettivamente sparito in un’epoca di debordante immagine (senza la nozione chiara di epoca o Zeitgeist, come notava Jameson) e di conseguente geremiade per chi si richiama ai fasti di un tempo andato, lamentando la Morte della Letteratura - questa possibilità è stata forse indicata da quel ritorno o riemersione del lector in fabula avvenuta nella critica letteraria europea e statunitense proprio in concomitanza dell’emersione della condizione post-moderna. Questo evento ci palesa che l’Immaginario, affatto fuggito o dissoltosi sotto la scure della ragione strumentale o dello Spettacolo Totale, si trova proprio lì dove testo e lettore comunicano e producono senso, nel frangente in cui il medium è e non è contemporaneamente il suo messaggio, in cui si sottrae dal denotare qualcosa di esterno a sé solo per comunicare qualcosa di ulteriore a sé, in cui pare ridursi al minimo della sua forma chiusa e coerente per dare il massimo della sua potenzialità d’apertura. Implicare che questa comunicazione abbia un valore morale od etico sarebbe sottovalutare o rendere parziale (fermo restando il travaglio etico sul corpo della letteratura del Derrida di Signéponge/Signsponge) la posta in gioco della letteratura: il sostenere figurandola la condizione precaria e fallibile della percezione umana, la sua natura aperta-chiusa, plastica, di strategia finzionale come scrittura di una mappa per un territorio dai confini sfrangiati ed ignoti, gioco di maschere e ripetizioni, nel quale la letteratura non diviene solo arte incisoria, del bisturi, di operazione chirurgica e sperimentale sul segno, ma anche cartografia del presente, non affatto suo regolo raddrizzante, violenta bacchettata sulle mani, ma cartina da seguire colla mano, con l’occhio e col riso, nelle nostre scorribande terrene di andata e ritorno, dove si perde sempre qualcosa al ritornare, in una contingenza che è conquista e non condanna, esposta interrogazione.

(Firenze, maggio 2005)

NOTA Queste note sono apparse nella loro prima versione su “L’Ulisse”, n. 4, giugno 2005 - rivista telematica di poesia e pratica culturale, diretta da Alessandro Broggi, Carlo Dentali e Stefano Salvi. Il tema di questa quarta monografia è “Il ruolo dell’artista/del poeta nel mondo contemporaneo”.

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