Absolute Poetry 2.0
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Tiziano Scarpa e la Scuraglia

Articolo postato venerdì 5 agosto 2005
da Lello Voce

Chi va dicendo che la poesia è morta dovrebbe leggere Groppi d’amore nella scuraglia di Tiziano Scarpa, uno dei testi più intriganti che mi sia capitato di incontrare negli ultimi anni, capace di immaginare un mondo e una lingua stupefacenti.
Racconto (ed è infine prima di tutto in versi che hanno raccontato gli uomini) e insieme bestiario, sperimentazione linguistica e filologia dell’archetipo, la Scuraglia narra, in una lingua inventata che allude ai timbri dei vernacoli meridionali, mescolati sapientemente con quelli trecenteschi delle Origini, la storia di Scatorchio e del suo amore per Sirocchia, sullo sfondo della vicenda che coinvolge il loro paese, che accetta, in cambio di un ripetitore TV, di diventare sede di una discarica di immondizia. A intervallare la narrazione stanno poi dei siparietti dedicati a un bestiario d’animali e creature, ognuno, beninteso, con il suo personale cahier de doléances, a testimoniare, leopardianamente, la comunanza del dolore: dal surcio pantecano, al cane canaglio al bombo muscario.
La Scuraglia è, mi si passi l’espressione, un’opera romanica, che, con un mesto sorriso (un riso indebolito avrebbe detto Bachtin), esplora la nuova geografia di un mondo che, quando scopre di essere per la prima volta realmente ‘contemporaneo’, fa poi esperienza del terribile e affascinante melting, dello tsunami di mescolanza tra antico e futuro che è ormai il nostro orizzonte comune, il Carnevale dissennato in cui la Quaresima si traveste da Pasqua. Gli stessi animali sono più ‘grilli’ medievali, figure alla Bosch, che nostalgiche rimembranze del naturale e del primevo, allegorie espressioniste del nostro presente più scomodo, come il gabbianozzo che inopinatamente vive in collina e che non vuol essere chiamato gabbianozzo, ma dissidento migranto.
I campi di grano, intanto, si ricoprono di immondizia, mentre al centro del paese svetta il totem televisivo, che, distogliendo lo sguardo dalla concreta munnezza, affoga nel trash virtuale di una luminescenza pletoricamente comunicante il suo nulla fluorescente. Latita perfino il sacro: il Gesù della Scuraglia, che nella visione affilata di Scatorchio è un Nazareno codardo, che ogni Natale viene inviato dall’alto, ma mai è capace di stabilire il suo Regno, fa venire in mente, per controcanto, il presepe di Cattelan con la sua stella a 5 punte che sovrasta, un po’ minacciosa, un po’ stupefatta, la mangiatoia.
Stretti tra ex-natura e tecno (o post?) cultura i protagonisti della Scuraglia sono gli abitanti di un mondo di passaggio, dove, blochianamente, diversi ‘contemporanei storici’ convivono e si rimescolano; essi sperimentano e testimoniano un alfabeto sentimentale creolo quanto la lingua usata per esprimerlo, minaccioso quanto la «scuraglia furfa e camorra» in cui gli tocca sopravvivere e in cui, in barba a tutto, con la sola forza del sogno, Scatorchio stesso infine sopravvivrà. Ma la Scuraglia non è solo un testo e, per quanto Scarpa in un’intervista abbia dichiarato che la storia si apprezza soprattutto sulla carta, anche sul palco la Scuraglia ha una resa eccezionale ed è certamente una delle sperimentazioni più interessati di teatro-poesia oggi in Italia.
Dal vivo, Scarpa mastica le parole, le fa risuonare in tutta lo loro scabra ed espressiva sonorità, le legittima pronunciandole e, pronunciandole, fonda una nuova lingua, un inaudito pidgin, una lingua creola dove Dante e Cavalcanti si mescolano ai neodialetti televisivi, Joyce (o Gadda) vanno a braccetto con la grammatica saltellante e vernacola di Scatorchio e Sirocchia, donando al pubblico uno sguardo acuto ed efficacissimo sulla nostra presente scuraglia (qui, dell’Ytaglia), sul medioevo (linguistico e sentimentale) che è in ognuno di noi, un esempio notevole di quella poesia (che più mi piace) capace di ‘tenere’ tanto nel libro, quanto nella gola e nei polmoni del poeta che la dice.

Tiziano Scarpa
Groppi d’amore nella scuraglia
Einaudi

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